Attentato Manchester: si va verso la società del caos, non verso il Grande Fratello

Ariana Grande, attentato kamikaze alla Manchester Arena
Ariana Grande, attentato kamikaze alla Manchester Arena REUTERS/Andrew Yates

Lunedì sera, 22 maggio, l’ennesimo attentato sul suolo europeo. Questa volta a Manchester, durante il concerto di Ariana Grande, cantante statunitense molto amata da giovani e giovanissimi. Per il momento il bilancio parla di 22 morti e circa 60 feriti, ma sarebbe potuto essere anche più alto, considerato il numero di persone che si è precipitato ad assistere allo spettacolo della propria beniamina.

Evitiamo qui di fare la cronistoria dell’evento, di andare a scavare nella vita dell’attentatore e in quella delle persone che hanno perso la vita. In rete ci saranno probabilmente già centinaia di giornali che l’avranno fatto, ma soprattutto questi dettagli sono a mio avviso irrilevanti, utili perlopiù per gli inquirenti e tutti gli organi responsabili che andranno ad accertare la dinamica dei fatti.

In primo luogo questi attentati non sembrano più fare notizia come in passato. Ormai abbiamo capito che la società occidentale vi dovrà convivere e eravamo pienamente coscienti del fatto che era solo una questione di tempo prima che il Regno Unito ne sarebbe caduta vittima. Anche i mercati hanno guardato all’evento con calma piatta, senza battere ciglio: in passato ci sarebbe stata quantomeno un po’ di volatilità, oggi questi eventi sono già ampiamente scontati, così come sono scontati quelli che verranno. Io stesso non nascondo di fare fatica a trovare spunti nuovi, capaci di aggiungere qualcosa in più rispetto alle considerazioni già espresse in occasioni degli altri attentati.

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IMPOSSIBILE PREVENIRE CON CERTEZZA OGNI ATTENTATO

L’unica cosa che appare oggi più che mai evidente è che è molto complicato, se non addirittura impossibile, prevenire un attentato su un obiettivo non dichiarato per mano di un numero molto elevato di potenziali attentatori: a volte criminali con precedenti importanti e su cui andrebbe quindi aumentata la sorveglianza; altre volte persone semplicemente emarginate e/o depresse che trovano nell’estremismo islamico l’ultima occasione di riscatto. I potenziali obiettivi siamo noi tutti: dalla donna con il passeggino alla coppia di anziani, dallo studente universitario all’impiegato in giacca e cravatta, dal muratore all’operaio di fabbrica. Così come sono innumerevoli i luoghi che possono diventare teatro dell’orrore: dal Vaticano al lungomare di Salerno, dalla discoteca Cocoricò di Rimini al Duomo di Milano, dal centro commerciale alla fiera di paese. Tutti i luoghi più o meno densamente frequentati possono diventare luoghi di attentato, con tecniche di azione che possono essere più o meno prevedibili. Già in occasione degli attentati al Charlie Hebdo si è compreso quanto fosse difficile monitorare individui che comunque hanno avuto un contatto diretto con l’estremismo islamico e erano noti alle forze dell’ordine, figuriamoci riuscire a controllare centinaia di migliaia di persone su cui non grava alcun tipo di indizio.

ANDIAMO VERSO LA SOCIETÀ DEL CAOS NON QUELLA DEL GRANDE FRATELLO

C’è chi afferma che questo tipo di attentati costringerà la società a rinchiudersi in uno stato prigione stile Grande Fratello. Magari, aggiungo io. La realtà descritta in 1984 da George Orwell, per quanto desolante e raccapricciante, ha un preciso ordine e uno schema di regole volte a garantire il massimo controllo. È proprio la perfezione di quel sistema totalizzante a rendere il capolavoro di Orwell tanto inquietante.

Nel caso nostro, al contrario, sembra invece che stiamo andando verso la società del caos. Governi e istituzioni non hanno la più pallida idea di come fronteggiare le crisi che caratterizzano i nostri tempi, di cui attentati e estremismi sembrano essere più un effetto collaterale. Non si ha idea di come far funzionare i sistemi pensionistici ora che sono saltati i vecchi schemi demografici; non si ha idea di come risolvere la crisi disoccupazionale, specie quella giovanile, destinata probabilmente ad acuirsi con la quarta rivoluzione industriale; non si ha una vera idea di integrazione e non si ha idea di come risolvere la crisi dei migranti, che non farà altro che peggiorare a causa di guerre e carestie. E anche dal mondo virtuale arrivano segnali di crescente disordine, vedi il recente attacco ransomware ormai noto come WannaCry, o la diffusione di notizie false e inverosimili (il termine in voga è fakenews), tanto per citarne alcune. La mossa di Zuckerberg nel voler contrastare il fenomeno delle fake news con una task force di 7.000 persone, incaricate di riconoscere i contenuti buoni da quelli cattivi, equivale a una dichiarazione di ignoranza, buona al massimo per far vedere al pubblico che al numero uno di Facebook sta a cuore il problema.

La nostra società sembra sempre più un formicaio impazzito.