Intervista a Marco Proietti Mancini, autore del romanzo "Gli anni belli"

Di Laura Costantini | 26.07.2013 18:50 CEST
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È sempre riduttivo rinchiudere una scrittura in un aggettivo. Ma cercando una definizione per questo romanzo viene in mente un aggettivo: fluviale. La scrittura di Marco Proietti Mancini ha una portata da grande corso d'acqua, di quelli che scorrono placidi in una valle solcata da secoli, millenni di ricordi.

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Un corso d'acqua che mantiene intatta la memoria di cascate, torrenti impetuosi, rapide assassine. Ogni singola parola si incanala nel letto che l'autore ha scelto, voluto, creato scavando significati, aprendo parentesi, ordendo una trama che raccoglie ogni singola goccia, ogni spunto, ogni deviazione attraverso un ordito preciso. Romanzo di formazione, romanzo sentimentale, di sicuro romanzo storico perché restituisce lo spirito del tempo degli anni Trenta. Gli anni belli del protagonista, Benedetto, giovane scalpellino di Subiaco emigrato in una Roma fascista con velleità da caput mundi. Gi anni dell'illusione che tutto possa andar bene, nonostante. Nonostante una dittatura ormai consolidata, nonostante le velleità coloniali, nonostante camicie nere e fasci littori, nonostante il potere nelle mani degli incapaci di ogni tempo. Nessuno schema, una trama scarna, solo la volontà di seguire il corso delle parole e delle emozioni. Solo la forza inesausta di una sorgente che chiede di farsi ascoltare, perché racconta una storia. Una storia piccola, di un ragazzo diciottenne che affronta la vita, che incontra l'amore, che ha idee e ideali ma anche la capacità di capire dove e quando piegare la testa. Una storia minima che impatta nella Storia di questo nostro paese e ci regala un personaggio senza tempo. Quello di un uomo che dà importanza alle cose che contano veramente: un cielo stellato, una stradina di paese, il sorriso dell'amore, l'abbraccio enorme e protettivo di una madre, la speranza nel futuro. Noi sappiamo che nel futuro di Benedetto e di tutti gli italiani come lui ci fu una guerra atroce. Ma leggendo la sua storia, vivendola, seguendo il fiume delle parole, riusciamo a illuderci che sì, siano stati, quelli, anni belli.

- Marco Proietti Mancini, lei scrive. Come si giustifica?

Sono malato, di una malattia incurabile e molto contagiosa. Troppo contagiosa, vista la quantità di malati che ci sono in giro. Però di questa pandemia italica esistono due ceppi di cui uno è peggio dell’altro ed è il “virus scriptor incapax” ed è quello di cui è afflitto il 99,9% dei contagiati.
Gli altri sono affetti dal “virus scriptor cum ingenio”, ma difficilmente si riesce a riconoscerli.

- È consapevole di vivere in un paese dove un autore si ritiene in diritto di affermare: “io non leggo, io scrivo”?

Tanto consapevole che io non ardisco definirmi scrittore, meno che mai autore, meno ancora – aborro chi lo fa – oso accostare al mio nome la parola “Artista”. Io sono un artigiano scrittente e in quanto tale ancora leggo molto, ma molto molto più di quanto non scriva.

- Lei intitola un romanzo “Gli anni belli” e subito vengono in mente gli 883 con Gli anni d’oro del Grande Real, gli anni di Happy Days… Si ritiene un nostalgico?

Come tutti i vecchi, no? A parte aspetti politici della definizione “nostalgico”, ebbene sì, lo ammetto, sono un nostalgico. Perfino di Carosello, quello vero.

- Leggiamo: Marco Proietti Mancini ha un asso nella manica che non si può acquisire con la tecnica in nessuna scuola di scrittura: la passione. O ce l’hai o ne sei privo per sempre. Lui non solo ne possiede in abbondanza, ma la sa governare e regalare al lettore con l’entusiasmo puro di chi crede in quello che fa (Marilù Oliva) Si rende conto che in Italia credere in ciò che si fa è decisamente fuori target?

Credo che il problema di chi scrive in Italia sia esattamente il contrario, credono troppo in quello che fanno, in quello che sono, in quello che scrivono, ci credono tanto da riempirsi l’ego in maniera smisurata, da perdere ogni capacità autocritica. Si inibiscono ogni possibilità di crescità. Avete visto le pagine Facebook? Andate nel campo in alto di “Cerca persone, luoghi e oggetti” e digitate “scrittore” o “autore” e vedrete le centinaia di pagine che vi appariranno. Ecco, io credo una sola cosa, credo nell’onestà intellettuale di quello che scrivo, senza filtri e senza censure. Poi spero piaccia.

- Vanno per la maggiore romanzi (italiani) che non superino le 250 pagine, scritte ampie. E lei arriva e si permette un tomo di 415 pagine, su un’epoca lontana e dove succede, a ben vedere, poco. Chi crede di essere?

Uno che una tizia, direttore organizzativo di una “Fiera del libro” gli ha detto Ma perchè scrivete tutte queste pagine? Io non ce la faccio a leggere libri così grandi! La cosa grave comunque è quando ti senti dire la stessa cosa da un editore che non vuole pagare i costi della stampa. Il mio “tomo” era quasi 500 pagine, prima della cura dimagrante. Siamo nell’epoca del libro-prodotto, un tanto al chilo, un tanto a pagina.

- Gliel’ha mai spiegato nessuno che i romanzi d’amore in questo paese li devono scrivere le donne, acciocché i lettori possano storcere il naso e andare oltre?

E come non me l’hanno spiegato? Qualcuno ha anche sospettato che dietro “Marco Proietti Mancini” si nascondesse in realtà Marcellina Proiettini che aveva adottato uno pseudonimo maschile per non far storcere il naso ai “clienti”. Comunque il mio non è “solo” un romanzo d’amore. Odio qualsiasi definizione di genere che cirscoscriva perimetri. Qualcuno mi ha detto che il mio è un romanzo storico, qualcuno l’ha definito “libro di formazione”.
Ma ROMANZO e basta? No? Non si può? Capito, nel prossimo ci metto due vampiri, uno zombie, sette frustate e un vibratore, tre draghi e un assassino seriale. Vediamo dove lo metteranno in libreria.

- Lei tratteggia efficacemente figure femminili perfettamente inserite nel contesto storico dell’Italia degli anni ’30, le relega davanti al caminetto, sedute su mezzo gluteo e pronte a scattare al primo cenno degli uomini di casa. Poi, però, afferma che se la Bibbia l’avesse scritta una donna, la storia della costola di Adamo sarebbe stata relegata nel mondo delle favole. Sarà mica femminista?

Sono Uomo. Punto. Un cervello, un cuore. Fossi nato femmina avrei avuto lo stesso cervello, lo stesso cuore. Che la Bibbia sia stata scritta da uomini è un fatto, non una teoria.

- Benedetto e suo padre Bittuccio sono quelli che si definiscono “uomini tutti d’un pezzo”, con sani principi e una scala di valori immarcescibile. Eppure Benedetto è costretto a venire a patti con la propria coscienza pur di costruirsi un futuro. Un tema, oggi, quanto mai attuale. Qual è il messaggio?

Che chi si spezza e non si piega sta lì, rotto e finito. Chi si piega torna indietro, il più delle volte, se è di fibra forte, torna in faccia a chi lo ha fatto piegare. La vera intelligenza è capire quando e quanto è necessario piegarsi e quando si deve tornare indietro, come una frustata. Ci sono compromessi ignobili e ci sono mediazioni indispensabili. Il messaggio è solo questo. Non avessi scritto anche quello nella storia di Bittuccio e Benedetto avrei raccontato la favola degli uomini perfetti, che non esistono.

- Lei pensava di evitarsela, ma pietà non alberga nei nostri cuori: in che misura Benedetto le assomiglia?

Per niente. Benedetto è pieno di volontà, io sono un pigro. Benedetto è un coerente, io sono un incoerente. Benedetto è ingenuo, io non mi ritengo tale. Benedetto è il figlio ideale che mio padre avrebbe voluto avere e che io non sono stato, allora questo figlio gliel’ho regalato in un romanzo (anzi due) e per rendergli omaggio l’ho battezzato con il suo nome.

- Ci convinca in cinque righe cinque che vale la pena imbarcarsi nella lettura del tomo da 415 pagine, decisamente poco maneggevole sotto l’ombrellone.

Meglio un solo libro da 415 pagine che due da 207, si risparmia nel peso di copertine e pagine di introduzione e chiusura. E poi in un libro da 415 ci sta tanta vita, in uno da 200 si arriva al massimo a pochi mesi.

- Pensa di esserci riuscito?

Per niente, che facciamo la vendita “un tanto al chilo/pagina” di cui sopra? Chi ha letto “Da parte di Padre” – il primo romanzo - mi ha chiesto che fine fa Benedetto? Raccontami ancora di lui. Chi ha letto “Gli anni belli” mi sta già chiedendo Cosa succede a Elena e Benedetto? Ci sarà la guerra?. Ecco. Questa è la soddisfazione per chi scrive e inventa storie di persone. Farle diventare tanto vere da regalargli la vita.

Ora resti in attesa del verdetto popolare.

Marco Proietti Mancini
( Foto : Marco Proietti Mancini / )
Un'immagine dello scrittore Marco Proietti Mancini
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