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Di Claudio Forleo | 27.06.2013 15:45 CEST

Nel tentativo di raccontare a 360 gradi la storia della trattativa fra stato e mafia, non si può prescindere dal dedicare ampio spazio a quanto avvenuto il 21 giugno 1989. Prima della sentenza defintiva sul maxiprocesso, prima dell'attentato a Salvo Lima, prima di riuscirci a Capaci, qualcuno provò ad uccidere Giovanni Falcone.

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Possiamo sostenere che fu Cosa Nostra ad attentare alla vita del magistrato e di alcuni colleghi, ma non possiamo essere certi che quel giorno, quando il tentativo fallì, ad essere contrariata fu solo la mafia.

I FATTI

E' il 1989, l'anno del 'corvo' e delle infamie che ricadono su Giovanni Falcone (leggi). Per l'estate il magistrato ha affittato una villa all'Addaura, una frazione di Palermo: il 21 giugno è in compagnia dei colleghi Carla Del Ponte (che diventerà procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia) e Claudio Lehmann: stanno collaborando ad una indagine sul riciclaggio di denaro mafioso (denominata Pizza Connection) e sono a Palermo per una rogatoria.  Della 'trasferta' all'Addaura (poi annullata) si era parlato il giorno prima in Procura:  il 21 giugno gli agenti della scorta ritrovano sulla scogliera antistante la villa 75 candelotti di tritolo.

Nell'estate dei veleni contro Falcone la notizia del fallito attentato diventa un'arma per i detrattori del magistrato: "se l'è fatto da solo", "vuole fare il martire", "punta all'avanzamento di carriera". Chi lo dice? Sono voci che vengono fatte circolare ad arte, un 'trattamento mafioso' utilizzato spesso nei confronti delle vittime, soprattutto dopo la morte. Le storie di Giuseppe Fava (assassinato nel 1984) e don Peppe Diana (1994) sono esempi  in tal senso.  Ne incroceremo altri due nel prosieguo di questa storia.

Ma non sono solo 'voci' indistinte a mettere in dubbio che quel tritolo potesse uccidere. "Resta il dato sconcertante costituito dalla circostanza che autorevoli personaggi pubblici investiti di alte cariche si siano lasciati andare a così imprudenti dichiarazioni" scrive la Cassazione sull'Addaura nella sentenza dell'ottobre 2004. Chi sono gli 'autorevoli personaggi' citati dalla Suprema Corte? Domenico Sica, Francesco Misiani (dell'Alto Commissariato Antimafia) e Mario Mori. Non è un caso di omonimia: si tratta dello stesso generale (al tempo colonnello dei Carabinieri) oggi imputato nel processo di Palermo sulla trattativa e in un altro procedimento con l'accusa di favoreggiamento a Cosa Nostra (leggi).

Secondo i giudici della Suprema Corte i tre "si lasciarono andare a imprudenti dichiarazioni", sostenendo la "non funzionalità dell'ordigno" e "contribuirono indirettamente a fornire lo spunto ai molteplici nemici e detrattori del Giudice per inventare la tesi dell'attentato falso o simulato".

Fu Cosa Nostra a piazzare quei candelotti all'Addaura? Il pensiero di Falcone era il seguente: "Menti raffinatissime tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi.... Sto assistendo all'identico meccanismo che portò all'eliminazione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa...Il copione è quello. Basta avere gli occhi per vedere" dichiarò in un'intervista rilasciata a Saverio Lodato sull'Unità.

"DUE GRUPPI DAVANTI ALLA VILLA DI FALCONE",  IL DNA CONTAMINATO

La vicenda torna in primo piano grazie alle indagini della Procura di Palermo. E' il maggio 2010.

"La scena del crimine è da spostare di ventiquattro ore: la borsa con i candelotti di dinamite è stata sistemata sugli scogli non il 21 giugno del 1989 ma la mattina prima, il 20 giugno. E, da quello che sta emergendo dalle investigazioni, sembra che fossero due i 'gruppi' presenti quel giorno davanti alla villa di Falcone. Uno era a terra, formato da mafiosi della famiglia dell'Acquasanta e da uomini dei servizi segreti. E l'altro era in mare, su un canotto giallo o color arancio con a bordo due sub. I due sommozzatori non erano di "appoggio" al primo gruppo: erano lì per evitare che la dinamite esplodesse. Non c'è certezza sull'identità dei due sommozzatori ma un ragionevole sospetto sì: uno sarebbe stato Antonino Agostino, l'altro Emanuele Piazza" scriveva Attilio Bolzoni su Repubblica del 7 maggio 2010.

Nel 2011 la notizia che il dna prelevato sulla muta da sub, ritrovata nel 1989 sugli scogli dell'Addaura, non corrisponde a quello di Agostino. Ma nel novembre 2012 nuove indiscrezioni (pubblicate da Salvo Palazzolo su Repubblica) tornano ad alimentare i sospetti: il reperto sulla traccia di dna estratta dal polsino della muta è stato contaminato durante alcuni accertamenti.

AGOSTINO E PIAZZA

Agostino e Piazza nel 1989 sono due agenti del Sisde. Il primo venne assassinato (assieme alla moglie Ida, incinta di cinque mesi) appena 45 giorni dopo il fallito attentato all'Addaura, il 5 agosto 1989. Ad oggi nessuno ha pagato per l'uccisione di Ida e Antonino Agostino. Le prime indagini sull'agguato seguirono una strana "pista passionale".

Emanuele Piazza scompare nel nulla il 15 marzo 1990, vittima di 'lupara bianca'. Anche in questo caso le prime indagini seguono la pista passionale: sarebbe scappato con una donna in Tunisia. Ma Piazza non è scappato, è stato strangolato e il suo corpo sciolto nell'acido in uno scantinato di un casolare vicino Capaci. Lo racconterà il pentito, esecutore materiale del delitto, Francesco Onorato.

A capo della Squadra Mobile di Palermo che segue le false piste dei delitti passionali c'è Arnaldo La Barbera, indicato da un fascicolo dei servizi segreti come la fonte "Catullo" del Sisde. La Barbera sarà messo alla guida del Gruppo Falcone-Borsellino che indagherà sulle stragi del 1992 e che indicherà nel falso pentito Vincenzo Scarantino l'autore del furto della 126 utilizzata per la strage di via d'Amelio (leggi)

Perchè furono assassinati Antonino Agostino ed Emanuele Piazza? "Agostino è stato ucciso perché voleva rivelare i legami mafiosi con alcuni della questura di Palermo. Anche sua moglie sapeva: per questo hanno ucciso anche lei" dichiara il pentito Oreste Pagano. Poche ore dopo l'agguato casa Agostino venne perquisita. Vincenzo Agostino, padre di Antonino, ricorda di aver trovato nel portafoglio del figlio un appunto in cui c'era scritto "se mi succede qualcosa andate a guardare nell'armadio della mia stanza da letto". 

L'ordine di eliminare Piazza partirebbe, secondo la testimonianza resa da Onorato, da Salvatore Biondino, capomandamento di San Lorenzo, condannato nel 2003 come esecutore del fallito attentato all'Addaura. "(Biondino) mi disse che lo aveva saputo dalle Istituzioni che era uno pericoloso e quindi bisognava... Biondino aveva rapporti sì (con le istituzioni), perché diverse volte veniva, 'sta sera non dormite a casa, perché c'è una perquisizione, oppure ci sono mandati di cattura. ... Io, quando c'è stato il mandato di cattura Salvo Lima, non mi hanno trovato a casa..." la risposta di Onorato alla domanda dei pm.

NELL'ARMADIO DI AGOSTINO: "UNA FRECA DI CARTE CHE HO DISTRUTTO"

Leggiamo sul sito Antimafia Duemila in un articolo di Lorenzo Baldo del 5 agosto 2011: "Per dipanare le molteplici ombre i magistrati si trovano oggi a doversi interfacciare, oltre che con i mafiosi e con alcuni collaboratori di giustizia, anche con uomini delle forze dell'ordine che con il loro agire hanno inevitabilmente inquinato il corso delle indagini sull'omicidio Agostino. Uno di questi è l'ex collega, nonché amico di Antonino Agostino, Guido Paolilli, iscritto tre anni fa nel registro degli indagati con l'accusa di favoreggiamento aggravato. Paolilli era tra l'altro persona di fiducia di Bruno Contrada e a suo tempo aveva testimoniato in sua difesa nel processo a suo carico. La sua iscrizione nel registro degli indagati era scattata in seguito ad una conversazione intercettata a marzo del 2008 nella sua abitazione di Montesilvano (Pe). Quella sera il televisore di Paolilli era sintonizzato su Rai1 e stava trasmettendo  la testimonianza di Vincenzo Agostino che rammentava l'esistenza di un biglietto trovato nel portafogli del figlio:...Il figlio di Paolilli aveva chiesto al padre: 'Cosa c'era in quell'armadio?' e il padre gli aveva risposto: 'Una freca di carte che ho distrutto".

 

BRUNO CONTRADA E OLIVIERO TOGNOLI

Bruno Contrada è stato condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa per il suo "contributo sistematico e consapevole alla conservazione e al rafforzamento di Cosa Nostra". Che legame c'è tra  Contrada e il fallito attentato all'Addaura?

Numero 1 della squadra Mobile di Palermo negli anni Settanta, già al vertice della Criminalpool, nel 1989 Contrada è numero 3 del Sisde, per cui lavorano Agostino e Piazza, e punto di riferimento di Paolilli.

Contrada sarà arrestato nel dicembre 1992, ma i sospetti su di lui risalgono ad almeno dieci anni prima. Già nel 1984 Tommaso Buscetta accenna a Falcone delle collusioni di Contrada, rivelazioni confermate anche dall'altro pentito-simbolo degli anni Ottanta, Francesco Marino Mannoia.

Un'altra conferma arriva nel febbraio 1989, quattro mesi prima dell'Addaura, per bocca di Oliviero Tognoli. E' un imprenditore, coinvolto nelle indagini sulla Pizza Connection (di cui discutono Falcone, Del Ponte e Lehmann il giorno del fallito attentato), come riciclatore del denaro di Cosa Nostra. Nell'interrogatorio reso il 3 febbraio 1989 a Lugano davanti a Falcone, Del Ponte e Ayala, Tognoli rivela di essere sfuggito all'arresto alcuni mesi prima grazie ad una 'soffiata' arrivata necessariamente da "un uomo delle istituzioni".

Chiuso il verbale Falcone chiede il nome della 'talpa'. Tognoli non risponde ma il magistrato fa il nome di Contrada: l'imprenditore fa cenno di sì con la testa. Falcone vuole verbalizzare ma Tognoli si rifiuta. Tre mesi dopo cambierà versione, sostenendo che ad avvertirlo fu suo fratello.

Nella sentenza di condanna a carico di Contrada si fa cenno all'Addaura. In particolare si sottolinea come Falcone indicò ai magistrati di Caltanissetta la causa dell'attentato: l'indagine Pizza Connection. I giudici ritengono provato lo specifico fatto contestato a Contrada nella vicenda Tognoli.

"FACCIA DA MOSTRO"

C'è un altro mistero: "faccia da mostro". Un presunto 007 (dal viso sfigurato, da qui il soprannome) che sarebbe stato presente il 21 giugno 1989 all'Addaura, non con l'intento di salvare la vita al magistrato, e che avrebbe avuto un ruolo nell'omicidio Agostino ("Un uomo con i capelli biondi, dal viso orribilmente butterato" ricorda il padre Vincenzo, è andato a cercare Antonino a casa sua mentre era in viaggio di nozze). Il pentito Vito Lo Forte nel 2010 lo individua in un dirigente di Polizia in pensione di cui si conosce il cognome: Aiello. I dubbi sull'indicazione di Lo Forte sono numerosi. Anche Vincenzo Agostino non riconosce con certezza Aiello (gli viene mostrata una foto del poliziotto che risale a prima dell'incidente che gli ha deturpato il viso). E il mistero di "faccia da mostro" prosegue.

 

PROSSIMA PUNTATA: Trattativa, la pista eversiva. Online mercoledì 3 luglio

 

Leggi le precedenti:

Calogero Mannino, è lui l'ispiratore della trattativa?

Marcello Dell'Utri, da Arcore alla nascita di Forza Italia (1a parte)

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La mancata cattura di Bernardo Provenzano

Il Ros sotto accusa: Antonio Subranni e Mario Mori 

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Il Papello, le richieste di Cosa Nostra allo Stato

Il contro-papello di Vito Ciancimino

L'arresto e la mancata perquisizione del covo di Riina

Borsellino, l'Agenda Rossa e il depistaggio su via d'Amelio (prima parte)

Il depistaggio (seconda parte)

I 57 giorni di Paolo Borsellino

Da Lima a via d'Amelio, inizia la prima trattativa

Quando tutto ebbe inizio: il maxiprocesso e i veleni sul pool antimafia

 

falcone
(Foto: Wikipedia / )
Giovanni Falcone
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