Balneari: la Corte UE manda le concessioni italiane a gara. Ecco la situazione

spiaggia rosa, isola di budelli, sardegna
Isola di Budelli in Sardegna CC BY-SA 2.0

Tutto come da copione: il 14 luglio in punto è arrivata la sentenza della Corte UE di giustizia che ha bocciato la proroga automatica al 2020 delle concessioni demaniali marittime decisa dall’Italia nel 2009. Detto in due parole: le concessioni italiane adesso sono “fuori legge” e devono tornare a gara entro il 2017. A meno che il Governo non riesca a metterci una pezza e trovare un accordo con Bruxelles. La sentenza della Corte europea, anche se attesa, è stata un vero e proprio tsusami che si è riversato sugli stabilimenti italiani nel bel mezzo della stagione estiva. Secondo le stime sono circa 30mila le imprese a rischio sulle coste dal nord a sud dell’Italia. Ma cerchiamo di chiarire meglio la situazione.

La direttiva Bolkestein

Tutto gira intorno alla direttiva dell'Unione Europea 2006/123/CE conosciuta come direttiva Bolkestein da Frits Bolkestein, commissario europeo per il mercato interno della Commissione Prodi che ha sostenuto la sua approvazione. Presentata dalla Commissione europea nel febbraio del 2004, emanata nel 2006, la Bolkestein è stata recepita dall’Italia con il decreto legislativo numero 59 del 26 marzo 2010. La direttiva si concentra sui servizi del mercato unico europeo e prevede, per quanto riguarda in particolare le attività dei bagnanti, la possibilità a tutti anche ad operatori di altri Paesi dell’UE di partecipare ai bandi pubblici per l’assegnazione delle concessioni demaniali.

L’Italia è finita sul banco degli imputati perché in Sardegna e sul Lago di Garda degli imprenditori balneari si sono rivolti al TAR perché non hanno ottenuto il rinnovo delle concessioni. A loro volta, i due tribunali amministrativi regionali, hanno girato la questione pregiudiziale alla Corte Europea chiedendo di verificarne la compatibilità della normativa italiana con il diritto comunitario.

Nel mirino del TAR e della Corte UE c’è un decreto legge Milleproroghe di fine 2009 che in pratica ha prorogato in maniera automatica e generalizzata le concessioni demaniali marittime su tutta la costa italiana fino al 31 dicembre del 2020. Questa decisione è in aperto contrasto con la direttiva Bolkestein che per le concessioni demaniali obbliga gli Stati all’assegnazione tramite asta pubblica.

La sentenza UE

Come previsto, la Corte UE ha bocciato la proroga automatica concessa dall’Italia ai balneari italiani. Una bocciatura della norma italiana era già nell’aria dal febbraio scorso quando l’avvocato generale Maciej Szpunar aveva dato parere negativo, alla luce della Bolkestein, alla proroga automatica dell’Italia.

Ieri (14 luglio) è arrivata la conferma da parte della Corte UE: “Il diritto dell'Unione – si legge nel comunicato della Corte - osta a che le concessioni per l'esercizio delle attività turistico-ricreative nelle aree demaniali marittime e lacustri siano prorogate in modo automatico in assenza di qualsiasi procedura di selezione dei potenziali candidati”. “Tale proroga - prosegue - prevista dalla legge italiana impedisce di effettuare una selezione imparziale e trasparente dei candidati”.

La Corte è chiarissima: per affidare una concessione demaniale ad un imprenditore balneare è necessario indire delle gare pubbliche e trasparenti, gare che dovranno “garantire imparzialità e trasparenza con adeguata pubblicità”.

Le conseguenze della sentenza UE

Per quanto la sentenza cambi il futuro dei balneari e la storia delle concessioni demaniale italiane, al momento, è importante chiarirlo, non succederà niente. Nessuno sarà cacciato dallo stabilimento balneare che gestisce nel bel mezzo della stagione turistica e probabilmente sarà lì a sistemare ombrelloni e fare panini anche il prossimo anno.

Dal punto di vista legale, però, le concessioni balneari (per la maggior parte scadute nel 2015) sono “fuori legge” perché la sentenza UE comporta la decadenza della proroga concessa ai balneari nel 2009. Ora la patata bollente, infatti, è in mano al Governo che dovrà correre ai ripari il prima possibile con due obiettivi: mettere al riparo, rendendo nuovamente “legali” le concessioni attualmente in vigore e fare una riforma organica della materia in modo da armonizzare la legislazione italiana con la direttiva UE. Sul punto il Governo è in netto ritardo. Si discute del futuro dei balneari dal pronunciamento a febbraio dell’avvocatura generale e considerando che questa sentenza della Corte era scontata, il Governo avrebbe dovuto muoversi ben prima. Giocando d’anticipo avrebbe messo i balneari al riparo da questa tempesta di luglio.

Comunque sia, il primo problema potrebbe risolversi già in queste ore con un emendamento inserito nel Dl Enti locali che preveda la revisione della materia in conformità alla direttiva Bolkestein e che, nel frattempo, confermi la validità delle concessioni attualmente in vigore.

A questo punto il Governo avrebbe tempo fino alla fine del 2017 per mettere in piedi una riforma della materia che riesca a bilanciare il diritto comunitario con la situazione italiana. Uno dei punti più delicati sarà, come sempre quello economico. Da quando la direttiva Bolkestein pesa come una spada di Damocle sul futuro dei balneari, gli imprenditori hanno smesso di fare investimenti per la manutenzione e miglioramento dei servizi degli stabilimenti balneari. Con la prospettiva di perdere la concessione dopo decenni di gestione, i balneari hanno smesso di mettere mano al portafogli. Le nuove gare per l’affidamento della concessioni, infatti, dovranno necessariamente valorizzare le attività degli imprenditori, riconoscendo e tutelando gli investimenti fatti, prevedendo una sorta di rimborso da parte di coloro che subentrano.

Toccherà al Governo riformare l’intera materia trovando la quadra tra interesse pubblico, diritto comunitario, e garanzia degli investimenti. Il primo passo è l’approvazione di una legge delega per il riordino della materia e poi entro un anno l’attuazione delle nuove regole sulle concessioni marittime, prima della stagione estiva 2018.