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Di Candido Romano | 21.02.2013 18:30 CET

I migliori cervelli italiani sono in fuga. Molti sono già partiti, alcuni hanno messo radici all'estero, altri stanno pensando di staccare la spina da questo Paese. Una moltitudine di ricercatori, imprenditori e di menti nel campo della tecnologia che lasciano il "Bel Paese" a causa delle condizioni disastrose che il lavoro ha assunto negli ultimi vent'anni. Disoccupazione giovanile quasi al 37%, laureati che devono "accontentarsi" di fare lavori umili, quando sono fortunati e ne trovano uno, sia chiaro.

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L'ISTAT ha calcolato che la proporzione di italiani laureati ed espatriati è raddoppiata tra il 2001 e il 2010. Le destinazioni sono di solito paesi europei come Gran Bretagna e Germania ma anche gli Stati Uniti. "Amo l'Italia ma ogni volta che torno vedo un Paese che va sempre più indietro", confessa Andrea Ballarini, un laureato in Economia che ha lasciato l'Italia tre anni fa, direzione USA. Dopo la laurea alla Bocconi non aveva intenzione di lasciare il nostro paese, voleva costruire la sua impresa proprio qui, in Italia.

Ma la crisi economica, e non solo, ha eroso molte delle possibilità di fare impresa e quindi il 32enne ha deciso di andarsene: "Insieme al mio socio abbiamo comprato un biglietto per San Francisco, volevamo sperimentare come funzionavano le cose nella Silicon Valley: non siamo più tornati". Nel frattempo in terra straniera ha avviato HyperFair, una piattaforma virtuale per fare business direttamente online.

"Tornato in Italia ogni giorno cominciava con una lista di problemi da risolvere, mentre qui in USA comuncio ogni giorno con una lista di cose che voglio fare", continua. La chiamano "generazione perduta", quella dei giovani italiani in questo preciso momento storico.

Non è di certo la prima volta che gli italiani lasciano in massa questo Paese. È accaduto nella seconda metà del diciannovesimo secolo e dopo la Seconda Guerra Mondiale: "Colore che lasciavano l'Italia in quei periodi rappresentavano una minoranza molto povera e per nulla specializzata. Molti trovarono lavoro nelle miniere di carbone in Belgio o nell'edilizia in Germania - ha detto Pietro Luigi Biagioni, che dirige la Fondazione Paolo Cresci per la storia dell'emigrazione italiana - oggi l'immigrazione è molto diversa".

Oggi quelli che lasciano l'Italia sono professionisti qualificati che perdono la speranza di un vero rilancio economico, caratterizzato invece da diffuso clientelismo, eccessiva burocrazia e un regime fiscale che definire punitivo è poco. L'Italia ha la crescita più lenta della zona euro da oltre un decennio ed è ormai in recessione da metà 2011.

Mentre la chiassosa campagna elettorale preme molto proprio su questi temi, la "fuga" continua da un Paese dove per trovare lavoro conta più la conoscenza diretta che il talento: "Un gran numero - decine di migliaia - di coloro che studiano per un posto di dottorato di ricerca o un assegno di ricerca stanno lasciando l'Italia. Stiamo perdendo gli studenti e i ricercatori migliori, nel frattempo non ne attraiamo altri provenienti dall'estero", ha dichiarato Mario Calderini,  consigliere per la Ricerca e l'Innovazione di Francesco Profumo, Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.

Le università italiane sembrano infatti poco interessate agli studenti stranieri, la prova sono i bassi salari offerti ai ricercatori e un processo di assunzione, come dire, complesso. Secondo i dati OCSE solo il 4% di coloro che studiano presso le università italiane sono stranieri e non va meglio neanche per la percentuale di insegnanti stranieri sul nostro territorio nazionale.

"La differenza di salario è un fattore importante quanto il rischio di disoccupazione. Purtroppo l'industria italiana riesce ad assorbire pochi di questi professionisti altamente qualificati", conclude Calderini.

Ma ci sono anche esempi di realtà italiane che vanno in controtendenza: è l'Istituto Italiano di Tecnologia (iit), fondato solo sei anni fa, specializzato in bio-robotica, creato per promuovere la ricerca scientifica in Italia. Questo istituto è riuscito in questi anni a "riportare a casa" alcuni brillanti cervelli italiani, offrendo stipendi competitivi, progetti innovativi, buoni finanziamenti e un ambiente di lavoro internazionale.

Sono circa il 17% gli italiani che attualmente lavorano all'IIT che precedentemente lavoravano all'estero: "Ci sono pochi posti in Italia dove è possibile combinare un background tecnologico con la ricerca scientifica", ha detto Diego Ghezzi, 32 anni, ricercatore presso IIT. "Se non fossi venuto qui, avrei dovuto lasciare il paese."

[Fonte: Reuters]

Bandiera italiana
(Foto: Giuseppe Moscato / Flickr Crea / )
Cervelli e tecnologia in fuga dall'Italia
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia linkata la fonte
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