Biotestamento, c'è l'obiezione di coscienza: il fine vita diventerà un tabù come l'aborto

Testamento biologico
Un modulo per il rifiuto dei trattamenti medici Jacob Windham from Mobile, USA, via Flickr (CC-BY)

In Italia, dopo trent’anni di attesa, forse, avremo finalmente una legge sul biotestamento . Parallelamente però, c’è da scommetterci, avremo di nuovo a che fare con diritti negati, volontà non rispettate e continue battaglie che non porteranno a nulla.

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Il tutto perché, come da tradizione e con una nonchalance che lascerebbe sbalordito chiunque non fosse abituato a questo cerchiobottismo incessante, il nostro Parlamento ha deciso di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Da un lato viene riconosciuto il diritto del paziente di rifiutare l’idratazione e la nutrizione artificiali respingendo totalmente ogni terapia, d’altro con un emendamento di poche righe viene introdotta un’obiezione di coscienza che consentirà al medico di girarsi dall’altra parte , di dire semplicemente “No” alle richieste del malato, di non avere l’obbligo professionale di rispettare la sua volontà. Se non vorrà staccare la spina, non lo farà. Punto.

Un’altra legge 194 è in arrivo, ma con un’unica differenza. 39 anni dopo non c’è stato neanche il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Perché all’interno del testo non c’è un esplicito riferimento all’obiezione di coscienza, presente invece nella legge sull’aborto del 1978, ma si parla vagamente di assenza di “obblighi professionali” di fronte alla richiesta del malato di sospendere terapie fondamentali per la vita o di spegnere i macchinari che gli permettono artificialmente di continuare a vivere. La sostanza è esattamente la stessa, ma a livello lessicale si è evitato di utilizzare termini che avrebbero potuto suscitare polemiche e discussioni a causa delle storture evidenti esistenti in altri ambiti.

Biotestamento: le ultimissime novità


Il 19 aprile, la Camera dei deputati ha approvato i primi due articoli del testo sul testamento biologico, che deve ancora passare al Senato, introducendo però sostanziali modifiche al primo, considerato il cardine di una proposta di legge che, in teoria, dovrebbe dare al malato la possibilità di scegliere.

In base a quanto previsto dall’articolo 1-bis il medico dovrà adoperarsi per alleviare le sofferenze del paziente anche nel caso in cui quest’ultimo si rifiuti di acconsentire al trattamento da lui indicato. Dovranno essere garantite sia la terapia del dolore che le cure palliative. E ancora: nessuna “ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati”, ricorso alla sedazione palliativa e alla terapia del dolore in presenza di sofferenze refrattarie alle cure.

Il biotestamento e l’obiezione di coscienza


Il paziente avrà diritto di scegliere se sottoporsi o no alle terapie anche prima della malattia disponendo del suo fine vita. Questo in teoria. Poi però arriva il comma 7 dello stesso articolo, che dopo aver sottolineato che il medico non è in alcun modo responsabile delle conseguenze derivanti dal rifiuto del malato di sottoporsi alle terapie, permette anche a lui di rifiutarsi di applicare tali richieste.

A prevederlo è l’emendamento della commissione Affari Sociali, ovviamente approvato con larga maggioranza. A votare Sì i deputati del Partito Democratico, quelli di Area Popolare, Lega Nord, Udc, Ds-Cd e Forza Italia. Hanno invece detto no il Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana e Mdp.

Citiamo testualmente: “Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale. Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico assistenziali. A fronte di tali richieste il medico non ha obblighi professionali ”.

Undici semplici parole che hanno spinto i giornali, sulla scia delle proteste del M5S, a parlare di “obiezione di coscienza mascherata”, anche se di “mascherato” c’è ben poco. Il medico potrà dire no alla richiesta del malato di sospendere le terapie fondamentali per la vita, potrà rifiutarsi di spegnere le macchine, potrà insomma continuare a fare quello che fa adesso anche se non avrà la possibilità di dire apertamente, come accade per il rifiuto di effettuare un’interruzione di gravidanza, di essere “un obiettore di coscienza”.

La relatrice Donata Lenzi (Pd) ci tiene però a sottolineare che, rispetto alla legge sull’aborto non ci sarà un’obiezione a prescindere e a priori, ma il medico potrà rendersi disponibile o no caso per caso. E se deciderà di approfittare della situazione per non farlo mai, in nessun caso? Potrà farlo perché niente nel testo glielo impedisce.

Da sottolineare che, il comma 10 dell’articolo 1 prevede che di fronte al rifiuto del singolo medico: “la struttura sanitaria è obbligata a dare seguito alle volontà del paziente” trovando un sostituto del medico obiettore. E se nessun medico è disposto a farlo, cosa che con la legge 194 accade puntualmente, che si fa? Non si sa, la proposta di legge non lo dice, non c’hanno ancora pensato oppure semplicemente è meglio lasciare tutto, come sempre, nell’ambiguità, evitando di affrontare argomenti scomodi.

La cosa più grave di questa vicenda è che guardando i dati esistenti sulla 194 è chiaro, cristallino che l’obiezione di coscienza in Italia è diventata un limite invalicabile , una prerogativa che de facto impedisce alle pazienti di usufruire di un diritto che dovrebbe essere garantito da quarant’anni, una realtà per la quale l’Unione Europea ci ha condannato più volte. I dati dicono che più di 7 medici su 10 si rifiutano di effettuare l’interruzione volontaria di gravidanza, in molte regioni le percentuali sono schizzate sopra l’80%, l’obiezione di struttura (cioè quando l’intero ospedale si rifiuta di fare l’IVG)  è invece arrivata al 35,5%. Molte donne sono costrette a macinare chilometri, addirittura ad andare all’estero per poter accedere all’aborto, andando incontro a “notevoli rischi per la salute e il benessere” (sentenza UE, 11 aprile 2016). Il diritto di dire No predomina sul diritto di scegliere. E a contare molto spesso non è la morale del medico, ma i suoi interessi: semplicemente viene accettato come un fatto incontrovertibile che i non obiettori non fanno carriera e ci si comporta di conseguenza.

Di fronte a uno scenario del genere che rende palese il fatto che il nostro Paese non è stato in grado di gestire questa realtà, il Parlamento decide di introdurre l’obiezione di coscienza, anzi il “non obbligo professionale, su un tema delicato e controverso come il fine vita. Cosa dovremmo aspettarci in questo caso? Che il Biotestamento diventi un tabù come l’aborto e che ancora una volta i diritti del paziente vengano messi in secondo piano.