Assange non si consegna agli USA, ma fuori dalle regole le battaglie non hanno senso

Wikileaks, Assange
Julian Assange, fondatore di Wikileaks, durante la celebrazione di 10 anni del gruppo REUTERS/Axel Schmidt

E fu così che Julian Assange, padre fondatore e anima cantante di WikiLeaks, decise di rimangiarsi la parola e di restare confinato nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, nel Regno Unito. Il 15 settembre 2016 un tweet di WikiLeaks aveva reso nota la disponibilità di Assange a consegnarsi alle autorità statunitensi qualora Obama avesse graziato Chelsea Manning, l'ex-militare che a WikiLeaks ha fornito documenti riservati del governo e della difesa degli Stati Uniti: una provocazione, nella quale WikiLeaks sottolineava comunque l'illegittimità del mandato di cattura spiccato per Assange, ribadita il 12 gennaio 2017 con un altro tweet.

 

 

 

 

Assange con ogni probabilità resterà a Londra, al sicuro dentro l'ambasciata dell'Ecuador dove si è autoconfinato. Un fatto che, in un certo senso, sottolinea il carattere del giornalista, programmatore ed attivista australiano: sfuggente, vittimista a tratti e sostanzialmente egoico, abilissimo a usare i fatti come uno scudo per la sua difesa personale e per le sue battaglie. Nonostante Obama abbia commutato la pena di Chelsea Manning, che uscirà a maggio dopo una bruttissima esperienza detentiva in parte in isolamento all'interno di un carcere militare americano, Assange non lascerà Londra: i suoi avvocati, intervistati - guarda un po' - da Russia Today, hanno detto che stanno “valutando” il da farsi.

La decisione di Obama avrà conseguenze “di gran lunga inferiori a quelli che merita la signorina Manning” perché “la sua pena è stata commutata ma non è stata perdonata. Ma, in primo luogo, non sarebbe dovuta nemmeno essere condannata” dice Melinda Taylor, avvocato di Assange, a RT. In queste parole c'è tutta la spocchia di Assange e del suo entourage - attenzione, questo non è un giudizio di merito sul lavoro di Assange e di WikiLeaks, a quello ci arriveremo, ma sulla persona e sul ricercato Julian Assange - che si lamentano un trattamento al di fuori del diritto contemporaneamente si arrogano il diritto di scegliere e giudicare loro stessi un intero sistema giudiziario, giusto o sbagliato che sia. Che è un po' come professare la nonviolenza a suon di calci e pugni.

L'organizzazione WikiLeaks, parlando al posto del fondatore, ha twittato il 18 gennaio che “Assange è ancora felice di venire negli Stati Uniti, purché i suoi diritti siano garantiti e malgrado la Casa Bianca affermi che il caso Manning non era un quid pro quo”. Quindi, che farà Assange?

 

 

L'avvocato Taylor ha sottolineato che la ragione per cui l'australiano si è chiuso nell'ambasciata ecuadoregna londinese - un fatto definito una “detenzione illegale e arbitraria” - è per sfuggire al rischio di un processo iniquo. Un passaggio dell'intervista che rivela un metodo di lavoro, prima ancora che una linea di difesa: “detenzione illegale ed arbitraria” è infatti una definizione data alla permanenza di Assange in ambasciata dal Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria nel gennaio 2016. Tuttavia il gruppo di lavoro si riferiva, definendola “detenzione illegale ed arbitraria” a Gran Bretagna e Svezia, e non agli Stati Uniti, e non menzionava in alcun modo non meglio precisati “rischi” di iniquità processuale in America.

Assange, ricercato in Svezia per alcune accuse circa un duplice stupro, ha sempre sostenuto di essere perseguitato per le sue rivelazioni e non per reati che secondo lui non sono mai stati commessi: spaventato, tuttavia ha scelto di difendersi dal processo e non nel processo e questo non può non essere considerato in una valutazione globale sull'operato suo e di WikiLeaks.

Altra questione riguarda le accuse a Manning: Assange e WikiLeaks definiscono il processo cui fu sottoposto il militare “iniquo” ma poi declinano l'azione di Manning come un “atto di coraggio che avrebbe dovuto essere applaudito” e che invece è stato perseguito: è un interpretazione del diritto piuttosto personalistica, che presuppone il fatto che se si commettono crimini per una giusta causa (un militare che rivela informazioni riservate a chicchessia commette un crimine, in tutto il mondo e in tutti i sistemi penali, indipendentemente dalle motivazioni che lo spingono a farlo) allora il perdono deve essere assicurato. E allora dove stanno il diritto e le sue garanzie tanto sbandierate e pubblicizzate da WikiLeaks?

Come evidenziato ieri (18 gennaio) da Obama i casi di Chelsea Manning e di Edward Snowden sono molto diversi: la prima ha scelto di farsi processare, ha accettato il giudizio, riconosciuto quanto commesso e scontato il carcere, ottenendo uno sconto di pena notevole motivato da Obama come necessario dopo la sentenza troppo dura, “esemplare”: giustizia è stata fatta, ha detto Obama nell'ultima conferenza stampa da presidente. L'ex contractor informatico della CIA Snowden, al contrario, si è dato alla macchia e si è rifugiato in un Paese straniero e non uno qualsiasi: la Russia.

Che cosa dovrebbe fare l'America? Accettare che informazioni riservate rubate vengano pubblicate concedendo il perdono e dicendo pure “eh si, quella schifezza l'abbiamo fatta noi”? Non accadrà mai. In politica, come nel giornalismo e nella diplomazia, la verità è sempre nel mezzo e non è mai quella che si racconta: in una società civile il diritto è la base del patto sociale, non lo spionaggio e nemmeno le informazioni clamorose che questo riesce a rendere pubbliche. Al netto dei file di WikiLeaks, che un valore giornalistico lo hanno eccome, bisogna sempre tenere a mente che c'è una cosa chiamata responsabilità, che le persone serie tendono ad assumersi indipendentemente dalla legittimità delle loro azioni.

Se Mandela fosse fuggito all'estero probabilmente l'apartheid in Sud Africa non sarebbe mai finita. Se Altiero Spinelli non avesse scontato il confino a Ventotene probabilmente l'Unione Europea, e l'idea stessa di federalismo europeo, non esisterebbero. Se Aung San Suu Kyi non fosse tornata in Birmania dall'Inghilterra probabilmente oggi la giunta militare governerebbe ancora il paese.

A volte le battaglie giuste attraversano (anche) il carcere. Significa credere in ciò che si fa ed assumersene l'onere: non che Assange faccia una vita da re, lontano dalla famiglia e confinato in un ambasciata, ma sicuramente non si trova nella posizione di avanzare richieste che vanno oltre il diritto e le regole.