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La Belva della cella 154 - Capitolo Terzo

By Carmelo Musumeci |

Carmelo Musumeci carmelomusumeci.com

La Belva smise di pensare al suo passato. E ritornò al presente continuando a parlare con il suo gatto. A Nino piaceva discutere solo con lui perché non lo contraddiceva mai. E se Silvestro non era d’accordo, non gli lo faceva capire. La Belva non aveva nessun altro con cui parlare. Con gli altri più che parlare ringhiava. La Belva solo davanti al suo gatto si toglieva la maschera che portava davanti all’Assassino dei Sogni. E tornava quello che era veramente. Un bambino mai cresciuto.

-Caro Silvestro, spesso è difficile dire la cosa giusta. Ed è ancora più difficile fare la cosa giusta. Per questo non mi è rimasto altro che diventare quello che sono. La Belva della cella 154. Io però non volevo essere una belva, ma fin da bambino nessuno mi ha mai voluto.

Quella sera a Nino la tristezza piombò al cuore all’improvviso. E lo assalì una tristezza triste. Era forte e coraggioso, ma quando si ricordava di Isabella, diventava debole e malinconico. Silvestro gli lanciò uno sguardo affettuoso. Nino glielo restituì. La belva si confidava solo con il suo gatto.

-Caro Silvestro, dammi retta. Non è vero che l’amore si dovrebbe accettare al volo. Non t’innamorare mai di qualche gatta randagia. Vacci pure a letto. Giocaci pure a scopa, ma non t’innamorare mai. Non è vero che l’amore fa sempre bene, quando non è corrisposto, ti rende fragile e debole. E ti spezza il cuore. Io penso di essere già nato con il cuore spezzato. Silvestro, a te lo posso dire: è stato duro dimenticare Isabella. Avevo risposto su di lei tutte le mie speranze. E i miei sogni. Ora però che sono diventato una belva non la penso più. E affronto l’Assassino dei Sogni con coraggio e pazzia. Forse però non è vero. Forse quando hai amato veramente qualcuno, non lo dimentichi mai del tutto. Forse quando hai amato veramente qualcuno, lo nascondi per sempre nel cuore e nella testa.

In verità Nino pensava che non sarebbe mai riuscito a dimenticare Isabella. Invece la dimenticò abbastanza presto, quando diventò la Belva della cella 154, ma non riuscì mai a scordarla del tutto. Nonostante tutto, il suo cuore la ricordava ancora.

-Caro Silvestro, nella vita non ti devi mai arrendere. Devi essere sempre forte. E non devi mai dare troppa confidenza agli altri gatti. Solo così riuscirai essere forte. Solo così riuscirai a essere il più forte di tutti i gatti. E devi diventare cattivo. Come me, perché i cattivi, a differenza dei buoni, uccidono, ma non riescono a odiare nessuno. I cattivi non riuscirebbero mai a tenere chiusa una persona in una gabbia dieci, venti, trent'anni e a volte per sempre. I cattivi non riuscirebbero mai a trasformare una persona in una belva, come i buoni hanno fatto con me.

Nino, non si arrabbiava mai, perché era sempre arrabbiato, ma nella sua vita non aveva mai odiato nessuno. Non era mai stato malvagio per odiare qualcuno. Aveva solo ucciso e basta. Non era mai stato così cattivo come lo sono solo i buoni.

-Il carcere è il posto ideale per essere più infelice che qualsiasi altro luogo, ma è anche il posto migliore per scoprire chi sei. Ed io qui ho scoperto che sono la Belva della cella 154.

Mentre Nino parlava, il gatto si limitava a guardarlo. Era una notte stellata. E la luna illuminava le sbarre della sua cella. Nel corridoio della sezione c’era un silenzio che faceva rumore. L’aria odorava di malinconia.

-Caro Silvestro, a dirti la verità, non è vero che ho smesso di sognare, ma non lo dire a nessuno. Non ti nascondo che anche se l’Assassino dei Sogni continua a mangiarmi i miei sogni io riesco ancora a sognare. E questa notte ho sognato un fine pena.

Mentre Nino chiacchierava, il gatto gli faceva cenni con la testa. E la Belva gli rispondeva con dei larghi sorrisi.

-Caro Silvestro, non ti nascondo che ci sono delle sere che il pensiero che posso rimanere in carcere per tutta la vita non mi fa dormire. E la speranza è un’arma pericolosa. Ti si può ritorcere contro di te. Se però avessi un fine pena. Se sapessi il giorno, il mese e l’anno che potrei uscire…Forse riuscirei a essere una persona migliore…Forse riuscirei a essere una persona più buona…Forse riuscirei a essere una persona più umana…Forse riuscirei a non essere più una belva.

Mentre Nino continuava a parlare da solo a voce alta, il gatto lo seguiva con gli occhi. E lo guardava con sguardo curioso.

-Caro Silvestro, noi uomini ombra non possiamo avere nessun futuro migliore perché noi non abbiamo più nessun futuro. E per lo Stato noi non esistiamo, siamo come morti. Siamo solo carne viva immagazzinata in una cella a morire. Eppure a volte, quando mi dimentico di essere una belva, io mi sento ancora vivo. E questo è il dolore più grande per un uomo condannato a essere morto. A che serve vivere se non hai nessuna possibilità di vivere? Se non sai quando finisce la tua pena? Se sei destinato a essere colpevole a cattivo per sempre?

Ogni tanto Nino s’interrompeva di parlare. E scoppiava a ridere all’improvviso. Lo faceva spesso. Lo faceva di proposito per spaventare gli altri detenuti della sezione. Voleva che gli altri pensassero che lui era pazzo, ma a volte lui stesso credeva di esserlo. Ognuno s’inventa la realtà di cui ha bisogno. E Nino aveva bisogno di diventare matto per soffrire di meno. A parte il muro di cinta che divideva la Belva dal mondo libero c’era un altro muro che Nino aveva alzato: fra lui,il mondo esterno e il suo cuore.

Caro Silvestro, devi sapere che l’ergastolano è un morto vivente, perché respira senza vivere in attesa d’invecchiare. Negare ad una persona la certezza della pena è un crimine ancor più grande di quello che si vuole punire.

Intanto che la Belva discuteva con il suo gatto, i detenuti della cella di fronte parlavano di loro. Erano in tre e odiavano sia Nino che Silvestro. E si stavano confidando i loro pensieri:
-Quel cazzo di gatto non lo posso vedere.
I loro sei occhi si osservavano.
-Io non posso vedere neppure il suo padrone.
Uno di loro fece una smorfia cattiva.
-Ci spaccassi “a facci a iddu e a tutti chiddu comu a iddu…”
L’altro scrollò la testa.
-E come minchia fai?
E sorrise maliziosamente.
-Lo sai perché lo chiamano la Belva?
Quello di prima rispose:
-No!
E con un grugnito aggiunse:
-Perché?
Gli rispose l’altro compagno:
-Al passeggio gli sono saltati addosso in dieci…
Fece una smorfia di disappunto.
-E li ha massacrati di botte tutti dieci.
Tutti tre rimasero un attimo in silenzio. Poi uno di loro propose:
-Perché non ammazziamo il gatto e lo cuciniamo?
Gli rispose il più giovane:
-Ma se la Belva lo viene a sapere, ci ammazza tutti e tre.
Quello che aveva fatto la proposta fece un mezzo sorriso.
-E come fa a venirlo a sapere?
L’altro uomo domandò:
-Ma il gatto è buono da mangiare?
Il più anziano dei tre:
-Buonissimo!
Si passò la lingua fra le labbra.
-Alla cacciatora con le olive viene meglio del coniglio.
Il più giovane insistette con un’altra domanda:
-Non sa di selvatico?
Rispose quello di prima:
-No, se prima lo lavi con l’aceto.
Furono tutti e tre d’accordo.
-Io ci sto!
-Appena la Belva va a lavorare in lavanderia acchiappiamo quel fottuto gatto e lo mettiamo in pentola.
-Ci sto anch’io!
-Io pure.

Sia Nino che Silvestro avevano finito di mangiare. Il gatto, come al solito, si sdraiò ai piedi del letto. Nel suo posto preferito. E Nino si mise a pulire e sistemare la stanza. La cella della Belva era in fondo al corridoio. Il soffitto era alto e i muri spessi. La branda era piantata accanto alla finestra. Sopra il letto c’era una grande mensola. E al centro c’era un crocefisso. Non l’aveva messo lui. C’era già. Lui non l’aveva mai tolto. E non perché era credente, ma solo per poter dirgliene quattro ogni tanto a Gesù.
Nino non credeva in Dio, ma avrebbe voluto tanto che esistesse solo per poter un giorno incontrarlo e per fare a botte con lui. La Belva non aveva paura di nessuno, neppure di Dio. Un’altra mensola era murata vicino al blindato. Dove c’era il televisore, che la Belva non accendeva quasi mai. Era convinto che alla televisione parlassero solo di niente. E lui preferiva scrivere e leggere. Poi c’era un tavolino attaccato al muro. E uno sgabello inchiodato al pavimento. Nino era ordinato. La sua cella era la migliore di tutte. I muri erano puliti. Non c’erano scritte. E a differenza delle altre celle, non c’erano donne di carta incollate nelle pareti. Nessuna foto era attaccata al muro. Lui non aveva nessuno. Non aveva foto di parenti. Nel cuore della Belva non c’era più posto per l’amore umano. C’era rimasto solo un po’ d’amore per Silvestro.

Le belve non hanno mai nessuno. E lui era solo la Belva della cella 154. Non si lamentava di questo. Non gli importava nulla di quello che gli altri pensavano. Tanto lui sapeva che in questo mondo era solo di passaggio.

L’aveva scoperto leggendo i libri di fisica. Erano gli unici libri che leggeva. Non ci capiva molto, ma li leggeva con attenzione. Nino aveva appena la quinta elementare. Non gli interessava capire gli uomini, ma gli piaceva scoprire i misteri dell’universo. Divorava i libri di fisica perché voleva capire come funzionava l’universo. E credeva di averlo capito.

Lui ragionava in maniera semplice. Ragionava come i bambini. E i bambini ragionavano come le belve.
Nino pensava che l’inferno e il paradiso fossero il mondo degli atomi. Invece gli elettroni, protoni, neutroni, quark e le stringhe erano gli dei. E nessuno di loro comandava sugli altri perché tutti avevano bisogno l’uno dell’altro. La Belva pensava che non c’era stato bisogno di nessun creatore. Era convinto che nell’universo ci fosse sempre stato tutto quello di cui c’era bisogno. Credeva che non c’era stato bisogno di nessun inizio, perché non c’era mai stato nessun inizio. E non ci sarebbe stata mai nessuna fine, perché l’universo era un elastico che continuamente si espandeva e si contraeva. Aveva letto che nell’universo tutto si trasforma. E che la materia e l’energia cambiavano di stato perché nell’universo nulla si crea e niente si distrugge. Alla Belva piaceva tanto l’astronoma italiana Margherita Hack. Un giorno le aveva scritto. E sognava di ricevere una sua lettera.

Finito di sistemare la cella, Nino si sdraiò a letto. E prese la lettera che aveva ricevuto quella mattina. Era di una donna che aveva iniziato a scrivergli dopo che aveva letto una sua poesia pubblicata in un giornale.
-Veni Silvestru.. senti chiddu ca scriviù Francesca.
E Nino iniziò a leggere a voce alta.
-Ho riletto il tuo racconto che mi hai mandato.
Intanto che la Belva leggeva, Silvestro lo osservava con la coda dell’occhio.
-Le parole bruciano.
Poi il gatto iniziò a chiudere l’occhio sinistro.
-Poi hanno continuato anche di notte, come braci nere ma roventi, sulla pelle…
Poi chiuse anche quello destro. A volte mi pare di vedere quell’uomo- non uomo, che frega soldi sul latte e sui viveri e sui pacchi. Poi sembrò che Silvestro si fosse addormentato.
-Magari mettendosi a posto la coscienza pensando che voi stessi, carcerati, avete “peccato”prima di lui.
Nino pensò che stesse facendo finta.
-A volte mi pare di vedere le pupille sadiche di qualche uomo-non uomo, guardiano del nulla, che compensa il suo non-essere con la violenza sui detenuti, calci, pugni, manganelli.
E lo guardò con occhi affettuosi.
-A volte vedo i “Don”, belli fieri che si credono uomini per aver generato nuove regole e gerarchie di sottomissione.
Ad un tratto la Belva si fermò di leggere la lettera. E spiegò a Silvestro.
-Francesca sta commentando il racconto noir sociale carcerario che le ho mandato…
Silvestro gli rispose con un miagolio annoiato. E Nino gli accarezzò la schiena.
-Lo so… non t’interessa perché non sono cose da gatti.
E gli sussurrò all’orecchio:
-Nu gnesseri glilusu di Francesca iatuzza mia… u sai ca si a iattaredda do mo cori.
Poi la Belva riprese a leggere la lettera.
-Tutte queste persone sono corpi senza anima, senza ruolo, che si dannano per trovare conferma in una loro esistenza.
Mentre leggeva accarezzava il gatto.
-“Esistere”senza questi atti violenti, di usurpazione, per loro è impossibile.
A Silvestro piaceva ricevere le carezze.
-Si sentono annullati.
E le parole affettuose di Nino.
-È davvero brutto… perché significa che queste persone non sanno nutrirsi delle cose belle, dell’amore, del sole, della natura del mondo.
Poi Silvestro gli si avvicinò.
-È la stessa gente che alimenterebbe le guerre con sciacallaggii, che non proverebbe pietà per un bambino che rimarrà orfano per mano loro.
Gli si strusciò addosso.

-Sono eliche di violenza, dove la rettitudine umana non esiste più.
Gli fece le fusa.
-No, hai ragione: questo carcere, così com’è non ha senso.
E si sdraiò nel cuscino.
-Hai ragione, ti capisco.
Accanto alla testa della Belva.
-Ti capisco quando auguri la pena di morte in sostituzione dell’ergastolo.
Si mise a osservare la lettera che Nino aveva tra le mani.
-Ti capisco, ma come puoi non farci gridare di orrore, come puoi non farci urlare: No, non voglio che muori?
Sembrava che anche lui volesse leggere la lettera di Francesca.
-Io non ti sono niente, né parente, né compagno di cella…
Guardava un po’ Nino e un po’ la lettera.
-Però anche a me viene da… prenderti in braccio, guardare te, e voi tutti che restate umani nonostante il carcere e urlare: resisti!
Poi si mise a leccare il viso della Belva.
-Se puoi, resisti al cane nero della violenza, che mordendoti ti fa diventare rabbioso…
Nino si fermò di nuovo, per pensare alla parola che aveva letto:
-“Resistere”.
Disse a se stesso, a Silvestro e a Francesca:
-Perché devo resistere?
Scrollò le spalle.
-Per chi e per che cosa?
Incrociò lo sguardo con Silvestro. Poi si alzò dal letto. Mise sul fornellino la caffettiera. L’odore del caffè fece raddrizzare le orecchie a Silvestro. Bevve un po’ di caffè. E accese la radiolina. A lui e a Silvestro piaceva la musica. Si sedette sullo sgabello davanti al tavolino. Prese carta e penna e iniziò a scrivere:
-Mi hanno colpito le tue parole “Io non ti sono niente” perché, appunto che non sei niente, sei già qualcosa.
Rilesse quello che aveva scritto. Annuì con la testa. E continuò.
-Non ho bisogno di nulla… ho già tutto quello che mi serve per essere felice e infelice nello stesso momento.
Si fermò di nuovo di scrivere. Bevve un altro sorso di caffè. E andò avanti.
-Felice perché ho il mio gatto e infelice perché io ho una pena che non avrà mai fine. No! Non ho proprio bisogno di nulla!
Fece un grosso sospirò la belva. E proseguì.
-Ho solo bisogno che una persona che non mi è nulla mi dia un po’ del suo calore, qui fa tanto freddo…
La Belva era di poche parole.
-Ciao.
E finì subito la lettera aggiungendo i saluti di Silvestro. Posò la penna. Si alzò. E iniziò a fare avanti e indietro per la cella. Mentre faceva su e giù, iniziò di nuovo a parlare al suo gatto. Nino non aveva nessuno con cui parlare. Parlava solo con Silvestro. E parlava tanto perché il gatto sembrava che non si stancasse mai di ascoltarlo. La Belva aveva tutto e nulla. Tutto perché aveva Silvestro che gli dava quello di cui aveva bisogno. Nulla perché aveva solo lui.

-Caro Silvestro, devi sapere che la morte per un ergastolano è una fortuna incredibile.
Ti dà la pace e la libertà nello stesso momento. Io però non riesco a uccidermi da solo. E ho provato a farmi ammazzare, ma sono troppo forte. Nessuno ci riesce. In passato ci hanno provato un po’ tutti. Ci hanno provato i siciliani. Ci hanno provato i calabresi. Ci hanno provato i napoletani. Forse ci ha provato pure Dio, ma non c’è riuscito neppure lui. Una volta ci hanno provato tutti insieme.

Poi inizio di nuovo a ricordare. E lasciò che i ricordi scorressero dalla testa. Lasciò pure che la malinconia scorresse dal cuore. E si ricordò di Maurizio: l’unico vero amico umano che aveva mai avuto.

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