Banche e Vegas: non è sbagliato il bail-in, è sbagliata la vigilanza. Ecco tutte le responsabilità della Consob

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Le sede di Borsa Italiana, Palazzo Mezzanotte a Pazza Affari, Milano. REUTERS/Stefano Rellandini

Il primo bilancio del bail-in non è positivo e rappresenta un fattore di instabilità: è questa in sintesi l’accusa che il presidente della Consob Giuseppe Vegas muove alla direttiva europea sui salvataggi bancari.

Nella sua ultima relazione al mercato finanziario, il presidente uscente, dopo sette anni di guida alla Consob, torna a chiedere modifiche al bail-in accusando di essere il responsabile delle storture generate dal recepimento della direttiva europea e dei rischi che corrono i risparmiatori italiani.

L’accusa al bail-in però, suona tanto come un tentativo estremo di difesa di un’autorità nata con il compito di vigilare e sanzionare i comportamenti illeciti delle banche, ma che negli anni ha chiuso troppo spesso gli occhi. Le storture di cui parla Vegas sono quelle operate spesso dalle banche italiane che, soprattutto nei momenti di massima difficoltà, vendono a clienti ignari strumenti di investimenti pericolosi. E il compito di vigilare sul fatto che il sistema bancario abbia sempre un comportamento lecito spetta proprio alla Consob. I disastrosi salvataggi a cui abbiamo assistito in Italia dall’entrata in vigore delle nuove regole sono legati ad una cattiva gestione delle banche e della vendita di strumenti finanziari ai clienti retail portata alla luce dalla direttiva europea.

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Il bail-in non provoca disastri in sé, ma provoca disastri in quei Paesi in cui le banche hanno comportamenti illeciti e le autorità come la Consob non vigilano. L’impressione è che le autorità italiane – dalla politica, a Bankitalia, fino alla Consob – negli anni della crisi economica abbiano fatto da palo alle banche italiane anziché vigilare sulla loro correttezza. Travolte dalla crisi finanziaria USA del 2009, le banche avevano un disperato bisogno di liquidità e in molte hanno ceduto alla tentazione di vendere a tutti, anche a cliente poco informati e consapevoli, azioni ed obbligazioni utili alla banca per finanziarsi. Così quando la direttiva europea è entrata in vigore ha alzato il tappeto trovando un sacco di polvere nel salotto buono della finanza italiana. 

Cos’è il bail-in

Ricordiamo che il famigerato bail-in è nato allo scopo di evitare che banche gestite male venissero salvate con i soldi pubblici, ovvero con i soldi di tutti i cittadini. Negli anni della crisi economica molti Paesi hanno aiutato con soldi pubblici banche in difficoltà o finite in dissesto, rischiando a volte di portare a fondo i conti dell’intero Paese. Per evitare che la cattiva gestione del sistema bancario ricadesse sulla stabilità finanziaria dei Paesi europei è stata introdotta la direttiva 2014/59/UE, Bank Recovery and Resolution Directive con nuove regole sul risanamento delle banche.

In breve la BRRD prevede che le banche in difficoltà siano salvate dall’interno ovvero con risorse della banca e dei suoi clienti anziché con i soldi pubblici degli Stati. In base alla rischiosità degli strumenti finanziari, la direttiva indica una scaletta con le fasi per il salvataggio e il coinvolgimento dei clienti in base agli investimenti detenuti in portafoglio.

Sulla carta il bail-in dovrebbe evitare che i cittadini paghino per salvare le banche, ma d’altra parte comporta delle perdite per i clienti della banca finita in dissesto. Come tutte le norme che regolano aspetti così delicati dell’economia, anche la direttiva BRRD è di certo una legge migliorabile nei tempi e nei modi del salvataggio, ma non può essere additata come responsabile dei disastri visti in Italia.

Da banca Etruria a MPS

Il primo assaggio della direttiva BRRD in Italia l’abbiamo avuto con il salvataggio di banca Etruria, Marche, Carichieti e Cariferrara sul finire del 2015. In realtà queste banche non hanno subìto il bail-in, ma comunque il loro salvataggio è avvenuto nel perimetro della direttiva europea.

Mettere in sicurezza le quattro banche del territorio infatti, ha voluto dire azzerare risparmi per quasi 800 milioni di euro. Il famigerato decreto Salvabanche è finito dritto dritto sul tavolo degli imputati e le battaglie legali vanno avanti tutt’ora perché molti piccoli risparmiatori e famiglie in quel salvataggio hanno perso tutti i loro risparmi.

E una cosa simile rischia di accadere anche con MPS, con numeri però, nettamente superiori. La banca senese aspetta da mesi il via libera europeo per la ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato italiano, procedura che non implica il bail-in, ma il burden sharing una forma più morbida di coinvolgimento dei clienti. La procedura dovrebbe comportare la conversione forzata in azioni di circa 4 miliardi di obbligazioni subordinate e i clienti della banca temono di vedere azzerarsi i loro investimenti.

Colpa del bail-in o della Consob?

La colpa di queste disastri che colpiscono migliaia di clienti e famiglie è della direttiva europea e del bail-in? Non proprio. Gli obbligazionisti azzerati di Banca Etruria e company accusano le banche di averli truffati vendendo loro, in modo poco trasparente e corretto, strumenti finanziari rischiosi, non adatti alle loro competenze in materia finanziaria.

E anche su MPS dobbiamo prepararci al peggio. Nei giorni scorsi infatti, sono state pubblicate mail del 2012 dei vertici della banca senese con l’ordine diretto alle filiali e in particolare a coloro che si occupavano di vendita di strumenti finanziari allo sportello di “piazzare alla clientela obbligazioni subordinate”.

A chiarire le responsabilità delle singole banche e dei loro vertici saranno (sempre troppo tardi) le numerose inchieste e indagini della magistratura, ma le mail, le inchieste giornalistiche tra i clienti e le testimonianze degli obbligazionisti che si dicono truffati delineano uno scenario in cui la condotta del sistema bancario è stata tutt’altro che corretta.

E chi dovrebbe vigilare sulla correttezza del comparto? La Consob. Andando sul sito dell’autorità infatti, si legge che, tra gli altri compiti, la Consob “vigila sulle società di gestione dei mercati regolamentati, sulla trasparenza e l'ordinato svolgimento delle negoziazioni, sulla trasparenza e la correttezza dei comportamenti dei soggetti che operano sui mercati finanziari” e “sanziona le condotte illecite”.

Allora perché le banche italiane in difficoltà, in questi anni, hanno trovato campo libero nel vendere a chiunque strumenti di investimento pericolosi? Forse perché le autorità hanno troppe volte chiuso un occhio. Ma questa sorta di omertà è venuta alla luce quando l’introduzione della direttiva BRRD ha trovato tutta la polvere sotto al tappeto.

Il presidente Vegas, è bene ricordarlo, è finito sul banco degli imputati circa un anno fa per la questione degli scenari probabilistici che la Consob avrebbe potuto imporre alle banche. Si tratta, in breve, di strumenti che indicano chiaramente quante possibilità ci sono che i soldi spesi in quell’investimento vadano persi o che, al contrario, creino un guadagno. Esprimono il grado di rischio dell’investimento e le probabilità future di guadagnare o perdere dando la possibilità anche a coloro che non masticano bene la finanza di capire il livello di rischiosità di un investimento e quindi di decide in modo consapevole se firmare o meno.

Nel 2009 il presidente Consob Lamberto Cardia rese facoltativo per le banche l’inserimento degli scenari probabilistici per le obbligazioni subordinate. Poi nel 2011, il presidente Vegas vietò alle banche di inserire gli scenari probabilistici, privando i clienti di un importamento strumento di comprensione. E infatti, nei prospetti delle subordinate azzerate dalle quattro banche italiane gli scenari probabilistici non c’erano e molti clienti non avevano idea dei rischi che si stavano assumendo al momento dell’acquisto.

Non solo. Un altro importante alleato dei risparmiatori è la direttiva MIFID entrata in vigore nel 2007. Per proteggere i clienti la direttiva MIFID impone alle banche di classificare i propri clienti in base alla loro predisposizione al rischio e in base alla loro categoria di appartenenza informarli adeguatamente su possibilità e rischi in modo da offrire loro strumenti di investimento adeguati. La Mifid, tramite un questionario da sottoporre al cliente al momento dell’acquisto, individua tre categorie di clienti - cliente al dettaglio (o retail) con bassa o nulla esperienza finanziaria; cliente professionale; e controparte qualificata – e indica per ognuno quali sono gli investimenti da vendere. E’ ovvio che, per esempio, le obbligazioni subordinate rischiose siano vietate per i clienti al dettaglio con scarsa esperienza finanziaria.

Ma dalla vicenda di banca Etruria e company è emerso che in molti casi i questionari vengono compilati direttamente dai funzionari della banca e poi fatti firmare ai clienti in modo che il loro profilo risulti adeguato all’investimento proposto. Molti dei risparmiatori azzerati dal salvataggio di Banca Etruria e company infatti, sostengono di non aver mai compilato il questionario MIFID.

Sulla vicenda la Consob pubblicò un dossier per dire che il questionario è spesso  considerato dalle banche italiane “un inutile drappello burocratico sul quale è inutile perdere tempo”, ma l’autorità non è intervenuta sanzionando comportamenti illeciti.

Partendo dal presupposto che un investitore prima di firmare per la sottoscrizione di un investimento deve avere chiaro ciò che acquista, è altrettanto chiaro che le banche hanno il dovere di facilitare il più possibile la comprensione anche da parte della casalinga di Voghera. E gli strumenti introdotti dalla legge come gli scenari probabilistici e il questionario MIFID hanno proprio il compito di faciliare la comprensione e evitare gli abusi. La Consob in questi anni delicati avrebbe dovuto vigilare con attenzione sull’utilizzo da parte delle banche italiane di tutti gli strumenti necessari per una gestione corretta e trasparente degli investimenti e delle vendita al dettaglio. Dopo sette anni di presidenza Vegas è chiaro che la Consob non ha onorato il suo ruolo e dare la colpa alla direttiva europea è soltanto un modo per lavarsi la coscienza e buttare su altri le proprie responsabilità.