Barack Obama: cosa ha fatto di buono e di sbagliato durante il suo mandato

Obama saluta
Il presidente Barack Obama REUTERS/Carlos Barria

Se c’è una cosa su cui non ci dovrebbero essere molti dubbi è che Obama lascia in eredità al suo successore, almeno dal punto di vista economico, un paese migliore di quello che ha preso per mano nel gennaio del 2009, nonostante gli scenari globali - sia geopolitici che economici - rimangano decisamente precari.

Tuttavia, quando si giudica un presidente degli Stati Uniti si possono solitamente commettere degli errori di percezione, indotti dalla storia politica ed economica del paese e dalle aspettative riposte in una determinata figura presidenziale.

Il passato, parlando di Stati Uniti, ci consegna l’immagine di una nazione “forte, potente, la più avanzata dal punto di vista tecnologico, faro di democrazia e arbitro indiscusso del mondo”. Nel bene e male, gli USA hanno condizionato enormemente i valori sociali e culturali di tutto il mondo occidentale, e non solo. Sono stati promotori di un modello di sviluppo economico che ha portato a decenni di benessere e prosperità a tutti i paesi connessi alla sua orbita (paesi europei e Giappone in primis). Essere cittadini degli USA significava far parte del paese più ricco e potente della Terra, e questo era qualcosa che bastava a generare orgoglio e elevare il proprio status sociale.

Gli statunitensi fanno oggi fatica a riconoscersi in un contesto globale più aperto, in cui aumentano gli attori in campo, aumentano le super potenze emergenti, e diminuisce il ruolo di guida e controllo da parte del loro paese. La supremazia degli Stati Uniti non è più così scontata come lo era in passato e la caduta delle Torri Gemelle, gli errori commessi in Iraq, la crisi di Lehman Brothers, hanno contribuito a indebolire l’immagine del paese.

I cittadini statunitensi, e di tanti altri paesi, riposero molte speranze in Barack Obama quando si affacciò per la prima volta alla corsa per la Casa Bianca. Il giovane avvocato di Chicago portava con sé un’immagine nuova e riuscì a raccogliere la sfida di dover riportare gli Stati Uniti fuori dalla fossa che si era scavata.

Le persone si attendevano con Obama la fine delle ostilità in Medio Oriente - e forse un po’ in tutto il mondo - e la risoluzione dei problemi economici e sociali del paese. Insomma, intorno al nuovo presidente si erano create delle aspettative molto alte, che pretendevano la risoluzione quasi immediata dei problemi, senza voler fare i conti con la realtà. Se con George W. Bush si segna la fine dell’era di superpotenza economica unica e indiscussa, con Barack Obama si entra in una fase di transizione dove gli USA perdono gradualmente la loro supremazia e dovranno cercare di dialogare (alla pari) con altre superpotenze: siamo passati da una fasa da super potenza singola a “prima tra pari” (first among equals).

Ed è in tale ottica quindi che va inquadrato e giudicato il lavoro svolto in questi sette anni di Obama, non certo per l’aver riportato o meno gli USA sul tetto del mondo.

Di seguito andiamo ad analizzare il mandato di Obama in quelle che noi consideriamo essere le macrocategorie più importanti: politica estera, economica e sociale.

LE DIFFICOLTÀ IN POLITICA ESTERA, TRA CAOS IN MEDIO ORIENTE E AVANZATA DELLA RUSSIA

Obama, militari Barack Obama arriva ad una cerimonia della Air Force Academy  Reuters/Kevin Lamarque

Innanzitutto va detto che gli anni affrontati da Obama si sono rilevati particolarmente più complessi rispetto a quelli dei suoi predecessori, per ragioni che vanno - a volte - oltre le politiche decisionali della sua amministrazione o - non totalmente - a quelle di chi l’ha preceduto (George W. Bush in primis). Nel corso di questi anni sono aumentati non solo i fronti su cui porre l’attenzione ma anche l’ambiguità di certe relazioni con le altre nazioni. Sotto questo punto di vista sono tanti i rapporti, anche con paesi alleati (o con paesi considerati più ostili, come la Russia), ad essere pieni di contraddizioni.

Stiamo assistendo a cambiamenti significativi, che trovano spiegazione nelle tante crisi economiche che stanno avendo luogo a partire dalla Grande Depressione del 2008.

Come quindi spesso accade, il mutamento geopolitico che sta coinvolgendo diverse macro regioni è proporzionale all’intensità delle crisi economiche in atto. La conseguenza più vistosa, e anche quella che è stata più ampiamente trattata dagli istituti di ricerca e geopolitica, è l’arresto - o rallentamento - del processo economico e sociale della globalizzazione. È una fase caratterizzata da maggiore isolazionismo da parte dei paesi, soprattutto quelli occidentali, che fanno sempre più fatica a trovare un’intesa comune su questioni che a volte non sono neanche particolarmente complesse. L’Unione europea (e il caso Brexit) è un esempio rappresentativo del momento di difficoltà dei nostri tempi, con i paesi che rimangono trincerati dietro i loro interessi e si guardano con maggiore sospetto.

E all’interno delle crisi è aumentata anche l’insofferenza dell’elettorato (un po’ a tutte le latitudini, ma per ragioni specifiche spesso differenti) nei confronti della loro classe politica. Questo ha favorito l’ascesa, specie nelle democrazie occidentali, di una molteplicità di partiti e movimenti “anti-sistema” o ultra nazionalisti, accompagnato da un aumento di gradimento verso i regimi autoritari.

In poche parole si sono indeboliti i due architravi su cui poggia la società statunitense: il modello liberale capitalistico e la democrazia. Ed è una debolezza che si riflette anche nella politica estera degli Stati Uniti, ancora importante in molte aree del mondo, ma sicuramente meno incisiva e determinante di quanto lo fosse in passato. Ad approfittare delle debolezze dell'Occidente è la Russia, che a partire dall'annessione della Crimea del 2014 ha iniziato a mostrarsi più aggressiva nei confronti di Europa e Stati Uniti (l'intelligence statunitense arriva a dire che gli hacker russi, su comando di Putin, hanno compromesso le elezioni russe vinte da Trump e ci sono forti sospetti anche sui partito populisti europei, che vedrebbero di buon occhio il leader del Cremlino). 

Le scelte del presidente statunitense rimangono comunque molto importanti per lo scacchiere mondiale e sul giudizio finale di Obama pesa inevitabilmente la strategia geopolitica e militare messa in campo in molte zone sensibili del pianeta.

Cosa è andato bene, cosa è andato storto e cosa peserà sulla prossima amministrazione

John Kerry e Mohammad Javad Zarif L'allora Segretario di Stato americano John Kerry insieme al ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif  REUTERS/Leonhard Foeger

Le scelte in politica estera, a partire dal ritiro delle truppe in Afghanistan e Iraq, non sono state felici e oggi gli States continuano a pagare il prezzo di una strategia troppo molle, e a tratti incomprensibile, che ha facilitato una nuova ascesa della Russia, facendo rivivere al mondo lo spettro della Guerra Fredda.

È importante comunque ricordare che la decisione di ritirare le truppe americane dall'Iraq venne presa nel 2008 sotto l'amministrazione di George W. Bush, con lo Status of Forces Agreement tra Iraq e Stati Uniti. Secondo questo accordo, gli Stati Uniti avrebbero dovuto ritirare dall'Iraq tutte le forze militari entro la fine del 2011. Pertanto, è assolutamente sbagliato accusare Obama sulle tempistiche e sui modi del ritiro delle truppe statunitensi dal territorio iracheno. Difficile inoltre pensare che Obama avrebbe potuto fare pressioni su Nouri al-Maliki, primo ministro dell'Iraq fino al 2014, per far rivedere l'accordo: gli Stati Uniti erano visti come il paese invasore, e il parlamento iracheno non avrebbe mai fatto passare una norma che rivedesse il ritiro delle truppe statunitensi. Senza contare che l'opinione pubblica americana premeva fortemente per riavere a casa i propri soldati.   

Più complessa la situazione in Afghanistan e Libia. Quando Obama si è seduto alla Casa Bianca nel 2008 aveva a disposizione circa 30.000 unità nel territorio afghano. In poco più di tre anni il numero di truppe nel paese venne portato a circa 100.000 unità: l'idea era quella di mettere fine in poco tempo ad un conflitto che andava avanti da troppo tempo e che stava stremando l'esercito statunitense. Il fallimento della strategia americana è fotografata nei numeri degli ultimi anni: il numero delle truppe è sceso rapidamente fino a toccare dei minimi intorno a 8.400 unità circa, mentre i Taliban hanno ripreso a conquistare numerosi territori. Evidentemente qualcosa non ha funzionato a livello di intelligence: si pensava che il nemico era ormai alle strette e si sarebbe quindi potuto contenere con un contingente molto più contenuto. Pertanto, si è proceduto ad un ritiro delle truppe che è risultato eccessivo e frettoloso, e oggi il conflitto con i Taliban si trova ad un livello peggiore di quello che si è ritrovato Obama nel 2008. Obama lascia quindi al suo successore una situazione sicuramente peggiore di quella che ha trovato all'inizio del suo mandato, prolungando i tempi di un conflitto che può minare l'instabilità del sud-est asiatico. 

Per quanto concerne la Libia, lo stesso Obama la definisce come il peggior sbaglio della sua presidenza. Nel paese è mancata una strategia politica di gestione del territorio una volta eliminato il colonnello Gheddafi, elemento che ha aperto la strada ai conflitti tra le diverse fazioni tribali del paese. A distanza di più di 5 anni, il paese è ancora diviso tra un governo a Tobruk (quello eletto democraticamente eletto) e uno a Tripoli (quello messo in piedi dalle Nazioni Unite), e il caos che ne è scaturito è diventato terreno fertile per i gruppi islamisti più estremi, compreso quello di Daesh. La guerra in Libia pone pressioni di sicurezza sui paesi vicini (soprattutto sulla Tunisia) e sull'Europa, dal momento che il paese si è trasformato in una rampa di lancio per i jihadisti verso l'Europa. In generale, possiamo quindi dire che a causa del caos libico il continente europeo è un posto meno sicuro.

Difficile dare invece un giudizio secco sulla Siria e sulle responsabilità di Obama nel conflitto. Spesso l'ex presidente è accusato di aver lasciato correre e di non essere intervenuto duramente per aiutare a fermare la sanguinosa guerra civile. Chi si è esprime in tale direzione pensa probabilmente che gli Stati Uniti avrebbero potuto mettere fine al conflitto siriano in modo semplice, senza troppe conseguenze negative. È un ragionamento però che non trova riscontro nella realtà: bisogna inziare a rendersi conto che gli Stati Uniti, per quanto siano potenti, non possono mettere fine a qualsiasi guerra con la sola forza di volontà. Nel caso specifico, gli interessi della Russia nella Siria sono troppo rilevanti mentre quelli di Washington si possono considerare modesti, o comunque non tali da poter giustificare un confronto con una potenza nucleare come è la Russia. Del resto, questo da solo non basta a giustificare una politica eccessivamente attendista in cui l'intervento americano nel paese è rimasto al minimo termine. È giusto che Obama si prenda una piccola responsabilità per la sanguinosa guerra civile che sta devastando i siriani, ma addebitargli il disastro dell'intero conflitto pare francamente troppo, considerando la caoticità che regna in Siria e degli interessi contrapposti tra gli attori in campo. 

Per quanto concerne invece la questione dell'accordo sul nucleare con l'Iraq i giudizi definitivi si potranno dare solo tra qualche anno. Per ora quello che si sa per certo è che si è impedita la proliferazione di armi di distruzione di massa da parte del regime di Teheran, contribuendo quindi ad aumentare la sicurezza nella regione, nonostante i malumori espressi da Israele (che comunque ha ricevuto dall'amministrazione Obama il maggiore pacchetto di aiuti militari della storia che gli Stati Uniti abbiano mai dato ad un altro paese).

Migliore l'operato di Obama in Asia. Se sotto l'amministrazione del predecessore gli Stati Uniti si sono dati da fare per legare i rapporti con le maggiori potenze della regione, India e Cina in testa, con Obama il paese ha consolidato il rapporto con gli altri paesi della regione, in particolare con quelli del sud-est asiatico (dal 2011 gli Stati Uniti partecipano all'East Asia Summit edè stato creato un vertice esclusivo Usa-Asean). La regione asiatica rimane quella a maggiore espansione economica e gli Stati Uniti hanno tutto l'interesse a stringere accordi con i paesi di questa regione, senza compromettere i rapporti con un paese chiave con la Cina. Rimangono in gioco l'importante questione nel Mar Cinese Meridionale, e la gestione del programma nucleare della Corea del Nord (su cui tra l'altro servirebbe un maggior impegno da parte della Cina).

Infine, accenniamo brevemente alla politca estera di Obama nei confronti dell'America Latina, che a differenza dei suoi predecessori è caratterizzata da un'apertura reciproca tra le parti. L'apertura di molti paesi di questa regione è favorita anche dal momento storico, con molte nazioni che hanno deciso di porre fine ad un'esperienza socialista che aveva portato più costi che benefici (abbiamo in precedenza raccontato il caso dell'Argentina). Bisogna inoltre tenere presente che gli Stati Uniti hanno un'influenza decisamente inferiore nell'area rispetto ai decenni passati, mentre è aumentata la partnership di paesi come Brasile, Venezuela, Perù, Argentina, Messico, nei confronti della Cina, che ha tutto l'interesse di investire nell'area per poter soddisfare la sua fame di materie prime. La cosa sicuramente più importante da ricordare è il disgelo tra Stati Uniti e Cuba, che hanno messo fine ad un embargo durato per più di 50 anni (l'embargo comunque rimane su diversi prodotti commerciali in quanto può essere sciolto solo dal congresso). 

UN PAESE CHE TORNA A CRESCERE E DOVE LA DISOCCUPAZIONE È IN CALO (MA RIMANGONO IMPORTANTI DIVISIONI SOCIALI)

Obamacare Una donna con il gesso al braccio dove è riportata la scritta "I love Obamacare"  REUTERS/Kevin Lamarque

Obama ha fatto molto per la propria nazione, e per comprenderlo basterebbe guardare ai dati dell'economia. Durante la Grande Recessione del 2008 sono stati persi più di 8 milioni di posti di lavoro e il pil è caduto di oltre 5 punti percentuali.

Durante gli otto anni di amministrazione Obama, l'occupazione è sempre cresciuta, fino a scendere sotto la soglia del 5 per cento: Obama ha creato dal 2008 al 2016 circa 14 milioni di posti di lavoro. Un dato che comunque andrebbe analizzato più nel dettaglio, dal momento che rimangono molto alte le disparità sociali tra le diverse etnie nelle prospettive future di impiego: il tasso di disoccupazione degli afroamericani è circa il doppio dei loro connazionali bianchi. Va inoltre tenuto presente che durante questo periodo di otto anni è notevolmente aumentato il numero di persone uscite dalla forza lavoro, seguendo comunque un trend che è in atto dall'inizio del millennio, per effetto dei tanti baby boomers che stanno abbandonando il mondo del lavoro. In questo caso, la recessione non ha fatto altro che intensificare il fenomeno. Altra cosa che ha colpito emotivamente i lavoratori è il fatto che è aumentato il periodo medio di permanenza nello stato di disoccupazione: una volta perso il posto lavoro si fa più fatica a ritrovare un impiego e si rimane per più tempo con le mani in mano (siamo sui livelli peggiori degli ultimi 40 anni). 

A questo bisogna aggiungere il fatto che la ripresa è stata assorbita nella maggioranza dei casi nei grossi centri urbani, mentre nelle aree rurali le condizioni sono rimaste assolutamente precarie (una situazione comunque che accomuna praticamente tutti i paesi sviluppati). Pertanto, si comprende come la situazione della classe media americana, e in particolare delle categorie più svantaggiate, sia ancora molto difficile.

Sotto la presidenza Obama sono inoltre aumentati i casi di discriminazione contro la popolazione afroamericana. In particolare, nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento del numero di afroamericani uccisi dalla polizia (ed è anche vero che in termini assoluti sono stati uccisi più bianchi, ma la comparazione andrebbe svolta tenendo conto della numerosità delle due popolazioni, come fa notare il Washington Post in quest'articolo). Questo non ha fatto altro che accrescere il risentimento della comunità afroamericana, che si è riunita sotto il movimento Black Live Matters e ha protestato in diverse occasioni e spesso anche con violenza. Qualche lettore ricorderà la sparatoria di Dallas, avvenuta tra il 7 e l'8 luglio del 2016, in cui un cecchino afroamericano (un riservista dell'esercito), è arrivato ad uccidere cinque agenti di polizia e a ferirne sette, prima di essere ucciso dalle forze dell'ordine grazie ad un robot esplosivo controllato da remoto. Secondo alcuni analisti, avere come presidente un afroamericano ha provocato l'indignazione di parte di quell'elettorato bianco più radicale e razzista, aumentando le pressioni discriminatorie verso la comunità afroamericana.

Il presidente Obama si è trovato senza dubbio in un momento molto complicato della storia degli Stati Uniti e quanto scritto sopra potrebbe far sembrare che non sia stato in grado di gestire la situazione. In realtà le cose da lui realizzate sono innumerevoli ed anche importanti. Pensiamo al Patient Protection and Affordable Care Act, noto più comunemente come Obamacare, con sui si è rimesso mano al sistema sanitario degli Stati Uniti. La riforma ha consentito a circa 13 milioni di americani che non erano assicurati di avere una copertura sanitaria, anche se si è registrato un po' di malcontento dato che una parte di aziende e di cittadini si sono ritrovati a spendere più di quanto sborsavano in precedenza (inoltre la riforma non va proprio al cuore del problema, rappresentato dagli enormi sprechi di gestione prodotti dal modello sanitario statunitense, con le spese sanitarie che inghiottono circa il 17 per cento del pil del paese, contro una media di un paese europeo di circa il 9 per cento).

Ma pensiamo anche a tutte quelle di cui si parla poco come: la Riforma di Wall Street; il Recovery and Reinvestment Act del 2009 con cui si è rilanciata l'economia; l'uccisione di Osama bin Laden; gli aiuti all'industria delle auto; la revisione delgli standard di emissione delle vetture in cicolazione; la ricapitalizzazione delle banche; l'apertura ufficiale degli omosessuali nell'esercito; la legalizzazione delle unioni civili tra omosessuali; l'eliminazione di alcune tecniche di tortura usate nel corso dell'amministrazione di George W. Bush; l'aumento del budget per il supporto ai veterani per aiutare i numerosi soldati tornati dalle guerre all'estero; la Riforma delle Carte di Credito per impedire alle compagnie che producono queste carte di alzare i tassi in modo indiscriminato; il miglioramento del sistema di sicurezza e di controllo sulla qualità del cibo; il miglioramento della nutrizione scolastica; l'avviamento della chiusura delle centrali elettriche a carbone più vecchie del paese. 

Qui abbiamo fatto un elenco casuale e non esauriente di tutte le cose che ha fatto il presidente Obama. Una lista più completa delle cose realizzate da Obama le potete trovare qui.

Ricordiamo infine che durante l'amministrazione Obama non ci sono stati scandali significativi, cosa che non accadeva da decenni.