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Di Alessandro Proietti | 06.02.2013 11:28 CET

P.D. : cos'è?

Esuliamo, per questa volta, dal contesto politico italiano. La sigla qui presentata non ha nulla a che spartire con il partito di Bersani & Co. ma riguarda la finanza a livello globale. La globalizzazione, l'unione dei mercati, il 'libero' fluire degli investimenti diretti esteri ha portato naturaliter alla creazione di alcuni standard. Quello alla base della nostra odierna analisi è celato dietro la sigla PD.

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Probability of Default ovvero la probailità che la controparte si renda inadempiente all'obbligo di rendere il capitale ricevuto e gli interessi maturati. Un rischio comune, presente in ogni singola nazione. Un problema da non sottuvalutare che, nell'attuale economia globale, esula dai limiti territoriali delle singole nazioni. "Mal comune, mezzo gaudio" inquadra perfettamente la situazione: c'era necessità di un metro di giudizio comune che portasse alla creazione delle medesime aspettative per tutti quanti, prescindendo dalla territorialità. Sono nati poi, con il tempo, miriadi di ulteriori indici per valutare il rischio (LGD, EaD) ma non ne parleremo oggi.

 

Il rating e la sua evoluzione

Il concetto di rating ha radici profonde: il primo documento a parlarne, generalmente riconosciuto, è "History of Railroads and Canals in the United States" pubblicato da Henry Varnum Poor (1812-1905) nel lontano 1860. Segue di poco tempo un lavoro di tale John Moody (1868-1958), Manual of industrial securities, del 1900. Entrambi, facile intuirlo, sono i progenitori dei colossi del rating: Standard&Poor's e Moody's.

La finanza si evolve ed i mercati sono sempre più interconnessi, dicevamo. Questo fattore naturale amplifica esponenzialmente i "fruitori" delle nascenti Agenzie di Rating che estendono la loro egemonia sull'intero globo finanziario in 'poco' tempo. L'informazione gioca un ruolo fondamentale nell'economia ed il termometro della salute finanziaria divenne proprio il rating. Tutti necessitano di un rating per 'ben presentarsi' sul mercato. S&P's arriva, nel tempo, ad analizzare un totale del debito pari a 35.000 miliardi di dollari diviso in un centinaio di Paesi. 870.000 i giudizi espressi ogni anno. I numeri delle altre agenzie non sono da meno, ovviamente.

Questi colossi devono tutto ai loro sistemi di classificazione, ai loro modelli di valutazione. Ma cosa succede quando incappano in errore? Il numero di prima torna ora utile al caso nostro. Semplificando molto: quali effetti può avere un singolo errore ma che viene ripetuto 870mila volte in un anno? Gravi, non c'è dubbio. Nel momento in cui un soggetto valutato in salute, solido, crolla senza apparenti motivi, il tarlo del dubbio si insinua nelle menti e finisce per travolgere tutti, anche chi era veramente 'in salute'. Il crollo di fiducia nel sistema subisce l'effetto domino, nessuno resta in piedi.

L'apripista della crisi del 2007, lo 'scandalo' dei subprime e di tutti le obbligazioni collegate ne è un chiaro esempio. Ad aggiungere sospetti su sospetti, poi, rientra anche il fattore "malafede". Più di un elemento porta lecitamente a pensare che le agenzie di rating abbiano tutte avuto 'conflitti di interesse' enormi: a valutare come buono un titolo pressoché tossico si guadagnano molti clienti (che emettono bond).

 

La Crisi, la lotta di Obama e Giovenale

Tornando all'attualità, le criticità sopra espresse miste a quel ragionevole sospetto sul 'buon' operato delle agenzie di rating hanno portato il Dipartimento di Giustizia americano a fare causa a Standard & Poor's. Cinque miliardi di dollari di danni: questo quanto richiesto per le responsabilità dell'agenzia nell'ambito della crisi finanziaria a cavallo tra il 2007 ed il 2008. Una causa civile promossa dallo stesso Obama e appoggiata da 16 stati. L'accusa è di aver violato i criteri nell'assegnare i voti ai bond collegati ai mutui subprime. Vengono tirati in ballo i Cdo (Collateralized Debt Obligation) emessi nel 2007 e legati a pacchetti di mutui subprime. Vennero creati, tanto per rendere l'idea, anche Cdo squared che usavano come garanzia i Cdo semplici e Cdo Cubed che si rifacevano a quelli squared: un pratico esempio di mala-gestione dei derivati sul credito con conseguente creazione di scatole cinesi.

La legislazione violata fa riferimento a quel Financial Institutions Reform, Recovery and Enforcement Act nato dopo il crollo verticale delle casse di risparmio alla fine degli anni '80.

Il Governo ha esaminato 40 valutazioni, che ricevettero il massimo rating a Tripla-A, il cui valore intrinseco evaporò letteralmente nel giro di poco tempo. Il segretario alla Giustizia Eric Holder, che ha ufficialmente presentato la causa in un tribunale di Los Angeles, chiama in ballo quei paventati "significativi conflitti di interesse". Una lunga serie di email scambiate tra gli analisti dimostrerebbero quanto la società stessa non fosse affatto convinta delle "promozioni a pieni voti" date ai disparati bond in questione.

L'agenzia risponde, per quanto possibile, che il ricorso "è del tutto senza fondamenta fattuali o merito legale". Chiosa poi, una volta ufficializzata la causa, che "si difenderà con determinazione" da tutte le accuse subite. Il titolo della holding intanto, quella McGraw Hill che acquistò l'agenzia di rating nel 1966, è sceso in pochi giorni quasi del 25% con il tonfo peggiore, in una sola seduta, degli ultimi 25 anni.

L'esito della causa è lungi dall'esser chiaro. Quello che emerge però, con questa storica causa intentata contro l'agenzia di rating, è che le cose stanno lentamente cambiando. Il popolo aveva già espresso il suo sdegno, il giudizio morale è già stato emesso. La scesa in campo di Obama contro le sorelle del rating, però, aggiunge un surplus a questo sdegno.

Aveva visto bene Giovenale quando nelle sue Satire scrisse: "Quis custodiet ipsos custodes?" (Letteralmente: "Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?").

Standard & Poor's
(Foto: Reuters / )
A view shows the Standard & Poor's building in New York's financial district
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia citata la fonte
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