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Di Gabriella Tesoro | 11.08.2013 18:01 CEST

L'assistente sessuale è una figura professionale che aiuta le persone affette da disabilità fisica o psichica a vivere delle esperienze affettive ed erotiche. Questa professione è legale in Germania, Svizzera, Svezia, Danimarca e Olanda. Debora De Angelis, testimonial di Lovegiver, il progetto nato per delineare sotto il profilo normativo e mediatico l'assistenza sessuale in Italia, racconta a IBTimes della sua esperienza come assistente sessuale, cosa l'ha spinta a lottare per legalizzare anche nel nostro Paese questa figura e delle difficoltà che incontra a causa di pregiudizi morali e tabù sessuali.

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Debora, come hai conosciuto la figura dell'assistente sessuale?

Questa figura ha iniziato a delinearsi in me spontaneamente, ancor prima di sapere che esistesse davvero qualcuno che, in altri Paesi, lavora per restituire ai disabili una sessualità e un benessere fisico, fattori che altrimenti verrebbero negati. Anni fa lessi della vicenda personale di Fulvio Frisone, il fisico nucleare italiano affetto da tetraparesi spastica a causa di un trauma da parto e di come sua madre Lucia si sia sempre battuta per garantire a suo figlio l'espressione di un bisogno sessuale. Riflettei su quanto la sessualità per me fosse connaturata all'essere umano, quanto impedire il bisogno di esprimerla potesse trasformarla in un desiderio ossessivo che provoca malessere e tensione nervosa. In quel periodo mi capitò di fare assistenza personale domiciliare a un mio amico, anche lui affetto da tetraparesi. Fui io a interessarmi per prima su come vivesse la sessualità, perché ormai era un tema che aveva fatto presa molto profondamente in me. Mi raccontò delle sue esperienze infelici: dai rocamboleschi tentativi di provare un approccio con una prostituta, alla difficoltà nel masturbarsi non avendo quasi per nulla l'uso delle mani, fino alle volte in cui si era romanticamente infatuato di donne normodotate che lo avevano respinto, fisicamente o sentimentalmente. Proporgli di aiutarlo fu una mia iniziativa. Avevo un'idea ben precisa di che cosa intendessi per assistenza: non un rapporto sessuale completo, ma un approccio in cui gli restituivo, attraverso le mie mani, il contatto, il massaggio, l'ironia e la serenità, la sensazione di non essere un oggetto il cui corpo riceveva attenzioni solo nelle funzioni fisiologiche, ma qualcuno che per una volta poteva essere toccato al fine di procurargli piacere e benessere, senza vergogna per il momento in cui avesse raggiunto l'orgasmo, anzi, aiutarlo a vivere quel momento con la massima tranquillità.

Com'è nata l'idea di voler seguire questa professione?

L'idea di voler seguire questa professione è nata in seguito all'incontro con Maximiliano Ulivieri (il blogger che ha lanciato la petizione per legalizzare l'assistenza sessuale in Italia, ndr). Seguivo dal 2010 gli sviluppi di questa tematica, attraverso Internet e i social network, ma allora non avrei mai pensato di poterne fare una professione. Avevo prestato assistenza sessuale diverse volte dopo quella prima esperienza, ma la necessità di selezionare accuratamente le richieste mettendo in conto un margine di rischio e l'assenza di un inquadramento normativo al pari della prostituzione rendevano la cosa complessa e rischiosa. Per questo, pur essendo assolutamente certa di avere le capacità per prestare assistenza, mi sono limitata a delle situazioni nelle quali mi sono imbattuta, dapprima spontaneamente, poi attraverso una sorta di passaparola. Quando ho incontrato Max e gli ho raccontato della mia esperienza, mi ha detto dei passi che stava facendo per portare l'assistenza sessuale anche in Italia. Ci siamo trovati d'accordo sul modo di intendere questa pratica, sulle sue finalità e sull'opportunità di interrompere momentaneamente la mia esperienza di autodidatta, rimandando la parte attiva a quando potrò abilitarmi e agire in massima sicurezza. Intanto, sono entrata nel comitato fondatore del progetto Lovegiver, di cui sono anche testimonial. Tutti insieme (siamo in sette) ci battiamo, ciascuno in base al proprio livello di competenze, per delineare il profilo di questa figura, sia a livello mediatico che normativo e legislativo. Io mi occupo più dell'aspetto mediatico, racconto la mia esperienza precedente e mostro quello che una lovegiver dovrebbe essere: una persona preparata su tematiche sessuali, a posto con la propria sessualità, per nulla intimorita di svolgere un lavoro ancora fonte di pubblica riprovazione, nonché capace, attraverso doti di empatia, comunicazione e disinibizione, di trasmettere alla persona disabile la capacità di vivere la sessualità e la sfera corporea senza imbarazzo e vergogna. Molte di queste doti le ho sviluppate precedentemente grazie a un mio lavoro personale con la sessualità, altre le sto affinando. Per quanto riguarda la parte prettamente medica, che riguarda le varie disabilità e i vari approcci ad esse, attenderò di formarmi quando esisteranno corsi specifici. Non dimentichiamoci che siamo ancora in una fase assolutamente pionieristica. Il lavoro di preparazione di questi corsi è tuttavia in corso d'opera e mi auguro di potervi prendere parte al più presto.

Come selezionavi i tuoi clienti?

In passato, ho selezionato in base a diversi criteri fondamentali preliminari, ovvero che la persona fosse della mia città, fosse possibile conoscerla prima di una sessione, parlare con lei e accertarmi di poter avere i suoi assistenti personali nelle strette vicinanze durante l'incontro, consapevoli della situazione, collaborativi e non "giudicanti", perché una seduta di assistenza sessuale non può e non deve diventare un episodio morboso legato a segretezza o senso di colpa, ma deve partire da una necessità serenamente riconosciuta: non potersi mai esprimere sessualmente è innaturale e dannoso, laddove se ne avverta invece il bisogno. Spesso il primo incontro è stato preceduto anche da una lunga conoscenza epistolare, per accertarmi dell'equilibrio emotivo e psicologico della persona, che non fosse un soggetto a rischio di attaccamento e che non stesse cercando una compagna. All'estremo opposto, dovevo accertarmi che non fosse avvezzo a trattare una donna pronta ad aiutarlo come una prostituta e con questo intendo senza rispetto e con un sottile disprezzo che, in fondo, si è portati culturalmente a provare verso una donna che "lavora", in un senso o nell'altro, con il sesso. Il problema non è se alcuni aspetti della sessualità slegati dall'amore possano diventare un lavoro, ma è il retaggio culturale e religioso che ci porta a nutrire sentimenti ambivalenti verso il sesso. E' su quello che bisogna lavorare soprattutto per far accettare socialmente una figura come  l'assistente sessuale. Le persone che ho selezionato, infine, avevano sempre disabilità motorie gravi e non avevano l'uso completo o parziale delle mani. Mi sono sempre mossa in ambito di tetraparesi, distrofia e atrofia muscolare, ma non mi sono ancora mai confrontata con altri tipi di disabilità motoria e con disabilità mentali.

Ci puoi raccontare qualche episodio che ti è rimasto particolarmente impresso?

Ne posso raccontare uno che ben rappresenta il percorso che ho fatto in questo periodo da autodidatta e che tipo di approccio ci voglia verso l'altro per svolgere correttamente questa professione. Il primo ragazzo che ho assistito, che era un mio amico, a un certo punto del percorso insieme, iniziò a esprimere giudizi negativi sulla mia persona, relativamente al fatto che in quel periodo avessi iniziato un'attività di modella di nudo per fotoamatori, attività che ho proseguito nel tempo e che mi è servita tantissimo per raggiungere disinibizione e padronanza corporea, essendo stata in passato una persona molto timida e scarsamente innamorata del proprio corpo. Il livello di fastidio per questo giudizio sul mio operato, soprattutto provenendo da una persona alla quale avevo prestato assistenza sessuale del tutto spontaneamente, mi obbligò a interrompere bruscamente quella situazione, lasciandomi per diverso tempo un profondo senso di disagio, tanto che pensai seriamente di non prestare mai più assistenza se bisognava mettere in conto sensazioni del genere con una certa frequenza. Fortunatamente, la mia perseveranza ha avuto la meglio e ho corretto il tiro in situazioni successive: l'atteggiamento giudicante di chi valuta la mia moralità sulla base delle esperienze che scelgo e ho bisogno di portare avanti non solo non è gradito, ma è prontamente rimesso al proprio posto. Così è come la penso oggi, ma inizialmente ebbi qualche difficoltà emotiva a sentire il peso del giudizio morale, cosa che una lovegiver deve costantemente affrontare e deve imparare non solo a conviverci, ma a rispedire prontamente al mittente, evitando tutte quelle situazioni che non presentano, a monte, il massimo rispetto da parte della persona che chiede di essere aiutata a vivere bene un momento tanto intimo e delicato. Una lovegiver sarà, con molta probabilità, una persona che nella propria vita ha lottato autonomamente contro pregiudizi morali e tabù sessuali già prima di aver sviluppato la capacità di aiutare gli altri a vivere bene la sessualità. Non è accettabile che proprio chi beneficia di questo aiuto sia il primo a giudicare negativamente una donna sicura del proprio corpo e della propria sessualità. Se non lo fosse, non potrebbe essere di alcun aiuto. È importante che questo venga ben compreso

Ti è mai capitato di assistere clienti di sesso femminile? Se non è mai successo, pensi che lo faresti?

Una lovegiver deve sicuramente essere in grado di adottare diversi approcci in base a chi richiede il proprio aiuto, per questo ti dico che certamente sarei disposta e aiuterei volentieri una donna disabile a ritrovare un rapporto di fiducia nei confronti del proprio corpo e di scoperta autoerotica della propria sessualità. A questo proposito, d'accordo con la mia collega di comitato, Francesca Penno, affetta da Sma, abbiamo recentemente affrontato, a favore di questo obiettivo, una seduta di assistenza sessuale al femminile, ma non in chiave omosessuale, perché non era quello l'approccio richiesto. In questo caso, abbiamo mostrato cosa potrebbe fare una lovegiver per aiutare una donna disabile a prepararsi a un incontro sessuale con un compagno di sua scelta: dalla riscoperta di una dimensione autoerotica, al piacere della tenerezza e delle coccole; dalla conoscenza ludica e didattica di alcuni sex toys, all'accettazione del proprio corpo attraverso la reciproca nudità.

Non hai timore di dire come la pensi in un Paese come l'Italia?

Non ho timore di dire come la penso perché tutta la mia storia personale mi ha portato autonomamente a lottare per sviluppare una percezione del corpo e della sessualità che è una sfida sistematica a ogni pregiudizio o tabù che limiti il benessere psicofisico e l'espressione consapevole dell'essere umano attraverso la sessualità. C'è una lunga preparazione dietro al mio essere testimonial di questo progetto. Se avessi avuto solo un'esperienza da autodidatta da raccontare, probabilmente avrei scelto di restare dietro le quinte e non espormi mai col mio nome e il mio volto. Per me garantire assistenza sessuale alle persone disabili è qualcosa che va di pari passo con la possibilità di battersi per nobilitare il sesso e le sue funzioni, nonché per creare un ruolo sociale degno di stima per le donne competenti in tematiche sessuali. Qualcuno potrebbe pensare che l'Italia sia l'ultimo dei luoghi adatti per tentare questa strada perché siamo ancora lacerati tra la percezione della donna perbene e quella che vende corpo e dignità per denaro e successo. Io credo che un altro tipo di donna possa finalmente emergere: la donna rispettata perché consapevole della sessualità e integra nel corpo e nello spirito. In una società come la nostra, decisamente schizofrenica in materia di sesso, bisogna quanto prima ripristinare la sua funzione: la sessualità consapevole è fonte di conoscenza e benessere per l'essere umano, se accettiamo questa premessa e lavoriamo costantemente per fissarla nella coscienza delle persone, il resto verrà di conseguenza.

Pensi che l'Italia sia pronta all'assistenza sessuale?

L'Italia, da un certo punto di vista, non sarà mai pronta per certe conquiste sociali, perché la base religiosa e culturale che ne ha plasmato la morale collettiva è patriarcale e sessuofobica. Tuttavia, credo che i tempi siano maturi per introdurre questa nuova visione della sessualità che garantisce, a chi lo voglia, la possibilità di scegliere di conoscersi ed esprimersi anche in chiave sessuale, se questo gli è stato finora negato dalla propria condizione. 

 

 

Debora De Angelis, testimonial di Lovegiver
(Foto: Gabriella Tesoro / Gabriella Tesoro)
Debora De Angelis, testimonial di Lovegiver
Debora De Angelis, testimonial di Lovegiver
(Foto: Gabriella Tesoro / Gabriella Tesoro)
Debora De Angelis, testimonial di Lovegiver
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