Bonus 80 euro e sgravi assunzioni: Renzi difende l'indifendibile, siamo sicuri di volerlo di nuovo premier?

Renzi
Matteo Renzi REUTERS/Stefano Rellandini

Un vecchio detto dice: errare è umano perseverare è diabolico. E diabolica è quindi la tenacia con cui l’ex premier Matteo Renzi continua imperterrito a difendere alcune misure del suo esecutivo ingaggiando una costante battaglia contro il mondo reale.

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L’ultima piroetta si trova bel bella sul blog dell’ex premier che tenta di difendere l’indifendibile: il bonus di 80 euro per i dipendenti. Nei giorni scorsi il Ministero dell’Economia ha pubblicato il rapporto sulla dichiarazione IRPEF 2015 che spiega quanti italiani hanno percepito il bonus e, ancora più interessante, quanti l’hanno dovuto restituire.

Come previsto – molti gufi avevano messo in guardia il Governo sull’inevitabile pasticcio già all’indomani dell’introduzione del bonus di 80 euro – migliaia di incapienti, ovveri poveri (persone con redditi inferiori a 8mila euro) hanno dovuto restituire, in un’unica soluzione, il bonus renziano. Della serie: in Italia se sei povero ti tirano le pietre e ti chiedono pure soldi indietro.

Nessuna ammissione di colpa, nessun mea culpa per tutti i miliardi buttati in mancette e misure spot: con le ultime uscite pubbliche l’ex premier conferma di essere ripartito esattamente da dove aveva lasciato all’indomani del referendum. Se i presupposti sono questi, siamo sicuri di voler Renzi ancora alla guida di un partito che si dice di sinistra? Siamo sicuri di volerlo ancora alla guida del Paese? È vero, il panorama intorno è altrettanto desolante: ma se questo è il “meno peggio”, quello da votare “turandosi il naso” (come direbbe Indro Montanelli) il declino dell’Italia non può che essere dietro l’angolo.

Renzi e la “dimenticanza” sugli 80 euro

Nel 2014, il neo Governo Renzi ha introdotto il bonus fiscale di 80 euro per tutti i dipendenti con stipendio annuale sopra gli 8mila euro e sotto i 24mila euro (dai 24mila euro il bonus inizia a scendere fino ad arrivare a zero a 26mila).

La misura fu annunciata in fretta e furia in vista delle elezioni europee quando il PD ha messo a segno un risultato storico oltre il 40% dei voti. Ma come si dice: la fretta non è mai buona consigliera. E infatti qualcuno, fin dall’inizio, chiese: ma se alla fine dell’anno una persona guadagna meno di 8mila euro, cioè meno di 700euro al mese, una miseria, dovrà anche restituire il bonus al Governo?

“Gufi!”, fu l'unica risposta ottenuta dal giovane Governo del fare.

Due anni dopo, guarda caso, siamo qui a contare quante migliaia di persone povere sono state costrette, facendo il conguaglio di fine anno a restituire il malloppo. In molti infatti, hanno ricevuto il bonus di 80 euro perché all’inizio dell’anno avevano uno stipendio che li faceva rientrare nella fascia indicata, ma perdendo il lavoro nel corso dell’anno, alla fine non hanno raggiunto gli 8mila euro indicati. Così in dichiarazione dei redditi hanno dovuto restituire il bonus, in un’unica soluzione.

Dall’altra parte, anche persone che hanno incassato più di 26mila euro nel corso dell’anno, a conguaglio, hanno dovuto restituire 960 euro, sempre in un’unica soluzione.

Il premier, intervenendo a difesa della sua misura spiega “gli 80 euro vanno solo a chi ne ha diritto. Se uno inizia a guadagnare più di 1.500 euro netti ci dispiace ma li deve restituire. Ma questo che cosa c’entra con il “flop” della misura?” a questo punto la domanda sorge spontanea: ma Renzi c’è o ci fa?

Qualcuno dei suoi potrebbe, gentilmente, far notare all’ex premier che con la sua furbata anche migliaia di incapienti, persone che hanno guadagnato una miseria, hanno dovuto restituire il bonus, tutto e subito? Perchè nel post Renzi scrive di coloro che hanno perso il bonus perché più “ricchi”, ma non accenna nemmeno a chi è piombato nella fascia dei poveri. Dimenticanza o malafede?

Renzi e la lotta contro la realtà

Questa vicenda dimostra l’incompetenza di una classe politica che cerca di raccattare consensi elettorali mettendo in campo misure fatte con i piedi e senza calcolarne le conseguenze.

Ma considerando nel complesso le politiche renziane e i risultati ottenuti il panorama è ancora più preoccupante. Il bonus di 80 euro ci costa oltre 6 miliardi l’anno un costo troppo elevato per i risultati ottenuti (e lo scrive una persona che quegli 80 euro li prende tutti i mesi): la ridistribuzione della ricchezza non si è vista (continuano ad aumentare i cittadini sotto la soglia di povertà) e i consumi interni non hanno preso lo slancio promesso.

Stesso copione per gli sgravi fiscali sulle nuove assunzioni. La legge di stabilità 2015 ha stanziato 11,8 miliardi per il triennio 2015-2017 per ridurre il costo dei nuovi contratti. Come abbiamo spiegato fino allo sfinimento, gli sgravi sono serviti solo per “dopare” il mercato del lavoro nel 2015, ma finiti gli sgravi finito amore.

Sono entrambe interventi paLliativi, misure che hanno dato miseri risultati immediati, utili a fini elettorali, ma che non hanno risolto i problemi della povertà e dell’occupazione in Italia. E questo è chiaro guardando il quadro economico italiano ed europeo: l’Italia è l’unico Paese insieme alla Grecia ad essere cresciuto nel 2016 meno dell’1%.

Scarsi risultati quindi, ma costi ingenti. Oggi il Governo Gentiloni tribola alla ricerca di 3,4 miliardi per rimettere i conti in ordine come ci chiede l’Europa. In quest’ottica i 6 miliardi dei bonus 80 euro e gli 11,8 miliardi per gli sgravi fiscali sono una montagna di risorse preziose buttate a mare.

Ma Renzi continua a difendere il suo operato e i risultati ottenuti. Se questo è il meno peggio, prepariamoci alla tempesta.