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Di Luca Marra | 24.01.2013 15:31 CET

Abramo Lincoln è seduto e ascolta due soldati, gli parla con interesse e scopre che conoscono a memoria i suoi discorsi. Una pioggia fitta batte su di loro, una pioggia fisica e metaforica: un temporale della Storia che uno dei presidenti più amati dovrà fronteggiare. Comincia così Lincoln, il film biografico di Steven Spielberg che racconta gli ultimi quattro mesi di vita dell'uomo di Stato e dell'uomo soltanto, la sua battaglia per abolire la schiavitù e mettere fine alla Guerra Civile. 12 nomination ai prossimi Oscar e già un Golden globe vinto da Daniel Day Lewis interprete ottimo di Lincoln.

DreamWorks distribution
Daniel Day Lewis premiato nel ruolo di Lincoln ai Golden Globes 2013.

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La figura di Lincoln, scolpita dagli USA anche sul monte Rushmore, è, come spesso accade nelle personalità storiche, molto complessa: esaltata e criticata, le biografie fioccano e tanti sono i "revisionismi" sul suo essere e operare. Complessa la figura, complesso il film, difficile anche da giudicare. Certo il regista non è il primo arrivato, Spielberg è uno dei grandi nomi della settima arte, il binomio cinema/Storia è una delle sue frecce migliori nel suo grande arco visivo: Il colore viola, Schindler's List, Salvate il soldato Ryan, Munich, Amistad, ecc. tutti esempi validissimi. Stavolta, nel film sceneggiato dal premio Pulitzer Kushner autore già di Munich, però non vediamo il solito Spielberg o almeno non subito, non è un racconto dalle immagini sempre fulminanti e dall'emozione cavalcante. Talvolta romanzo, talvolta documentario Lincoln è un film di parola e parole, di dialoghi, che richiede un'elevata attenzione allo spettatore sia per durata, 150', sia per contenuto. Spielberg fa sedere anche noi nella Casa Bianca, affianco al presidente e ai suoi sodali e nemici: ascoltiamo il suo repertorio di aneddotica e i suoi ragionamenti, splendido quello su Euclide e l'uguaglianza, e soprattutto afferriamo (e non significa condividere per forza) dalle sue parole la lungimiranza di un uomo che, machiavellicamente, ricorre al compromesso anche spregiudicato per arrivare al bene cosiddetto "superiore": fine della Guerra e abolizione della schiavitù. È un film che progredisce lentamente Lincoln, come i discorsi politici, e cerca e trova un finale d'impatto dove il cinema riaffiora nei bellissimi giochi di luci di Kaminsky, il fotografo del film, e nei montaggi alternati: sovrapposizioni visive tra gli alti momenti politici e del Lincoln amorevole che gioca col suo piccolo, un'immagina diverse volte tramandata dalla comunicazione presidenziale, da Kennedy a Obama.

La complessità dunque di Lincoln sembra necessaria per una sua biografia in pellicola per restituire i conflitti pubblici e quelli privati con la moglie, una brava Sally Field, e il figlio, Joseph Gordon Lewitt, senza dimenticare un coro di attori uno più bravo dell'altro da Tommy Lee Jones a David Strathairn. Nella difficoltà del film si aggiungono anche ostacoli cinematografici: il doppiaggio italiano di Day Lewis non è brillante e soprattutto si fa difficoltà a guardare Lincoln come uomo soltanto, come una biografia dovrebbe anche fare: nel rappresentare i suoi gesti, la sua retorica, sembra che sia già mito, già al di sopra di tutto e tutti, poi, qualche buonismo di troppo nei comprimari di certo non aiuta. Al di là di questi appunti comunque, a fine film si sente negli occhi la grandezza cinematografica, il piglio autorevole di una pellicola che fa un giro a tutto tondo della politica, della sua necessità e della sua forza, un giro nella storia necessario soprattutto oggi dove a "politica" si aggiunge un prefisso frequente "anti-". In tempi di antipolitica, lo spessore di Lincoln può essere utile.

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Lincoln
(Foto: DreamWorks distribution / )
Daniel Day Lewis premiato nel ruolo di Lincoln ai Golden Globes 2013.
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia linkata la fonte
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