Brasile: senatori votano per l'impeachment della Rousseff, finisce il regno del Partito dei Lavoratori. E adesso che succede?

Brasile
Dilma Rousseff REUTERS/Ueslei Marcelino

A pochi giorni dalla fine delle Olimpiadi, il Brasile assiste anche alla fine del regno del Partito dei Lavoratori che ha governato il Paese con Lula e Dilma Rousseff per 13 anni. Gli 81 senatori del Brasile hanno votato, come ampiamente previsto, per la destituzione definitiva della presidente Rousseff: sessantuno i voti favorevoli, venti i contrari.

Già alla vigilia del voto, il destino della Rousseff sembrava segnato: sui 54 voti necessari per confermare il suo allontamento dalla guida del Paese, 52 senatori avevano già dichiarato di essere pronti a votare contro la presidente. A niente, quindi, è servita la difesa della Rousseff che lunedì si è presentata in senato con un discorso di oltre 30 minuti per ribadire la sua innocenza e chiedere di votare contro l’impeachement e “per la democrazia”.

Ora si apre una nuova fase per il Brasile. Il Presidente ad interim Michel Temer guiderà il Paese fino alla fine del mandato previsto per il 2018, ma avrà anche il difficile compito di tentare di traghettare il Paese fuori dalla recessione.

L’impeachment di Dilma Rousseff

Siamo arrivati all’ultimo atto del dramma politico brasiliano. La presidente Rousseff è stata travolta dalle accuse di aver manipolato illecitamente i conti pubblici brasiliani per tornare nuovamente alla guida del Paese con le elezioni del 2014. Dopo il voto favorevole all’impeachment delle due Camere, la presidente a maggio è stata sospesa dalle sue funzioni sostituita dal presidente ad interim Temer.

Lunedì 29 agosto la Rousseff è arrivata in Senato per difendersi dalle accuse: in un lungo discorso di fronte agli 81 senatori che hanno deciso il destino la presidente ha ricordato di essere stata torturata dalla dittatura militare negli anni ’70, ha ripetuto di non aver commesso alcun reato e ha chiesto ai senatori “votate contro l’impeachment, votate per la democrazia”. “Siamo a un passo da una grave rottura istituzionale, dalla concretizzazione di un autentico colpo di Stato per eleggere indirettamente un Governo usurpatore” e ha ricordato di essere stata eletta da 54 milioni di brasiliani.

A quanto pare, però, la difesa della presidente non ha convinto i senatori che hanno votato per il suo allontanamento dal governo di Brasilia. Negli ultimi mesi la popolarità della presidente è crollata a causa della grave crisi economica del Paese e della serie di scandali di corruzione che hanno interessato il colosso petrolifero Petrobras e travolto numerosi membri del parlamento accusati di aver intascato tangenti.

Ma per l’impeachment della presidente i suoi detrattori si sono appellati all’articolo 85 della Costituzione brasiliana che elenca i motivi per cui un presidente può essere allontanato dal Governo tra i quali anche il reato di responsabilità amministrativa per la violazione della legge di bilancio.

Brasilia, un futuro incenrto tra caos politico e crisi economica

Chiuso il capitolo Rousseff non finiscono, però, i problemi per il Brasile. Le tensioni sociali e gli scontri tra manifestanti e polizia che hanno accompagnato l’inizio del processo per l’impeachment della Rousseff potrebbero non placarsi in breve tempo. I sostenitori della presidente, infatti, gridano al colpo di stato e promettono battaglia contro il presidente Temer, non eletto dal popolo, ma chiamato a guidare il Paese fino alla scadenza del mandato.

Il caos sociale e politico, quindi, rischia di proseguire per molto tempo ancora alimentato dagli scandali di corruzione e dalle indagini contro numerosi esponenti del parlamento brasiliano: più di 150 tra parlamentari e funzionari sono accusati di corruzione e riciclaggio, per questo le piazze brasiliane sono sempre più piene di gente in protesta.

A questo si aggiunge la crisi economica: il Brasile è nel bel mezzo di una recessione che non ha precedenti nella storia del Paese e per il Governo di Temer non sarà facile combattere contro l'enorme deficit dei conti pubblici lasciato dal Governo precedente e alimentato dai costi (anche se relativamente contenuti) sostenuti per l’organizzazione delle Olimpiadi.