Germania, 'Nein' anche ai sussidi di disoccupazione: gli squilibri UE continueranno a lungo. E pure la crisi

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Di Redazione IBTimes Italia | 04.10.2013 15:26 CEST

È sempre troppo presto per la Germania: da Berlino arriva un no alla proposta della Commissione Barroso di creare un sussidio di disoccupazione europeo nel tentativo di meglio sostenere una tragedia in continuo peggioramento in sempre più paesi europei.

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Come noto a causa della crisi aumentano le coorti di coloro i quali perdono il proprio posto di lavoro: in questi casi è lo Stato ad intervenire a sostegno del reddito dei disoccupati attraverso vari strumenti come sussidi di disoccupazione, cassa integrazione e simili. Più si prolunga la crisi economica e più il peso degli ammortizzatori sociali aumenta, mettendo sempre più in crisi i conti pubblici: si tratta di una conseguenza assolutamente naturale.

Per alleviare questa zavorra che impedisce continuamente ai paesi periferici (e non) di sistemare la propria contabilità, la proposta del commissario europeo agli affari sociali, l'ungherese László Andor, vorrebbe distribuire parte di tale onere su tutto il continente: metà dei sussidi verrebbero coperti dall'Unione a patto che il tasso di disoccupazione in un certo Paese superi un certo livello e sia in ascesa.

Questa redistribuzione dell'onere permetterebbe di compensare gli squilibri interni all'area euro: va infatti ricordato che mentre alcuni Paesi hanno un tasso di disoccupazione superiore al 20 per cento, o comunque sui massimi storici sopra il 10 per cento come Francia e Italia, altri Paesi sono invece in piena occupazione, proprio grazie all'approfondirsi degli squilibri interni all'Unione per via di manovre di austerità che la Germania insiste a chiamare riforme (peraltro brillantemente riuscite, secondo il ministro delle finanze tedesco).

Sono ormai anni che si sta tentando di fare in modo che la Germania tenga presente che è necessario riequilibrare i dissesti simmetrici che vengono inevitabilmente a crearsi all'interno di un'area economica non adeguatamente unificata: ad esempio la Germania, all'inizio del secolo, era considerata il malato d'Europa, aveva i conti pubblici in dissesto, ed è riuscita a recuperare solo agganciandosi alla crescita di altri Paesi, che all'epoca godevano di migliori condizioni di bilancio, come la Spagna.

Adesso dovrebbe essere la Germania, fra gli altri, a contribuire all'uscita dei suoi partner dalla loro crisi (approfondita proprio dai diktat tedeschi basati sulla bufala dell'austerità espansiva), ma Berlino continua ad essere contraria (con parziale ragione, va detto) ad ogni forma di socializzazione dei bilanci senza prima far partire una unione politica.

Il problema è che, a causa dei continui veti l'integrazione europea continua ad essere frenata, eppure la via che porta a una soluzione vera, sostenibile e duratura della crisi, passa per una vera Unione Europea, poiché siamo tutti sulla stessa barca e se qualcuno affonda (o decide di uscirne) porterà sul fondo del mare anche gli altri occupanti dell'imbarcazione.

Germania
(Foto: Reuters / )
Angela Merkel
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