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Di Claudio Forleo | 10.07.2013 20:41 CEST

Il 22 aprile 2013, 48 ore dopo la storica rielezione al Quirinale, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano viene ulteriormente gratificato dalla notizia della distruzione dei file audio contenenti la sua voce e quella di Nicola Mancino, ministro dell'Interno nel 1992 e imputato per falsa testimonianza nel processo sulla trattativa Stato mafia.

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E' il capitolo finale, forse il più disarmante: per ottenere quello che voleva Napolitano è arrivato a sollevare un assurdo conflitto d'attribuzione fra poteri dello Stato nei confronti della Procura di Palermo, piegando al suo volere la Corte Costituzionale che, per mezzo di una cervellotica sentenza, viene costretta a inventarsi una nuova interpretazione della Carta.

Gli effetti collaterali sono devastanti: la Procura più bersagliata d'Italia, i magistrati più delegittimati (Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Lia Sava, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene) vengono lasciati ancora più soli. Passa, agli occhi di una opinione pubblica distratta (o peggio, disinteressata), il messaggio che i pm siciliani hanno sbagliato, si sono comportati male, invadendo un campo che non era di loro competenza. Quando la realtà dei fatti è ben diversa: c'è un ex ministro che non esita a coinvolgere la più alta carica dello Stato e il suo entourage pur di ricevere protezione. E, cosa ben più grave, dall'altro capo del telefono trova terreno fertile.

Viene lanciato un messaggio inquietante, già arrivato a destinazione quando i magistrati si chiamavano Falcone e Borsellino: non toccare i fili. La Procura di Palermo ha più volte ribadito che le intercettazioni Napolitano-Mancino non contenevano nulla di penalmente rilevante,  ma la forza d'urto messa in campo dal Presidente della Repubblica per ottenere la distruzione di quelle telefonate lascia un dubbio più che legittimo e una domanda che non troverà mai una risposta definitiva: che cosa voleva nascondere il Capo dello Stato?


GIUGNO 2012, LA NOTIZIA PUBBLICATA DA PANORAMA

Il caso esplode nel giugno 2012. Il primo a dare la notizia è il settimanale Panorama (20 giugno). E' un passaggio fondamentale perchè, mesi dopo, il Procuratore Generale della Cassazione (che avrà un ruolo nella vicenda) promuoverà un'azione disciplinare nei confronti del pm Nino Di Matteo, accusato di aver "ammesso l'esistenza delle telefonate tra l'ex ministro Mancino e il capo dello Stato" in un'intervista comunque successiva (22 giugno, Repubblica) all'uscita della notizia su Panorama e su altri organi di stampa.

 

DICEMBRE 2011 - FEBBRAIO 2012: MANCINO 'BERSAGLIA' D'AMBROSIO

Nei giorni che seguono i giornali pubblicano le intercettazioni fra Mancino (è suo il telefono sotto controllo) e Loris D'Ambrosio: dalla fine del 2011 l'ex ministro è in costante contatto con il consigliere giuridico del Quirinale. Lamenta una "mancanza di tutela" nei suoi confronti, prova a coinvolgere l'allora Procuratore Nazionale Antimafia affinchè "avochi" l'indagine sulla trattativa e la sfili alla Procura di Palermo, ma Piero Grasso spiega che non è nei suoi poteri. L'ex ministro allora chiede che il Procuratore Nazionale coordini le indagini, ma quello che non sa, o finge di ignorare, è che il "coordinamento fra Procure" (Palermo, Caltanissetta e Firenze) esiste già da mesi (ratificato dal Csm nel luglio 2011).

Mancino insiste con D'Ambrosio che gli risponde così: "Si faccia il Natale tranquillo, tanto questi non arriveranno a niente, stanno facendo solo confusione".

Nel febbraio 2012 Mancino, deponendo al processo Mori, sostiene di non essere venuto a conoscenza nell'estate del 1992 dei contatti Ros-Ciancimino. Claudio Martelli, all'epoca dei fatti ministro della Giustizia, lo smentisce. Mancino richiama D'Ambrosio che gli assicura che interverrà su Grasso. L'ex ministro non molla l'osso e dice chiaro e tondo: "Vorrei evitare che venisse accolta l'istanza di un ulteriore confronto con Martelli che dice colossali bugie".

 

MARZO 2012, D'AMBROSIO E IL SUGGERIMENTO DI NAPOLITANO: "MA LEI HA PARLATO CON MARTELLI?"

Il 5 marzo D'Ambrosio lo assicura che il Presidente "se l'è presa a cuore la questione....adesso sento il Presidente...e provo a chiamare Grasso".

Passa una settimana e D'Ambrosio spiega a Mancino di aver ottemperato, di aver parlato con entrambi  ma di "non vedere molti spazi" per accontentarlo nè sul coordinamento nè tantomeno sull'avocazione.

Il consigliere giuridico del Quirinale ribadisce: "Dopo aver parlato col Presidente riparlo anche con Grasso e vediamo un po'... lo vedrò nei prossimi giorni. Però, lui... proprio oggi dopo parlandogli, mi ha detto: 'Ma sai, lo so, non posso intervenire'... Capito? Quindi mi sembra orientato a non intervenire. Tant'è che il Presidente parlava di... come la Procura nazionale sta dentro la Procura generale (della Cassazione, ndr), di vedere un secondo con Esposito..."

Vitaliano Esposito in quel momento è il Pg della Cassazione: è lui ad avere poteri di controllo sulla Procura Nazionale Antimafia.

Nel corso della telefonata  c'è un passaggio in cui D'Ambrosio sembra suggerire a Mancino di concordare una versione con Martelli. Un suggerimento che arriverebbe da Napolitano in persona: "Qui il problema che si pone è il contrasto di posizione oggi ribadito pure da Martelli... e non so se mi sono spiegato (...) la posizione di Martelli... tant'è che il Presidente ha detto: "Ma lei ha parlato con Martelli?"... eh... indipendentemente dal processo diciamo così".

 

APRILE 2012: LA LETTERA AL PG DELLA CASSAZIONE, "A DISPOSIZIONE" DI MANCINO

Il 3 aprile Mancino invia una lettera al Quirinale. 24 ore dopo viene girata direttamente al Pg della Cassazione Esposito, con annessa nota del Quirinale. A inviarla è il segretario generale del Quirinale Donato Marra: "Illustre Presidente, per incarico del Presidente della Repubblica trasmetto la lettera con la quale Nicola Mancino si duole del fatto che non siano state fin qui adottate forme di coordinamento delle attività svolte da più uffici giudiziari sulla cd. 'trattativa' (è falso, ndr) che si assume intervenuta fra soggetti istituzionali ed esponenti della criminalità organizzata a ridosso delle stragi del 1992-'93. ...Il Capo dello Stato auspica possano essere prontamente adottate iniziative che assicurino la conformità di indirizzo delle procedure ai sensi degli strumenti che il nostro ordinamento prevede". 

Definirla un'entrata a gamba tesa è riduttivo, anche perchè Napolitano (o D'Ambrosio) avrebbe potuto suggerire a Mancino di inviare la missiva per conto suo. Invece la lettera sul tavolo del Pg della Cassazione arriva direttamente dalla Presidenza della Repubblica: fa tutto un altro effetto. Le preoccupazioni e le doglianze dell'ex ministro diventano le preoccupazioni e le doglianze del Capo dello Stato.

Mancino aveva già provveduto per conto proprio. Il 15 marzo telefona direttamente ad Esposito: il tono della conversazione non è propriamente istituzionale. Esposito:  "Sono chiaramente a sua disposizione... Se vuole venirmi a trovare, quando vuole". Mancino: "Guagliò come vengo, vado sui giornali". Esposito: "Ahahahah, ho capito" 

Il 5 aprile D'Ambrosio spiega a Mancino che la lettera è stata inviata e che la nota è stata concordata con Gianfranco Ciani (il quale smentirà): una settimana più tardi il plenum del Csm (all'unanimità) indicherà Ciani come sostituto di Esposito alla Procura Generale della Cassazione. Lo stesso Ciani che nel marzo 2013 promuoverà l'azione disciplinare nei confronti di Di Matteo.

Una settimana dopo la nomina Ciani convoca Grasso (è il 19 aprile 2012) e si fa portavoce delle richieste del futuro imputato per falsa testimonianza. Grasso risponde per iscritto a maggio, ribadendo che "nessun potere di coordinamento può consentire al Pna di dare indirizzi investigativi e ancor meno influire sulle valutazioni degli elementi di accuse acquisiti dai singoli uffici giudiziari". 

La prima parte della vicenda si chiude qui e si apre il secondo capitolo, quando le mosse di D'Ambrosio e del Quirinale diventano di pubblico dominio, così come l'esistenza delle intercettazioni fra Giorgio Napolitano e Nicola Mancino (quattro in totale).

 

D'AMBROSIO AL FATTO: "NON POSSO DIRE NULLA DEI MIEI COLLOQUI CON NAPOLITANO. PERSINO SE I MAGISTRATI MI CHIEDESSERO QUALCOSA..."

Il 16 giugno 2012 una nota del Quirinale "ribadisce che ovvie ragioni di correttezza istituzionale rendono naturale il più rigoroso riserbo, da parte dei consiglieri, circa i loro rapporti con il Capo dello Stato. Parlare a questo proposito di 'misteri del Quirinale' è soltanto risibile".

Proprio il 16 giugno Il Fatto pubblica una intervista di Marco Lillo a Loris D'Ambrosio. Il consigliere giuridico è in difficoltà: "E' vero che Mancino mi ha insistentemente chiamato e ha scritto molte lettere al presidente. Ed è vero che io più volte l'ho 'girato' sui procuratori competenti (Caltanissetta, Firenze e Palermo) e sul procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Nessuno, né io né tanto meno il presidente, ha mai fatto ingerenze su questa questione. Non posso dire nulla sul contenuto dei miei colloqui con il capo dello Stato. Le dico di più, persino se i magistrati mi chiedessero queste cose io sarei in imbarazzo e dovrei chiedere al presidente se posso rispondere o no".

Il 21 giugno (da l'Aquila) Napolitano è protagonista di una uscita rabbiosa: "Negli ultimi giorni si è alimentata una campagna di insinuazioni e sospetti nei confronti del Presidente della Repubblica e dei suoi collaboratori, una campagna costruita sul nulla....tutti coloro che sono intervenuti, e stanno intervenendo avendo seria conoscenza del diritto e delle leggi e dando una lettura obiettiva dei fatti, hanno ribadito la assoluta correttezza del comportamento della Presidenza della Repubblica ispirata soltanto a favorire la causa dell'accertamento della verità anche su quegli anni....Continuerò - perché è mio dovere ed è mia prerogativa - ad operare affinché vada avanti nel modo più corretto e più efficace, anche attraverso i necessari coordinamenti, l'azione della magistratura. I cittadini possono essere tranquilli che io terrò fede ai miei doveri costituzionali".

Ciò che colpisce è che, nonostante D'Ambrosio spenda il nome di Napolitano in più di una conversazione intercettata, il Presidente della Repubblica non prende mai le distanze dal suo consigliere. Nè D'Ambrosio si prende la responsabilità di aver detto certe cose a Mancino solo per 'levarselo di torno'.

 

LUGLIO 2012, NAPOLITANO SOLLEVA IL CONFLITTO D'ATTRIBUZIONE

Mentre gran parte della stampa italiana fa a gara per dare ragione al Presidente della Repubblica, il 16 luglio Napolitano 'sgancia' la bomba. Il Quirinale solleva il conflitto d'attribuzione fra poteri dello Stato nei confronti della Procura di Palermo.

Nei giorni successivi la notizia data da Panorama (20 giugno), l'Avvocatura dello Stato contatta il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo per avere chiarimenti. La risposta non fornisce nulla di nuovo: negli atti depositati la voce di Napolitano non c'è, ma non ne viene esclusa la presenza fra i documenti 'non penalmente rilevanti' che dovranno essere portati in Camera di Consiglio, a disposizione delle parti (come prevede la legge) .

Nel testo del decreto in cui solleva il conflitto d'attribuzione si chiede l'immediata distruzione delle conversazioni intercettate (di cui nessuno conosce il contenuto, a parte pochi magistrati e gli addetti ai lavori) poichè comporterebbero "lesione delle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica".


IL PRECEDENTE CON BERTOLASO

Il Capo dello Stato ritiene "inviolabili" le proprie conversazioni (nonostate si tratti di intercettazioni indirette, è il telefono di Mancino ad essere sotto controllo) e sostiene che il caso in questione possa portare alla creazione di un pericoloso precedente.

Ma un precedente c'è già e riguarda proprio Napolitano, intercettato nel 2009 con Guido Bertolaso, ex capo della Protezione Civile (sono i giorni successivi al terremoto dell'Aquila). Lo ricorda Salvatore Borsellino, fondatore delle Agende Rosse, in piazza Farnese a Roma, il 15 dicembre 2012: "Dal Capo dello Stato ci saremmo aspettati che venisse spianata la strada verso la verità. Invece, con il conflitto d'attribuzione, è arrivato un vero e proprio macigno. Ci hanno detto che queste intercettazioni non sono penalmente rilevanti. Ma già in altre occasioni il Presidente venne intercettato indirettamente, ma allora non sollevò alcuna obiezione. Perchè questa ansia? Perchè questo panico? Forse queste intercettazioni contengono giudizi sui magistrati di Palermo, o sui parenti delle vittime che si agitano in cerca della verità. Se non renderà pubbliche quelle intercettazioni rimarrà il sospetto in noi che, anche se penalmente irrilevanti, quelle conversazioni possano portare delle ombre su quello che dovrebbe essere il Presidente di tutti gli italiani".

Il 26 luglio 2012 muore Loris D'Ambrosio, stroncato da un infarto. Per il Capo dello Stato è un'occasione per attaccare la "campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose cui era stato di recente pubblicamente esposto, senza alcun rispetto per la sua storia e la sua sensibilità di magistrato intemerato, che ha fatto onore all'amministrazione della giustizia del nostro Paese".

 

DICEMBRE 2012, LA CORTE COSTITUZIONALE FA LE CAPRIOLE PER DARE RAGIONE A NAPOLITANO

Appena cinque mesi dopo il ricorso (un tempo record per la pachidermica Corte), la Consulta ha già il verdetto in mano: il ricorso della Presidenza della Repubblica viene accolto, i file contenenti le intercettazioni devono essere distrutti immediatamente, senza metterle a disposizione delle parti.

Nelle motivazioni della sentenza, pubblicate a gennaio, la Consulta fa le capriole, pur di dar ragione al Presidente. Sostiene che, per proteggere le funzioni e prerogative del Capo dello Stato, la Procura di Palermo avrebbe dovuto consegnare le intercettazioni al giudice che ne avrebbe disposto l'immediata distruzione "senza sottoposizione della stessa al contraddittorio tra le parti e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del contenuto delle conversazioni intercettate".

In pratica tanto la Corte Costituzionale (che il presidente Napolitano) vogliono che la Procura di Palermo violi la legge.

Secondo la Corte "il Presidente delal Repubblica è al di fuori dei tradizionali poteri dello Stato....deve poter contare sulla riservatezza assoluta delle proprie comunicazioni, non in rapporto a una specifica funzione, ma per l'efficace esercizio di tutte". Rendere pubbliche le intercettazioni "sarebbe estremamente dannoso non solo per la figura e per le funzioni del Capo dello Stato, ma anche, e soprattutto, per il sistema costituzionale complessivo che dovrebbe sopportare le conseguenze dell'acuirsi delle contrapposizioni e degli scontri".

In nessun modo quelle intercettazioni possono essere rivelate all'opinione pubblica: "È chiaro dunque come, specie ai livelli di protezione assoluta che si sono riscontrati riguardo alle comunicazioni del Presidente della Repubblica, già la semplice rivelazione ai mezzi di informazione dell'esistenza delle registrazioni costituisca un vulnus che deve essere evitato".

Dopo aver ricevuto l'appellativo di Re Giorgio nientemeno che dal New York Times (dicembre 2011), anche la Consulta certifica l'incoronazione del Presidente della Repubblica.

I legali di Massimo Ciancimino (imputato nel processo sulla trattativa, quindi parte in causa) presentano ricorso: la distruzione delle intercettazioni lede il diritto di difesa. La Cassazione respinge e il 22 aprile 2013 i file audio vengono eliminati nel carcere dell'Ucciardone a Palermo.

La storia si chiude, le intercettazioni sono state distrutte, un pezzo di verità anche.


ULTIMA PUNTATA, Una certezza: la trattativa ci fu, online il 14 luglio.

 

LEGGI LE PRECEDENTI:

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La pista eversiva: l'indagine Sistemi Criminali

Marcello Dell'Utri, da Arcore alla nascita di Forza Italia (1a parte)

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Calogero Mannino, è lui l'ispiratore della trattativa? 

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I 57 giorni di Paolo Borsellino

Da Lima a via d'Amelio, inizia la prima trattativa

Prima della trattativa: Addaura, il fallito attentato a Giovanni Falcone

Quando tutto ebbe inizio: il maxiprocesso e i veleni sul pool antimafia

 

Napolitano
(Foto: REUTERS / /Tony Gentile )
Napolitano
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