BCE, l'Italia ha paura della fine del QE? Sì, lo dice anche il DEF

Euro, BCE
Il simbolo dell'Euro di fronte alla sede della BCE a Francoforte REUTERS/KAI PFAFFENBACH

L’Italia ha paura della fine del Quantitative easing? Sì, e non ha tutti i torti. Con l’approvazione del DEF, per la prima volta, il Goveno ha messo nero su bianco il timore che la fine del programma di acquisti europei da parte della BCE possa creare problemi alla fragile economia italiana. Non è detto, a patto però che l’Italia si faccia trovare pronta al momento della chiusura dei rubinetti.

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Se prima il tempo a disposizione per tornare sulla retta via era molto, adesso inizia davvero a stringere, ma l’Italia questa retta via ancora non l’ha trovata. A marzo il presidente della BCE Mario Draghi ha confermato la riduzione degli acquisti da 80 a 60 miliardi, così come precedentemente annunciato, e qualcuno ha già iniziato a storcere il naso.

Chiuso il paracadute dalla BCE il mercato potrebbe tornare a pesare il rischio Paese dell’Italia per quello che è nella realtà, senza aiutini, e il costo del rifinanziamento dello Stato tornerà a salire. Se non sarà una vera e propria tempesta, ma soltanto una brezza questo dipenderà da come l’Italia si presenterà all’appuntamento con i mercati finanziari. Intanto il DEF sembra dire che la fase dei balocchi è finita e che l’Italia non può farsi trovare impraparata di fronte a ciò che verrà dopo.

Cosa dice il DEF


La scorsa settimana il Consiglio dei Ministri ha approvato il Documento di economia e finanza. Nella premessa il Governo fornisce una prospettiva di lungo termine dell’economia italiana e della situazione internazionale. Ad un certo punto nel documento di legge: “Una attenta riflessione sul valore concreto della credibilità del Paese appare particolarmente rilevante alla luce delle aspettative di consenso che vogliono la BCE terminare il proprio programma di acquisti di titoli sovrani entro la fine del 2018. L’Italia non dovrà farsi trovare impreparata”.

Il Governo prendendo atto dell’ineluttabile fine del Quantitative easing, sembra mettere le mani avanti sulla necessità di farsi trovare pronti dalla svolta della BCE. Il DEF infatti aggiunge “non vanno sottovalutati in prospettiva i vincoli stringenti che la finanza pubblica continuerà a fronteggiare, connessi a una verosimile riduzione degli stimoli monetari, a obiettivi di medio termine che non sono ancora stati raggiunti, agli elevati e diffusi rischi geo-politici”. Il punto è che l’Italia si troverà a dover navigare in mezzo alle onde senza essere riuscita in questi anni di politica economica espansiva a dotarsi delle attrezzature necessarie.

QE e tapering?


Ma a che punto siamo? Il Tapering, l’abbiamo già detto non è dietro l’angolo, ma ci stiamo avvicinando. La BCE ha ridotto da 80 a 60 miliardi il quantitativo di Titoli di Stato da comprare ogni mese, ma ha anche allungato la fine del QE dal marzo alla fine dell’anno. E’ stato il compromesso che Draghi è riuscito a strappare ai falchi del board di Francoforte.

A margine delle ultime riunioni della BCE si è iniziato a parlare di tapering cioè di quel processo attivato dalle banche centrali per ridurre le misure straordinarie di politica monetaria espansiva per tornare alla “normalità”. Ricordiamo che Mario Draghi ha dato il via libera all’operazione nel marzo 2015 annunciando un programma di Quantitative Easing con termine settembre 2016, per un ammontare di acquisti di oltre mille miliardi. A dicembre il termine è stato esteso a marzo 2017 con il cosiddetto QE2.

Avendo già portato i tassi in negativo, il QE era la strada maestra per cercare di sbloccare la chiusura dei rubinetti del credito a famiglie e imprese e riportare l’inflazione vicino, ma sotto la soglia del 2%. A marzo la BCE ha modificato tempi e importi del QE, mentre l’Europa inizia a dare qualche segnale di risveglio: l’economia cresce, anche se con notevoli differenze tra Stato e Stato, la disoccupazione cala e sopratutto l’inflazione dà segnali di vita.

Il QE finirà nel dicembre 2017, ma la politica monetaria della BCE non potrà tornare alla normalità da un giorno all’altro. Intanto per l’enorme quantità di liquidità iniettata dalle banche centrali: i bilanci delle banche centrali (FED, BCE, BOJ) sono al massimo della loro portata. Il bilancio della BCE, che promette di reinvestire i soldi incassati, non potrà contrarsi all’improvviso, ma piuttosto inizierà a calare soltanto dopo anni dalla chiusura dei rubinetti. Considerando che, come abbiamo visto, tale chiusura non arriverebbe prima del 2018, l'assottigliamento del bilancio della BCE non inizierebbe prima del 2020. Ma intanto la fine del QE significa che la Banca centrale europea non comprerà più miliardi al mese di Titoli di Stato che quindi dovranno essere collocati altrove.

L’Italia ha paura della fine del QE

E’ una questione di affidabilità. Quando la BCE cesserà con gli acquisti di Titoli di Stato, gli Stati per rifinanziarsi dovranno piazzare i loro Titoli di Stato altrove presso investitori privati e istituzionali. In questo scenario il mercato tornerà a pesare il rischio-Paese e gli interessi per i Paesi considerati meno credibili torneranno a crescere.

Per questo sarebbe importante che l’Italia si facesse trovare pronta all’appuntamento. Se si somma la crisi del sistema bancario all’instabilità politica, alla crescita ancora troppo fragile e ad un debito pubblico che non cala si ottiene il profilo di un Paese poco affidabile e in difficoltà se privo del paracadute della BCE. L’Italia deve dimostrarsi credibile di fronte agli investitori che dovranno sostituirsi alla Banca centrale europea negli acquisti di Titoli di Stato.

Meno l’Italia sarà credibile più saliranno i tassi di interesse sui Titoli di Stato e quindi il costo per le casse dello Stato. La sostenibilità del debito pubblico italiano, mentre ci avviciniamo alla fine del QE, è tornata sotto i riflettori del mercato. I prossimi mesi saranno decisivi per imboccare la strada delle riforme e dell’aggiustamento dei parametri di bilancio, un obiettivo difficile senza una crescita che spinga il PIL al rialzo e quindi il rapporto con debito e deficit verso il basso. Se l’Italia non riuscirà nell’impresa e arriverà malconcia all’appuntamento con il mercato saranno dolori per tutti.