Bielorussia, Lukašenko è chiuso tra due fuochi: da una parte le proteste dei cittadini e dall'altra la minaccia della Russia

di 17.03.2017 9:01 CET
Alexander Lukashenk
Il presidente della Bielorussia durante una conferenza a Minsk REUTERS/Vasily Fedosenko/Files

La Bielorussia, parte dell’Unione Sovietica, si distaccò e divenne indipendente nel 1991 e dal 1994 Aleksandr Lukašenko, già ingranaggio della nomenclatura sovietica e comunista convinto, divenne il presidente della Repubblica indipendente. Lukašenko, dopo 5 mandati ed altrettante contestate elezioni, è ancora il Presidente comunista della Bielorussia.

SEGUICI SU FACEBOOK 

Secondo Amnesty International sono forti in Bielorussia le restrizioni sui diritti legati alla libertà di espressione, di associazione e di riunione e nella classifica di Reporters Sans Frontières sulla libertà di stampa la Bielorussia è posizionata tristemente al 157esimo posto (su 180 Paesi). Diciamo che la Bielorussia non è la Norvegia o la Danimarca per rispetto dei diritti civili ed il fatto che Lukašenko non sia da subito intervenuto duramente per sedare le proteste, ma abbia lasciato correre per qualche giorno, mostrandosi aperto al dialogo e valutando le richieste della popolazione, ha lasciato abbastanza interdetti.

I motivi delle proteste sono riconducibili a due provvedimenti del governo bielorusso: il progetto relativo alla costruzione di un business center nei pressi di un luogo caro ai bielorussi perché testimonianza e ricordo delle vittime del terrore staliniano e la riproposizione della tassa sui disoccupati, che prevede il pagamento di circa 200 dollari a carico di chi abbia lavorato meno di 6 mesi nel corso dell’anno, senza risultare iscritto agli uffici del lavoro nazionali. Sembra comunque che Lukašenko abbia ordinato di bloccare la costruzione del business center ed abbia deciso di sospendere il pagamento della tassa almeno per il 2017, difesa comunque nella sua impostazione generale, definita dallo stesso Lukašenko il modo più efficace per combattere il “parassitismo sociale”.

Naturalmente dopo qualche giorno di apertura, la polizia è comunque intervenuta ed ha interrotto le manifestazioni in diverse città (Brest, Babruysk, Luninets, Kobryn) ed arrestato molti attivisti.

Dobbiamo fare comunque un passo indietro, altrimenti il quadro potrebbe non risultare chiaro. La Bielorussia è l’ultimo lembo di terra in cui l’Unione Sovietica sopravvive: i servizi segreti si chiamano ancora KGB, i salari sono molto bassi ma la disoccupazione è a livelli più che strutturali, lo Stato ha il controllo dell’iniziativa economica, le aziende sono pubbliche. Anche se nel 2016 la Bielorussia si è mostrata timidamente più disponibile, con l’approvazione di una  legge sulle partnership tra pubblico e privato al fine di incentivare gli investimenti stranieri, il Paese rimane sempre chiuso e l’economia essenzialmente pianificata soggetta a programmi economici pluriennali e nelle mani della nomenclatura statale.

A livello internazionale, i legami tra Mosca e Minsk sono sempre stati fortissimi: la Russia è il principale Paese fornitore e la principale destinazione delle esportazioni bielorusse, le sovvenzioni finanziarie russe sono sempre state consistenti e puntuali. Russia e Bielorussia sono tra i fondatori dell’Unione economica eurasiatica e la vicinanza tra i due Paesi non è mai stata messa in dubbio. Ultimamente però le decisioni di Minsk hanno creato qualche malumore a Mosca: innanzitutto la Bielorussia non ha riconosciuto l’annessione della Crimea da parte della Russia e sembra non abbia alcuna intenzione di farlo; inoltre, altro punto di frizione riguarda il decreto firmato ai primi di gennaio da Lukašenko che concede ai cittadini di 80 Paesi, tra cui europei, statunitensi e canadesi, la possibilità di ingresso nel Paese, per un limitato numero di giorni, senza obbligo di visto; tutto ciò senza richiedere il parere di Mosca e creando appunto più di qualche problema al confine russo-bielorusso.

Lukašenko sembra essere tra due fuochi: la popolazione che comincia ad agitarsi e la Russia che mostra preoccupazione, possiamo comunque immaginare chi potrebbe avere la peggio.