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Di Alessandro Proietti | 25.02.2013 09:30 CET

Il fitto tessuto delle micro, piccole e medie imprese è spesso fondamentale per la crescita prospettica di un Paese.

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L'humus in cui crescono risulta fondamentale per la loro evoluzione: una 'sana ricetta' prevede una discreta dose di competizione volta a far emergere le idee realmente vincenti e, al contempo, un buon 'sostegno' (economico, fiscale, et cetera) per far loro superare quella laiability of newness che le caratterizza. Le idee vincenti, in ogni singolo campo d'impresa, tendono a nascere proprio in organizzazioni inizialmente 'minimali': il tempo ed i traget prescelti porteranno poi all'eventuale crescita dimensionale.

Le micro imprese (così come le piccole e le medie), siano esse tali per volontà o per 'gioventù', sono spesso caratterizzate dall'impellente necessità di ricevere credito. Questa ricerca continua di finanziamenti serve (dovrebbe servire) a far partire quei validi progetti di prospettiva messi in essere e ancora da 'ultimare'.

In Italia, nel 2012, tre aziende su cinque hanno richiesto (ed ottenuto) un prestito dalla banca. Dato positivo, quindi? Assolutamente no. Non vi è nulla di buono perché quel dato, per la precisione, riguarda quel 63% di micro, piccole e medie imprese che ha avuto la necessità di rivolgersi alla banca solamente per pagare le tasse.

Recessione economica, crisi internazionale, inasprimento fiscale: un cocktail esplosivo che ha letteralmente mandato k.o. un intero segmento dell'industria italiana. Il dover far ricorso ai prestiti semplicemente per pagare le tasse è la morte stessa dell'innovazione e concorre a quel continuo rimandare la data della ripresa e della crescita: questo è quanto emerge dallo studio condotto da Unimpresa su circa 130.000 imprese.

Oltre 81.900 piccole e medie imprese, associate ad Unimpresa, hanno chiesto prestiti alle banche semplicemente per rispettare le scadenze del fisco. Pesa l'Imu (che avrebbe portato tali imprese a chiedere a prestito circa 3.96 miliardi di euro) ma grava sui "bilanci" anche l'Irap che agisce inesorabile anche in assenza di utili aziendali. Tra i settori più colpiti rientrano gli operatori turistici (albergatori in primis), piccole industrie e supermercati: tutti gravemente condizionati dall'attività d'impresa strettamente legata al possesso di immobili (siano essi alberghi, magazzini o simili).

Per crescere è necessario investire e, se i prestiti vengono usati in maniera "infruttuosa" per sopravvivere a questa pressione fiscale, assisteremo inesorabilmente al lento declino di questo vitale segmento dell'industria italiana. Il rischio di entrare in un circolo vizioso è alto: l'impresa chiede prestiti per pagare le tasse e non per investire; questo altro non porterà che a minori futuri ricavi e alla necessità di ulteriori prestiti per saldare il fisco. In un contesto di profittabilità calante come quello attuale si punta dritti, così, ad una lenta agonia.  Problemi su problemi, con questo modus operandi economico-fiscale siamo "noi" stessi, si fa per dire, ad allontanare la tanto invocata crescita.

Tasse Italia
(Foto: Flickr // Aldo Cavini Benedett / )
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© International Business Times: riproduzione permessa purché sia linkata la fonte
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