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Di Claudio Forleo | 07.06.2013 14:51 CEST

"Se esiste la mafia? Le risponderò con una frase di Luciano Liggio: se esiste l'antimafia, esisterà anche la mafia...". 

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Marcello Dell'Utri

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Dieci anni prima di indicare Vittorio Mangano come suo eroe, Marcello Dell'Utri cita aforismi di un altro boss mafioso, il numero uno dei Corleonesi prima dell'avvento del duo Riina-Provenzano. E' il marzo del 1999 e la frase è una risposta alla domanda di Michele Santoro durante la trasmissione televisiva Moby Dick.

Nella prima parte della cronistoria (leggi qui) avevamo lasciato Dell'Utri nel 1980, intento a parlare di "cavalli" con lo 'stalliere' di Arcore. Tre mesi dopo quella telefonata Mangano finisce in carcere e ci resterà 11 anni.

113 MILIARDI DI LIRE ALLE HOLDING FININVEST. "MI AVVALGO DELLA FACOLTA' DI NON RISPONDERE"

Risale a quel periodo uno dei capitoli meno raccontati e più misteriosi della biografia di Silvio Berlusconi. Dal 1975 al 1983 nelle casse delle 37 holding che compongono la 'galassia Fininvest' arrivano 113 miliardi di vecchie lire. Chi finanzia e investe nel Cavaliere?  Il futuro quattro volte Presidente del Consiglio non ha mai chiarito.

Il 26 novembre 2002  viene interrogato a Palazzo Chigi dai pm di Palermo che stanno processando Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa: Berlusconi si avvale della facoltà di non rispondere. Nella sentenza di primo grado, che nel dicembre 2004 condanna Dell'Utri a nove anni di reclusione, c'è un passaggio che dice molto, forse tutto: "Il premier si è lasciato sfuggire l'imperdibile occasione di fare personalmente, pubblicamente e definitivamente chiarezza sulla delicata tematica, sulla correttezza e trasparenza del suo precedente operato di imprenditore che solo lui, meglio di qualunque consulente o testimone, e con ben altra autorevolezza e capacità di convincimento, avrebbe potuto illustrare. Invece, ha scelto il silenzio".

Prova a ricostruire il percorso del denaro il consulente della Procura di Palermo, all'epoca vicedirettore della Banca d'Italia del capoluogo siciliano, Francesco Giuffrida: la perizia viene depositata nel 1999. Si parla di "flussi di provenienza non indentificabile" e di "operazioni finanziarie anomale".

Nel 2006 la Fininvest intenta un'azione civile contro Giuffrida, ritirata l'anno successivo quando il consulente cambia radicalmente versione su quei 113 miliardi. Se nel 1999 quel denaro proveniva da una serie di donatori esterni "non identificabili", otto anni dopo le operazioni diventano "tutte ricostruibili e tali da escludere l'apporto di capitali di provenienza esterna al gruppo Fininvest".

Ma anche la seconda versione non risponde alla domanda principale: da dove arrivano quei soldi? Proventi di un investimento particolarmente ben riuscito?  Vendita di notevoli proprietà immobiliari? Donazione di qualche parente facoltoso? Come evidenzia la stessa sentenza di primo grado del processo Dell'Utri, Berlusconi "si è lasciato sfuggire l'imperdibile occasione di fare chiarezza...e ha scelto il silenzio"

IL "SEGNALE ACUSTICO" E LE ACCUSE DI RAPISARDA

Nel 1983 Dell'Utri torna da Berlusconi. Anni prima il litigio tra i due era stata provocato dal no del Cavaliere all'incarico dirigenziale richiesto dal braccio destro. Ora, nonostante il crack della Bresciano Costruzioni di cui Dell'Utri era ad, il Cavaliere lo promuove. Non gli viene conferito un incarico qualunque: diventa presidente e amministratore delegato di Pubblitalia '80, la concessionaria di pubblicità del nascente network televisivo di Silvio Berlusconi.

Secondo il pentito Angelo Siino (definito "il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra"), dopo il litigio con Dell'Utri Berlusconi (che "pagò ingenti somme di denaro a Cosa nostra in cambio della protezione alla sua persona e ai suoi familiari e per le sue tv fino al 1992" scrivono i giudici) viene preso di mira dalla mafia con richieste di denaro sempre più esose: tanto da provocare uno scontro in seno a Cosa Nostra tra il clan Pullarà (subentrati a Bontate, ucciso dai Corleonesi nella seconda guerra di mafia, nella reggenza della famiglia di Santa Maria del Gesù) e Vittorio Mangano che, nonostante sia in galera, non vuole mollare la presa su Arcore.

Scrive Peter Gomez nell'articolo del 24 giugno 2010 dal titolo Marcello Dell'Utri e i boss di Cosa Nostra. Dalle agende alle intercettazioni, ecco le prove: "Stando ai pentiti, Totò Riina, diventato capo dei capi dopo aver fatto fuori Bontate e i suoi uomini, scopre i rapporti dei Pullarà con Dell'Utri: indispettito per non essere stato informato, li mette da parte e affida a Cinà (clan Malaspina, da sempre legato a Dell'Utri, ndr) la gestione esclusiva di quel canale. Il suo obiettivo dichiarato è agganciare Bettino Craxi e dare una lezione alla Dc, non più affidabile. Nell'87 in Sicilia si verificherà un travaso di voti".

Il 28 novembre 1986 scoppia una bomba nella villa milanese di Berlusconi, in via Rovani. Nella celebre intercettazione Berlusconi-Dell'Utri, il Cavaliere dice: "E' stato Mangano...un chilo di polvere nera, una cosa rozzissima, ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto...Mi dispiacerebbe se i Carabinieri da un segnale acustico fanno una limitazione della libertà personale a lui". E' la seconda volta che la villa milanese finisce nel mirino: la prima il 26 maggio 1975. Secondo Fedele Confalonieri (oggi presidente di Mediaset) anche quell'ordigno era stato opera di Mangano, all'epoca domiciliato ad Arcore nella villa di Berlusconi. Ma nelle indagini non venne fuori alcun collegamento con lo 'stalliere', anche perchè quell'immobile era intestato ad uno dei prestanome del Cavaliere.  

Ma la seconda bomba non è opera di Mangano (all'epoca in galera): Cinà lo spiega a Dell'Utri che lo riferisce a Berlusconi. A piazzare l'ordigno è l'ala catanese di Cosa Nostra alleata dei Corleonesi: un altro segnale per "agganciare Craxi", legato a Berlusconi tanto da essersi speso in prima persona, minacciando la caduta del governo da lui presieduto, con l'emanazione dei famigerati decreti (1984-1985) che permettono a Canale 5, Italia 1 e Rete4 di trasmettere in contemporanea su tutto il territorio nazionale.

Nel 1987 Filippo Alberto Rapisarda (che aveva accolto Dell'Utri dopo il provvisorio addio a Berlusconi) rientra in Italia dalla latitanza. Al giudice istruttore che lo interroga riferisce che nel 1978 il boss Mimmo Teresi gli aveva confidato "che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in una azienda televisiva per cui servivano 10 miliardi". Nonostante la pesantissima accusa nè Dell'Utri nè Berlusconi presentano denuncia per calunnia nei suoi confronti. Non solo: dal 1990 al 1994 Rapisarda e Dell'Utri saranno soci in affari, costituendo due società immobiliari. Nello stesso periodo Rapisarda versa a Dell'Utri oltre 2 miliardi di lire.

LA TELEFONATA BERLUSCONI-DELLA VALLE: "PAGHEREI TRANQUILLO"

17 febbraio 1988: Berlusconi chiama Renato Della Valle, immobiliarista il cui telefono è intercettato.

DELLA VALLE - Come andiamo?; BERLUSCONI - Ma, guarda, vado male da un punto di vista fisico, perché mi è venuto... c'ho un'artrosi, più un... un po' di altri dolori. Mi sono bloccato sulla sinistra, dietro, tutto.

DELLA VALLE - Ma va! ; BERLUSCONI - E allora sono messo male fisicamente. E poi c'ho tanti casini in giro, a destra, a sinistra. Ce n'ho uno abbastanza grosso, per cui devo mandar via i miei figli, che stan partendo adesso per l'estero, perché mi han fatto estorsioni... in maniera brutta.

DELLA VALLE - Oh, Madonna!  BERLUSCONI - Una cosa che mi è capitata altre volte, dieci anni fa, e... Sono ritornati fuori.

DELLA VALLE - Eh, va be', no... hai St. Moritz, se no ti dicevo: se vuoi mandarli anche qui a casa mia, non ci son problemi, eh.  BERLUSCONI - Grazie, ma li mando molto più lontano.

DELLA VALLE - Ah. BERLUSCONI - Sai, siccome mi hanno detto che, se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me ed espongono il corpo in piazza del Duomo...

Più avanti Berlusconi dice: "No, no, ma io ti dico sinceramente che, se fossi sicuro di togliermi questa roba dalle palle, pagherei tranquillo, così almeno non rompono più i coglioni".

GLI ATTENTATI ALLA STANDA E LE AGENDE DEL BOSS BIONDO

Nei primi mesi del 1990 si verificano a Catania (dove comanda il boss Nitto Santapaola, legato ai Corleonesi) una serie di attentati contro la Standa, che fa parte del gruppo Fininvest, e la Rinascente (Fiat). Secondo i pm si attiva Dell'Utri (in quel periodo vengono riscontrati svariati viaggi nel capoluogo etneo): più di un pentito riferisce del presunto incontro tra il braccio destro di Berlusconi e il boss Santapaola.

Nel processo che segue l'azienda torinese ammette di essere stata oggetto di estorsione e di aver pagato il pizzo, costituendosi parte civile. Fininvest agisce nel modo opposto: nega l'estorsione e il pagamento del pizzo, nè si costituisce parte civile. Secondo le testimonianze rese da alcuni dipendenti dalla Standa, Cosa Nostra ha presentato richieste per oltre 2 miliardi di lire e il gruppo avrebbe pagato alcune centinaia di milioni.

Nello stesso periodo le rivelazioni del pentito Giovan Battista Ferrante consentono alla magistratura di perquisire un covo del clan mafioso di San Lorenzo (Palermo). Vengono ritrovate due agende del boss Salvatore Biondo in cui si legge: "Can. 5 per Regalo 990 / 5 mila". 5 milioni ricevuti da Fininvest nel 1990: è la 'traduzione' fornita dallo stesso Ferrante.

(Continua)

LA TERZA E ULTIMA PARTE dell'articolo ONLINE lunedì 10 GIUGNO

 

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Marcello Dell'Utri
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Marcello Dell'Utri
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