Banche: via libera allo scudo per il salvataggio pubblico. Ecco chi e come verrà salvato dalle casse dello Stato

Gentiloni
Paolo Gentiloni REUTERS/Tony Gentile

Le banche italiane hanno ufficialmente uno scudo pubblico a proteggerle da dissesti e fallimenti. E’ passato con voto di fiducia alla Camera e al Senato il decreto legge sulla tutela del risparmio nel settore creditizio. I voti favorevoli nell'ultimo passaggio alla Camera sono stati 246, i contrari 147 e 22 gli astenuti. A breve il testo sarà in Gazzetta Ufficiale.

Ma cosa succede ora? In pratica il Governo, a fine 2016, prendendo atto che MPS non era in grado di portare a termine l’operazione di salvataggio con risorse del mercato, ha chiesto al Parlamento l’autorizzazione ad aumentare il debito pubblico italiano di 20 miliardi per creare uno scudo salva-banche.

Queste risorse pubbliche infatti, saranno spese per sostenere banche in difficoltà, per aiutare gli istituti a mettersi in salvo da eventuali dissesti. La prima banca ad aver chiesto l’intervento dello scuso è, appunto, MPS. Ma fuori dalla porta del Governo ci sono già anche Veneto banca e la Popolare di Vicenza che prima di convolare a nozze devono portare a termine un’altra operazione di aumento di capitale.

Quindi i problemi del comparto italiano delle banche sono finiti? Tutto bene quel che finisce bene? Insomma. Per prima cosa il salvataggio pubblico o comunque lo stanziamento pubblico per il salvataggio di una banca, secondo le regole europee entrate in vigore lo scorso anno, comporta il coinvolgimento di azionisti e obbligazioni che partecipano alle perdite della banca. La seconda è una considerazione, in realtà, inutile che è un po’ come piangere sul latte versato: è dovuto arrivare una sorta di Governo tecnico per approvare un decreto per i salvataggi pubblici delle banche perché gli ultimi governi politici erano troppo impegnati a dire che il sistema bancario italiano è il più solido al mondo per ammettere che invece, stava andando a rotoli. Ma banche, azionisti, obbligazionisti e Stato quante risorse avrebbero risparmiato se si fosse intervenuti prima?

MPS e lo scudo pubblico

Come siamo arrivati allo scudo pubblico salva banche? Tutto parte da MPS. Lo scorso anno, ormai la storia è arcinota, la BCE ha bocciato la banca senese in occasione degli stress test sulla solidità delle principali banche europee. Da lì è iniziato il calvario di piani industriali, di salvataggio, cessione delle sofferenze e aumenti di capitale. L’operazione però, questo il paletto della BCE, avrebbe dovuto concludersi entro il 31 dicembre 2016. Dopo aver traccheggiato qualche mese, siamo arrivati a dicembre con MPS che brancolava sul mercato alla ricerca di 5 miliardi, un’utopia per una banca in quelle condizioni. Così il Governo, per evitare che allo scoccare della mezzanotte di Capodanno la BCE dichiarasse fallita la terza banca del Paese, ha varato lo scudo da 20 miliardi. In realtà l’operazione di salvataggio di MPS è ancora tutta da fare, ma l’intervento dello Stato ha placato la BCE e allungato il tempo a disposizione. In realtà il decreto legge è stato varato d’accordo con le autorità europee e la vigilanza della Banca Centrale.

A breve quindi MPS presenterà il nuovo piano industriale e di salvataggio. Ora la richiesta della BCE è che la banca senese porti a termine un aumento di capitale da 8,8 miliardi e si liberi del fardello della sofferenze. Secondo indiscrezioni di stampa, l’amministratore delegato Marco Morelli sta lavorando alla creazione di un veicolo, una sorta di bad bank in cui mettere i 45 miliardi di crediti deteriorati che affossano la banca. Il problema sarà trovare investitori interessati ad accollarsi un simile fardello. Pulita dalle sofferenze, la banca chiederà allo Stato di intervenire per l’aumento di capitale: degli 8,8 miliardi complessivi 6,6 miliardi saranno soldi pubblici, dei contribuenti italiani.

Non solo MPS: lo scudo piace anche al Nordest

Dato l’aiutino da 6,6 miliardi a MPS, si passa oltre. Nelle prossime settimane anche Veneto banca e la Popolare di Vicenza dovrebbero formalizzare la richiesta di intervento pubblico.

Le banche venete hanno come azionisti di maggioranza (e quasi unico) il Fondo privato Atlante che ha sottoscritto i due aumenti di capitale del 2016 per evitare il fallimento degli istituti veneti. Ora il dossier è in mano all vigilanza della BCE che deve stabilire l’ammontare del nuovo aumento di capitale necessario considerando la copertura sui crediti deteriorati. Secondo le stime, la ricapitalizzazione varrà circa 3,5 miliardi: una parte arriverà ancora da Atlante, mentre il resto sarà stanziato dallo Stato. L’amministratore delegato Alessandro Penati ha precisato che lo Stato entrerà nella due banche venete con una quota di minoranza e per un periodo limitato, giusto il tempo di portare a termine il piano di rafforzamento e di fusione.

Il decreto salva-risparmio e le Good bank

Il decreto salva-risparmio non solo prevede il salvataggio delle banche attualmente in crisi, ma interviene anche sui rimborsi della banche già salvate. In particolare le nuove norme riguardano il salvataggio delle quattro banche: Banca Etruria, Marche, Carichieti e Cariferarra. Dopo oltre un anno dal famigerato decreto Salva-banche del 22 novembre 2015, si inizia a vedere più chiaramente il futuro dei quattro istituti. In questi giorni infatti, si è chiusa la vendita a UBI Banca di Etruria, Marche e Carichieti: un’operazione per la quale il Fondo di risoluzione (alimentato con i soldi dell’intero comparto bancario) deve pagare altri 1,5 miliardi. Di pari passo stanno avanzando le trattative per la vendita di Cariferrara alla Banca Popolare dell’Emilia Romagna (BPER).

Il decreto appena approvato modifica i termini per il rimborso di azionisti e obbligazionisti travolti dal salvataggio del 2015, Il rimborso dei risparmi persi, tramite indennizzo forfettario (all’80%), potrà essere chiesto anche dai coniugi e parenti fino al secondo grado dei clienti deceduti e fino al 31 maggio 2017.

Questo vale per le banche già salvate, ma cosa succede ai risparmiatori di MPS e delle banche venete? Il decreto precisa anche i termini di applicazione del Burden sharing, ovvero la regola europea secondo cui anche azionisti e obbligazionisti devono partecipare alle perdite di una banca salvata con i soldi dello Stato.

Secondo quanto prevede il decreto, il Burden sharing sarà attenuato attraverso il riacquisto delle azioni in cambio di bond senior, ma soltanto per le obbligazioni subordinate acquistate prima dell’entrata in vigore del bail in, ovvero il primo gennaio 2016. E’ prevista anche una misura anti-speculatori, con un limite al riacquisto delle azioni che il risparmiatore ottiene con l’applicazione del burden sharing fissato al prezzo di acquisto dei bond subordinati, non al loro valore nominale.

Infine, altra importante novità introdotta dal decreto Salva-risparmio è la lista dei debitori. Come abbiamo già raccontato, la crociata dei partiti politici per la trasparenza è già finita, ma comunque qualcosa si è mosso. Sulla scia delle polemiche per il salvataggio pubblico di MPS, l’ABI, le associazioni di consumatori e i partiti hanno chiesto la pubblicazione della lista dei grandi debitori della banca senese finita in dissesto a causa dei crediti non rimborsati. Ma alla fine, l’emendamento per introdurre la pubblicazione dei nomi è stato bocciato e il decreto prevede soltanto la pubblicazione dei “profili di rischio” di coloro che hanno ottenuto almeno l’1% del patrimonio netto della banca che chiede l’intervento pubblico.