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Di Dario Caputo | 01.02.2013 13:12 CET

Torna in auge il problema delle conversazioni intercettate tra Nicola Mancino e il Presidente Napolitano finite nelle indagini sulla Trattativa Stato-Mafia nel periodo delle stragi. Quelle conversazioni, secondo la sentenza della Consulta, vanno distrutte perché "Il Presidente della Repubblica, in quanto supremo garante dell'equilibrio dei poteri dello Stato, non è mai intercettabile". Molti però ricordano che il Capo dello Stato c'è finito casualmente in quelle intercettazioni visto che il vero indagato era Mancino.

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Ora tutto questo materiale potrebbe essere già distrutto il 5 febbraio. I magistrati inquirenti hanno presentato l'istanza al magistrato competente ma ora è il giudice che deve decidere. Ricordiamo che il giudice per le indagini preliminari non è vincolato dalla sentenza della Consulta. Il perito che dovrebbe attuare la decisione di quest'ultima è stato già convocato però ora il giudice si è preso qualche giorno di tempo per decidere. Se lo riterrà opportuno potrà anche sollevare una nuova questione di costituzionalità.

La Consulta però ha già vietato qualsiasi utilizzo e valutazione di quel materiale. Stando a tutto questo il giudice, dopo aver ascoltato segretamente i contenuti delle telefonate, deve verificare se questi possono mettere in discussione valori superiori come la tutela della vita, della libertà personale e la sicurezza dello Stato. Il giudice in questione però potrebbe rilevare che, oltre a questi alti valori, ce ne sono anche di altri che andrebbero comunque tutelati come il diritto di difesa da parte di altri imputati.

Sembra perciò riaprirsi la diatriba. Comunque entro martedì si dovrebbe arrivare ad una decisione finale che metta la parola fine a tutta questa lunga querelle. Su quel verdetto ritorna anche l'ex pm di Palermo Antonio Ingroia intervenendo questa mattina ad Omnibus su La7. "Non ho avuto torto: la Consulta mi ha dato torto, ma io ho ragione".

L'ex pm ritorna anche sulla questione che si sollevò a suo tempo legata al fatto che quella della Corte Costituzionale fu una sentenza politica. "Intendiamoci, non nel modo in cui lo direbbe Berlusconi, però ogni interpretazione di diritto e Costituzione ha un suo tasso di politicità. In questo caso, non c'è dubbio che il codice di procedura penale prevedeva la procedura seguita dalla Procura di Palermo.

Per la Consulta bisognava seguirne un'altra e scegliendo è prevalsa quella politica, detto tra virgolette, di circondare il Capo dello Stato di maggiori garanzie di quanto fosse previsto fino a prima di questa sentenza". Concludendo il suo intervento Ingroia aggiunge che "ritengo anche impropria la scelta della Consulta di farlo in sede di conflitto di attribuzione, quando bisogna invece dire chi ha ragione e chi torto a legislazione vigente".

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
(Foto: Reuters / Quirinale Presidential Office)
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
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