The Beatles Eight Days a Week, film: recensione del documentario sui Beatles firmato Ron Howard

Per una settimana nei cinema italiani il film sulla band più famosa di sempre. Date e recensione
di @LucaMarra 15.09.2016 15:28 CEST
beatles film eight days a week
I Beatles in concerto con i celebri abiti e tagli a "caschetto" divenuti simbolo. Lucky Red

The Beatles Eight Days a Week: da oggi 15 settembre e per una settimana, fino al 21, è in uscita nelle sale italiane un nuovo film sui FabFour, Paul McCartney, John Lennon, George Harrison, Ringo Starr, la band più famosa del mondo: i Beatles. La firma è hollywoodiana e pregevole: Ron Howard, regista di A Beautiful Mind, Apollo 13, Rush e tanti altri e che poco dopo lo scioglimento della band sarebbe entrato nel cast di Happy Days col ruolo di Ricky Cunningham.

Si aggiunge così allo scaffale dei Beatles cinematografici un altro tassello (qui una ricca rassegna dei film su l gruppo ). Howard per raccontare un così grande motore di cultura e immaginario collettivo fa bene a scegliere una prospettiva precisa: il periodo dei 400 concerti in tutto il mondo, dal Cavern Club di Liverpool, quando erano ragazzini impetuosi fino al Candlestick Park di San Francisco, anno 1966, sei anno dopo il loro inizio.

Eight Days a Week (otto giorni a settimana per simboleggiare la frenesia del lavoro dei FabFour) sembra rispondere, in parte, al titolo della canzone degli Stadio Chiedi chi erano i Beatles. Una risposta curata e attenta. Per il documentario sono stati chiamati team di archivisti, tecnici del suono, ricercatori, montatori supervisionati dall’ingegnere del suono e premio Oscar Chris Jenkins. La sfida era titanica: mettere insieme, con coerenza, tantissimo materiale di fonti e qualità diversa. Nel 2014 la fan page facebook dei Beatles chiese agli appassionati se avessero materiale video del periodo, dei loro live. La risposta fu impetuosa tanto che la produzione dovette installare un centralino apposito per le chiamate. Ma cosa ne è venuto fuori?

Si nota subito una chiarezza espositiva che, visto il tanto materiale, non era affatto scontata. C’è un percorso cronologico, lineare, coadiuvato dalla grafica ma dove sono regine le tantissime fotografie e il materiale video anche inedito con le testimonianze dei quattro. Ci sono poi gli estratti di 150 brani tra i più e meno famosi: I want to hold your hand, Ticket to ride, Help e tanti altri. Ma del materiale audio colpisce anche il rumore, oltre che il suono. Tutto Eight Days a Week è tempestato dalle urla, quelle dei fan e delle fan che riempivano gli stadi, ingrossavano le file chilometriche, forzavano i cordoni di una polizia stupita. La summa di ciò si ritrova allo Shea Stadium di New York dove Ringo Starr racconta delle urla sovrastanti la loro musica e l’unico modo per capire il ritmo era guardare il battito del piede di Paul, al basso.

I Beatles come fenomeno di massa e incipit della “cultura giovanile” è uno dei punti tematici che il film espande, chiedendosi come, senza social, la voce della loro musica andasse con la stessa forza da Liverpool alla Nuova Zelanda. Ron Howard riesce ad essere piano, un po' didascalico sì ma mai freddo nella sua regia. Il calore arriva diretto quando l’accento si pone sulla fratellanza dei quattro. Su come quei vestiti tutti uguali, intuizione del celebre manager Brian Epstein, fossero il sigillo cromatico della loro anima: sono in quattro ma quando suonano sono uno, diventando colonna sonora della storia. Li vediamo sempre insieme rispondere sfrontati e spontanei alle domande dei giornalisti, suonare in studio con metodo. Nuove prospettive, su una band sulla quale si è detto di tutto, arrivano poi quando si racconta del problema di ordine pubblico che creavano, all’apice della fama, i concerti del quartetto. E poi c’è l’impegno: nel ‘64, quando nel Sud degli Stati Uniti si riìfiutarono di suonare in luoghi che prevedessero la segregazione, e così  il Gator Bowl di Jacksonville dovette cambiare la politica dei posti a sedere. Whoopi Goldberg, tra i tanti artisti intervistati nel film insieme a McCartney e Ringo, Sigourney Weaver, il regista Richard Curtis, Elvis Costello e altri, racconta di come le canzoni dei Beatles le permettessero di sentirsi uguale a chiunque.

Ci sono poi solo accenni alle crisi come la famigerata battuta di Lennon “ i Beatles sono più famosi di Gesù Cristo che costò al gruppo le ire dei cattolici statunitensi. Alla fine sopraggiungono 30 minuti di concerto, proprio quello allo Shea Stadium del 1965 davanti a 55 000 persone. Eight Days a week  suona come un lavoro denso, che vince la sfida di raccordare e dare una chiave a tanto materiale diverso evitando il rischio confusione e involuzione. Un buon punto di partenza per approfondire il perchè il suono dei quattro di Liverpool rimanga ancora uno e unico.

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