Brasile: primo ok all’impeachment di Dilma Rousseff, fra crisi economica, corruzione dilagante e Olimpiadi alle porte

Brasile
Dilma Rousseff REUTERS/Ueslei Marcelino

Il 17 aprile 2016, 200 milioni di brasiliani sono stati davanti a tv e maxi-schermi con il fiato sospeso di fronte alla votazione della camera del parlamento per l’impeachment del presidente Dilma Rousseff. L’ok di oltre 342 deputati deputati ha dato il via libera al percorso politico che dovrebbe portare all’allontamento di Rousseff dalla poltrona di presidente del Brasile. Ma la profonda crisi politica del Paese funge da cassa di risonanza di una crisi più grande e profonda: quella economica.

Il Brasile sta attraversando tempi di forte rallentamento economico: da Paese emergente in grado di trainare l’economia mondiale, oggi il Brasile soffre il calo dell’export, il crollo del prezzo delle materie prime, un’inflazione senza precedenti, una disoccupazione in risalita e di conseguenza una crescita bassa come non si vedeva da 25 anni. E l’ultimo tassello del quadro brasiliano è rappresentato dalla crisi morale della classe politica e della classe dirigente del Paese travolta continuamente da inchieste per corruzione e truffa. La più grande, quella legata al colosso petrolifero Patrobras tocca da vicino il governo della presidente e rischia di metterla alla porta del parlamento.

Brasile: un’economia che non corre più

Nel 2003, quando il partito dei lavoratori è salito per la prima volta al potere con il predecessore di Rousseff, Luiz Inácio Lula da Silva, l’economia brasiliana e quella mondiale era in piena crescita. La crescita del Brasile e dei colleghi BRICS, (Russia, India, Cina e Sudafrica) ha continuato senza sosta per anni permettendo a Lula di far uscire dalla povertà milioni di brasiliani grazie ad un programma di welfare ambizioso e inclusivo. Ma quella crescita, attestata al 7% nel 2010, non si è più vista. La crisi economica del 2008 è arrivata anche in Brasile: nel 2012 ha registrato una crescita reale dell’1,8%, del 2,7% nel 2013 e dello 0,1% nel 2014. E nel 2015, i dati sono arrivati a marzo, l’economia brasiliana si è contratta del 3,8%, la peggiore performance degli ultimi 25 anni.

Non a caso nel settembre scorso l’agenzia di rating Standard and Poor’s ha gettato il Brasile nella spazzatura declassando i suoi titoli di Stato a BB+, primo step dell’area di non-investimento dove risiedono i titoli prevalentemente speculativi. Prima la crisi economica partita dagli Stati Uniti, il rallentamento dell’economia globale, la frenata della Cina (e quindi il rallentamento della domanda) e il crollo dei prezzi delle materie prime, ferro, soia e petrolio che rappresentano un terzo dell’export brasiliano: sono questi i principali fattori che hanno intaccato la crescita del Brasile. Così, il Paese è nel bel mezzo di una spirale inflazionistica di quasi l’11% su base annua a gennaio 2016 e gli analisti che prevedono il picco nel corso del 2016. Il Brasile è nel bel mezzo di una recessione che non ha precedenti nella storia recente del Paese, causa e conseguenza della crisi politica che ha messo al centro della rabbia e delle proteste l’attuale presidente.

L’impeachment del presidente Dilma Rousseff

Dilma Rousseff, arrivata alla presidenza del Brasile nel 2011, è accusata di aver “truccato” i conti del Paese nascondendo deficit e debito per vincere le elezioni del 2014. A questo si aggiungono gli scandali di corruzione che toccano da vicino il suo governo. Oggetto del contendere è lo scandalo del colosso del petrolio Petrobras: l’inchiesta partita nel 2014 coinvolge 34 uomini politici della coalizione della Rousseff. I dirigenti della società sono accusati di gonfiare le commesse di circa l’1-3% per dare tangenti e finanziamenti illeciti ai partiti politici brasiliani. Si tratta del più grande caso di corruzione dell’America Latina. La rabbia nei confronti della Rousseff è letteralmente esplosa dopo che la presidente ha cercato di salvare il suo predecessore Lula Da Silva, coinvolto nello scandalo, nominandolo capo di gabinetto e garantendogli l’immunità parlamentare.

Così, la Camera dei Deputati brasiliana, dopo una seduta durata tre giorni, ha approvato la messa in stato di accusa della presidente Rousseff: 355 si, 131 no, 7 astenuti e 2 assenti. Il quorum richiesto era dei due terzi, 342 deputati. Ora il procedimento passa al voto del Senato dove è richiesta la maggioranza semplice. Dopo il voto in Senato nelle prossime settimane, Rousseff dovrà lasciare la sede della presidenza al suo posto prenderà i poteri ad interim il suo attuale vice, Michel Temer, che dovrà formare un nuovo governo. Temer non aspetta altro: entrato in parlamento sostenendo il governo di Dilma, ha recentemente deciso di voltare pagina e andare con le opposizioni. Il problema è che anche Temer rischia l’impeachment per aver manipolato il bilancio del governo per portare di nuovo alla presidenza Rousseff. Dopo di lui toccherebbe al presidente della camera Eduardo Cunha, coinvolto, però, nello scandalo Petrobras. Il punto è che più di 150 tra parlamentari e funzionari sono accusati di corruzione e riciclaggio, per questo le piazze brasiliane sono sempre più piene di gente che non ce la fa più.

Sullo sfondo ci sono i lavori per le Olimpiadi 2016 in Brasile. Nonostante una partenza critica, secondo gli organizzatori, a circa quattro mesi dall’apertura dei giochi il 90% delle opere sono state concluse. Ma ciò non significa che il percorso di avvicinamento alle Olimpiadi sia in discesa: l’epidemia del virus Zika sta mettendo alla prova le infrastrutture sanitarie del paese, i brasiliani sembrano più interessati al futuro politico del Paese che alle Olimpiadi (è stata venduta solo la metà dei biglietti) e resta soprattutto l’incognita politica di chi sarà al governo al momento dell’accensione della fiaccola olimpica.

Dal punto di vista economico l’allontamento di una classe politica decennale sentita come corrotta e incapace di fronte alla crisi, sul medio-lungo periodo potrebbe riportare l’ottimismo sui mercati. Nonostante le previsioni 2016 descrivano un Paese ancora in lotta con la recessione, qualche spiraglio c’è: minori rischi legati al rialzo dei tassi da parte della FED e qualche sintomo di ripresa dei prezzi delle materie prime. Ma la strada verso la ripresa è ancora lunga e piena di insidie.