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Di Alessandro Martorana | 15.07.2013 14:16 CEST

UPDATE (ore 15:00 del 15.07.2013). Spotify ha affidato la propria replica ad un comunicato inviato a TechCrunch oggi: "L'obiettivo di Spotify è quello di far crescere un servizio che la gente ami e che in fin dei conti sia disposta a pagare, e che possa fornire all'industria musicale il supporto finanziario necessario ad investire in nuovi talenti e nuova musica. Vogliamo aiutare gli artisti a connettersi coi loro fan, trovare nuovo pubblico, accrescere la propria base di ammiratori e riuscire a vivere con la musica che tutti noi amiamo. In questo momento siamo ancora nelle fasi preliminari di un progetto a lungo termine che sta già avendo un impatto largamente positivo sugli artisti e la nuova musica". 

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"Abbiamo già pagato 500 milioni di dollari ai detentori dei diritti fino ad ora, e per la fine del 2013 questa cifra raggiungerà 1 miliardo di dollari. Gran parte di questo denaro viene investito per promuovere nuovi talenti e produrre nuova grande musica. Siamo impegnati al 100% a rendere Spotify un servizio il più artist-friendly possibile, e parliamo costantemente con artisti e manager del modo nel quale possiamo aiutarli a costruire le loro carriere". 

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Il cantante dei Radiohead Thom Yorke ha sempre avuto idee molto chiare sulla diffusione della musica in rete, e non si è mai fatto pregare per esprimerle: "Spesso penso che la ragione per la quale la gente si dà alla pirateria è perché vuole accesso a della buona musica, e non ce l'hanno perché la radio è davvero una m***a!", dichiarò qualche tempo fa.

Ma adesso il cantante inglese, che con la sua band ha venduto decine di milioni di dischi, ha intrapreso un'iniziativa clamorosa: insieme con lo storico produttore dei Radiohead Nigel Godrich ha annunciato via Twitter l'intenzione di rimuovere dal catalogo di Spotify il suo album d'esordio da solista The Eraser e tutta la musica degli Atoms for Peace, il progetto che oltre a Yorke e Godrich vede coinvolti anche il bassista dei Red Hot Chili Peppers Flea, il batterista di Beck Joey Waronker ed il percussionista brasiliano Mauro Refosco.

"Siamo fuori da Spotify. Non potevamo più farlo. È una piccola insignificante ribellione. La ragione è che i nuovi artisti non vengono pagati un ca**o con questo modello. È un'equazione che semplicemente non funziona", ha scritto Godrich sulla sua pagina Twitter.

I Radiohead si sono sempre distinti come un gruppo all'avanguardia nella diffusione della musica via internet. Il loro settimo album "In Rainbows" venne rilasciato nell'ottobre 2007 tramite il loro sito internet: ai fan veniva data la possibilità del "pay what you want", paga ciò che vuoi, anche nulla. Soltanto nel primo giorno il disco fu scaricato circa 1,2 milioni di volte, e secondo dati non ufficiali nei circa due mesi nei quali restò disponibile gli utenti pagarono un prezzo medio di 4 sterline a copia.

Il grande numero di download non impedì comunque all'album di ottenere un grande successo quando, circa due mesi dopo, venne rilasciato anche attraverso i canali "tradizionali" in tutto il mondo: "In Rainbows" arrivò al numero 1 in classifica in Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Canada ed Irlanda.

"Per me - scrive Thom York su Twitter - 'In Rainbows' è stata una dimostrazione di fiducia. La gente valuta ancora la nuova musica. Questo è ciò che vorremmo da Spotify. Non rendeteci il bersaglio. Stiamo difendendo i nostri colleghi musicisti".

La decisione dei due musicisti ha ovviamente suscitato un certo dibattito su internet nelle ultime ore, dividendo gli utenti: si va da chi non apprezza l'iniziativa (pochi), agli indecisi moderatamente favorevoli (un po' di più) sino a chi approva incondizionatamente, e lancia anche avvertimenti che dovrebbero suonare come un forte monito per chi vende musica in rete: "Giusto perché Spotify lo sappia, se altri dei miei artisti preferiti come Nigel Godrich e Thom Yorke dovessero continuare ad andare via, i miei 10 dollari al mese non sarebbero più giustificati", scrive un utente del servizio di streaming musicale.

Thom Yorke su Twitter
Thom Yorke su Twitter

Spotify, che non ha ancora ufficialmente commentato la vicenda, paga gli artisti in rapporto al traffico generato: "Per esempio, pagheremo all'incirca il 2% delle nostre royalty lorde ad un artista la cui musica rappresenti all'incirca il 2% di ciò che i nostri utenti ascoltano". Un sistema che, effettivamente, tende a penalizzare gli artisti emergenti rispetto a quelli già affermati.

"Registrare nuova musica costa denaro", scrive ancora Godrich, che non è certo un novellino nel mondo della musica, avendo già lavorato con artisti come Paul McCartney, U2, R.E.M., Beck e Travis. "Alcuni dischi possono essere fatti con un computer portatile, ma altri hanno bisogno di musicisti e tecnici capaci. Queste cose costano denaro. Il catalogo dei Pink Floyd ha già generato miliardi di dollari per qualcuno (non necessariamente la band), quindi adesso metterlo su un sito di streaming è perfettamente sensato".

"Ad ogni modo - continua il produttore - se nel 1973 la gente avesse ascoltato Spotify anziché comprare dischi, dubito molto che 'The Dark Side of the Moon' (album dei Pink Floyd del 1973, uno dei maggiori successi della band inglese, con oltre 50 milioni di copie vendute, ndr) sarebbe stato fatto. Sarebbe stato semplicemente troppo caro".

Nigel Godrich su Twitter
Nigel Godrich su Twitter

 

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Thom Yorke
(Foto: Wikimedia Commons / Ripton Scott)
Il cantante dei Radiohead Thom Yorke
Thom Yorke su Twitter
(Foto: Twitter / )
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Nigel Godrich su Twitter
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