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Di Claudio Forleo | 18.06.2013 15:46 CEST

Il suo nome non figura tra i dieci imputati del processo di Palermo perchè ha richiesto di essere giudicato con la formula del rito abbreviato, che garantisce lo sconto di un terzo della pena in caso di condanna.

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Come per gli altri politici coinvolti nell'inchiesta, anche per Calogero Mannino l'accusa è di attentato a corpo politico dello Stato. Rispetto a Dell'Utri e Mancino (il secondo imputato per falsa testimonianza), la posizione dell'ex ministro Dc viene considerata quasi secondaria dall'opinione pubblica che si interessa alle vicende del 1992-1994.

In realtà Calogero Mannino viene considerato dalla Procura di Palermo l'ispiratore della trattativa, il politico che per salvarsi la vita avrebbe avviato i primi contatti, ben prima dei colloqui tra il Ros e Ciancimino.

IL PROCESSO PER CONCORSO ESTERNO: ASSOLTO,  MA "ACCETTÒ APPOGGIO ELETTORALE DAL BOSS"

Calogero Mannino è stato accusato del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Uscirà assolto dal processo, ma non 'pulito'. Leader della sinistra Dc in Sicilia, deputato per otto legislature (dal 1976 al 1992 con la Dc, dal 2006 al 2013 con l'Udc e il Gruppo Misto), ministro dell'Agricoltura (due volte), dei Trasporti e della Marina Mercantile. 

Nel 1994 viene indagato dalla Procura di Palermo, arrestato nel febbraio 1995 (22 mesi di custodia cautelare, 13 agli arresti domiciliari). Il reato è quello contestato ai colletti bianchi considerati collusi con Cosa Nostra: voti in cambio di favori. Nel 2001 Mannino viene assolto in primo grado con formula dubitativa ("è acquisita la prova che nel 1980-81 aveva stipulato un accordo elettorale con un esponente della famiglia agrigentina di Cosa Nostra, Antonio Vella" scrivono i giudici che lo assolvono in quanto "manca l'accertamento della controprestazione di Mannino...che l'accordo elettorale abbia avuto ad oggetto, la promessa di svolgere un'attività per il raggiungimento degli scopi di Cosa Nostra"). 

La stessa sentenza smonta la tesi difensiva secondo la quale Mannino "avrebbe sempre combattuto" i cugini Salvo, legati a Cosa Nostra. Viene ritenuto accertato che fu proprio Mannino, da assessore regionale alle Finanze, a garantire ai Salvo la concessione dell'esattoria di Siracusa.

Nel 2003 la Corte d'Appello lo condanna a 5 anni e 4 mesi di reclusione. Nel 2005 la Cassazione annulla (con rinvio) la sentenza per difetto di motivazione. Nel 2008 la Corte d'Appello  (insufficienza di prove) e nel 2010 la Suprema Corte assolvono Mannino,nel frattempo tornato in Parlamento.

L'esito del processo viene spesso utilizzato per gettare discredito sulla Procura di Palermo guidata dal 1993 al 1999 da Giancarlo Caselli. In realtà su Mannino, pur non essendo stati accertati reati dal punto di vista penale, è venuto fuori molto .

Dopo essere stato assolto con sentenza definitiva l'ex ministro  aveva presentato richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione. Ma la Corte d'Appello di Palermo (maggio 2012) ha respinto la richiesta con parole pesanti: "Non vi è dubbio che per un uomo politico di primo piano accettare consapevolmente l'appoggio elettorale di un esponente di vertice dell'associazione mafiosa e, a tal fine, dargli tutti i punti di riferimento per rintracciarlo in qualsiasi momento, integra gli estremi di colpa grave e costituisce, senza dubbio, condotta sinergica rispetto all'evento detenzione".

LA CONFIDENZA DEL MINISTRO: "ORA UCCIDONO ME O LIMA". L'OMICIDIO GUAZZELLI

Il 30 gennaio 1992 la Cassazione conferma la sentenza d'Appello e rende definitive la condanne del maxiprocesso. Nel mese di febbraio (prima dell'omicidio di Salvo Lima) Mannino riceve un 'omaggio' floreale anonimo: crisantemi. Lo racconta già nel 1995 il figlio Salvatore all'epoca in cui il padre è detenuto nel carcere di Rebibbia.

Nello stesso periodo si confida con Giuliano Guazzelli, maresciallo dei Carabinieri: "Ora uccidono me o Lima". Il 12 marzo tocca proprio al collega di partito, assassinato a Mondello (Palermo). Il 4 aprile viene ucciso anche Guazzelli, sulla strada che da Agrigento conduce a Porto Empedocle.  L'ipotesi dell'inchiesta palermitana è che il maresciallo sia stato ucciso come "ulteriore avviso" a Mannino.

Il 18 maggio 2012 Riccardo Guazzelli (figlio del maresciallo, un passato da consigliere provinciale di Agrigento, proprio nella Dc di Mannino) testimonia davanti alla quarta sezione del Tribunale di Palermo chiamata a giudicare il generale Mario Mori e il colonello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra. Guazzelli conferma: "Mio padre mi raccontò di avere incontrato Mannino prima dell'omicidio Lima, e questi gli disse: o uccidono me o uccidono Lima. Dopo l'assassinio di Lima, invece, in un altro incontro Mannino gli disse: hanno ammazzato Lima, potrebbero ammazzare anche me". 

Tra i due omicidi si inserisce la nota del Capo della Polizia Vincenzo Parisi, inviata al Ministero dell'Interno il 16 marzo 1992 e girata a prefetti, questori e ai servizi segreti, in cui si annuncia la strategia stragista di Cosa Nostra. Si fanno i nomi di svariati politici di primissimo piano, tra cui Calogero Mannino (leggi qui).

E' in questo periodo che Mannino utilizzerebbe i propri 'contatti istituzionali' per gettare le basi della trattativa, ottenendo l'effetto di spostare l'attenzione di Cosa Nostra verso altri obiettivi, diversi dai "politici che hanno tradito". 

Il 14 giugno 2013 il pentito Nino Giuffrè, braccio destro di Bernardo Provenzano, ha testimoniato al processo-quater sulla strage di via d'Amelio: "L'ex ministro Mannino era al secondo posto nella lista dei politici da eliminare fatta da Totò Riina, subito dopo Salvo Lima. Era ritenuto un traditore. Riina usava un'espressione emblematica per spiegare questo genere di tradimento. Parlava di 'mangiare nel piatto e poi sputarci''.

SUBRANNI-GUAZZELLI-MANNINO

Guazzelli viene considerato anche il tramite tra Mannino e Antonio Subranni, all'epoca numero 1 del Ros (imputato nel processo sulla trattativa) accusato da Agnese Borsellino di essere colluso con Cosa Nostra. La moglie di Paolo, recentemente scomparsa, lo dichiarò ai magistrati, riferendo una confidenza che le fece il marito pochi giorni prima di essere ucciso: "Ho visto la mafia in diretta, mi hanno detto che il generale Subranni era punciutu (affiliato a Cosa Nostra, ndr)". 

Nella testimonianza del maggio 2012 Guazzelli jr. ricorda altre cose: che al funerale del padre, Subranni e Pietro Vetrano (consigliere comunale Dc all'epoca) avrebbero discusso della delicatissima inchiesta mafia/appalti, che il padre allontanò in malo modo Angelo Siino (poi pentito, considerato il 'ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra') quando questi si presentò a casa loro, e che Bruno Contrada (numero tre del Sisde, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) avrebbe proposto a Guazzelli senior di entrare nei servizi segreti.

Scrivono Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza nell'articolo Un delitto per trattare del 17 marzo 2012: "All'inizio degli anni '90, ormai investigatore di punta ad Agrigento, il maresciallo (Guazzelli, ndr) è stimato da Subranni, al punto da essere considerato un effettivo collaboratore del Ros. A quel tempo, Subranni è un interlocutore abituale di Mannino, che ha problemi relativi alla sicurezza personale. Lo racconta lo stesso Subranni alla Commissione antimafia... Poco dopo la morte di Guazzelli, Mannino diventa frenetico: incontra più volte, a Roma, Subranni. Una volta, lo convoca insieme allo 007 Bruno Contrada. Colloqui segreti. E, soprattutto, informali. Poco tempo dopo, secondo i pm di Palermo, Mori, il vice di Subranni, contatta Vito Ciancimino, vicino al boss Binnu Provenzano, per avviare la trattativa che avrebbe, tra i protagonisti, lo stesso Mannino, autore di "pressioni per un ammorbidimento del 41 bis".

Alle accuse di essere l'ispiratore della trattativa, Mannino risponde: "Balle pazzesche, ricostruzione fantastica da piccolo romanzo d'appendice poliziesca".

Le indagini sull'omicidio del maresciallo Guazzelli  (condotte anche dal Ros) individuano i responsabili nella Stidda, organizzazione criminale (diversa da Cosa Nostra) che opera nelle province di Agrigento, Caltanissetta ed Enna: i primi arresti risalgono al dicembre 1992. Ma le successive dichiarazioni dei pentiti Brusca e Siino condurranno i giudici ad attribuire la responsabilità dell'omicidio alla Cupola (condanne definitive).

"QUESTA VOLTA CI FOTTONO. SU DI NOI CIANCIMINO HA DETTO LA VERITA'"

Nel 2012 la giornalista Sandra Amurri (poi candidata nelle liste di Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia) racconta ai magistrati di Palermo una conversazione ascoltata in un bar di Roma, riportata sulle colonne del Fatto Quotidiano: "Sono circa le 12,30 di mercoledì 21 dicembre (2011, ndr) quando arrivo alla pasticceria Giolitti in via degli Uffici del Vicario, a due passi da Piazza del Parlamento, dove ho appuntamento per ragioni di lavoro con l'onorevole Aldo Di Biagio di Fli... Poco dopo vedo arrivare, a passo lento, l'onorevole Calogero Mannino in loden verde, in compagnia di un signore dai capelli bianchi, occhiali, cappotto scuro taglio impermeabile e in mano un libro e dei fogli. Non so chi sia (è Giuseppe Gargani, già Dc poi Forza Italia e Udc, ndr)".

"I due stanno parlando - prosegue la Amurri - E continuano a farlo fermandosi in piedi accanto al mio tavolo. Mannino, che mi dà le spalle, dice con tono preoccupato e guardandosi più volte intorno sospettoso: 'Hai capito, questa volta ci fottono: dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perché hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perché questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello... il padre... di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione'".

 

Prossima puntata: Subranni e Mori, il Ros sotto accusa, online giovedì 20 giugno

LEGGI LE PRECEDENTI:

Marcello Dell'Utri, da Arcore alla nascita di Forza Italia (1a parte)

Marcello Dell'Utri, da Arcore alla nascita di Forza Italia (2a parte)

Marcello Dell'Utri, da Arcore alla nascita di Forza Italia (3a e ultima parte)

La mancata cattura di Bernardo Provenzano

Le stragi del 1993, la seconda trattativa (1a parte)

Le stragi del 1993, la seconda trattativa (2a parte)

Il Papello, le richieste di Cosa Nostra allo Stato

L'arresto e la mancata perquisizione del covo di Riina

Borsellino, l'Agenda Rossa e il depistaggio su via d'Amelio (prima parte)

Il depistaggio (seconda parte)

I 57 giorni di Paolo Borsellino

Da Lima a via d'Amelio, inizia la prima trattativa

Quando tutto ebbe inizio: il maxiprocesso e i veleni sul pool antimafia

Calogero Mannino
(Foto: Wikimedia Commons (CC-BY) / Massimiliano Scarabeo)
Imputato nel processo sulla trattativa: ha chiesto il rito abbreviato
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia citata la fonte
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