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Di Redazione | 18.02.2013 19:25 CET

Il processo terminato ieri a Rabat a carico di 25 saharawi per le violenze avvenute a Gdeim Izik "è stato equilibrato ed aperto agli osservatori internazionali". E' quanto si legge in un rapporto stilato dalla delegazione di osservatori italiani che ha seguito il processo, chiuso ieri a Rabat con 9 condanne all'ergastolo per l'uccisione di una dozzina di poliziotti avvenuta vicino Laayoune l'8 novembre del 2010. "Tre giorni di processo trasparente e ben organizzato e, a nostro avviso, equilibrato - si legge nella relazione firmata dai quattro osservatori italiani - In primo luogo abbiamo osservato che gli imputati si sono presentati in totale libertà, in particolare potendo godere della libertà di parola e di espressione, pronunciando slogan politici e la propaganda tipica di un partito separatista come il Fronte Polisario, e sono presentati anche con l'abbigliamento tradizionale del Sahara e senza manette". Gli osservatori rilevano inoltre come "gli imputati hanno avuto molte opportunità di parlare direttamente al pubblico. Poi tutti - il personale civile internazionale, militari, giornalisti e osservatori internazionali, hanno avuto l'opportunità di assistere al processo nel tribunale militare ascoltando il dibattimento sui fatti accaduti a Gdeim Izik attraverso una traduzione in quattro lingue diverse, come l'arabo, l'inglese, francese e spagnolo".

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Per questo nel documento, firmato dagli osservatori Sara Baresi, Massimiliano Boccolini, Francesco de Remigis e Velia Iacovino, si rileva che "questo sia indicativo di come ci sia stato un confronto chiaro e paritario tra il pubblico ministero e la difesa. Ovviamente, il pubblico ministero ha mostrato video, fotografie, testimonianze per dimostrare la colpevolezza dei 24 accusati. In secondo luogo, il presidente della giuria, un giudice civile, ha concesso il giusto tempo alle parti per presentare le loro argomentazioni. Inoltre è stato assicurato agli avvocati della difesa il diritto di parlare, esponendo la loro tesi, in particolare per quanto riguarda l'innocenza degli imputati".
Gli osservatori ricordano infine come "al di fuori del tribunale la polizia abbia permesso a tutti di esprimere il proprio punto di vista e ai familiari delle vittime di manifestare anche in totale libertà. Riteniamo inoltre che non si sia trattato di un processo politico in quanto i rappresentanti politici e istituzionali hanno partecipato a titolo personale solo stando all'esterno del tribunale e mostrando ad esempio la loro solidarietà alle famiglie degli agenti di polizia uccisi. Attraverso questo processo il Marocco, invitando le associazioni e gli osservatori internazionali per i diritti umani, giornalisti, ha voluto dimostrare la sua buona fede e che i diritti umani sono rispettati e garantiti nel paese".

Mohammed VI
(Foto: Reuters / Stefano Consiglio)
Una foto del sovrano del Marocco, Re Mohammed Vi
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia linkata la fonte
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