Brexit: cosa succede dopo che il premier May avrà attivato l'articolo 50? Tutti i passaggi e gli ostacoli al divorzio

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La petizione anti-Brexit non è quello che sembra: facciamo chiarezza REUTERS/Eddie Keogh/File Photo

Entro fine mese il premier britannico Theresa May attiverà l’articolo 50 del Trattato di Lisbona per l’uscita dall’Unione europea. Con l’approvazione del ‘Withdrwal Bill’ da parte dei due rami del Parlamento il premier può davvero avviare l’iter formale per la Brexit.

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I tempi per l’uscita del Regno Unito dall’UE sono stretti e la strada molto lunga. I negoziatori dovranno trovare un accordo su 40 anni di cooperazione riformulando ogni accordo politico, economico e commerciale tra il paese uscente e l’Unione. A complicare ulteriormente la faccenda c’è la richiesta del premier scozzese Nicola Sturgeon che ha annunciato la volontà di organizzare un nuovo referendum per il distacco della Scozia dal Regno Unito. May sta per imboccare la strada verso una hard Brexit, ma la leader scozzese non ci sta e annuncia lo strappo.

È un’altra incognita che si aggiunge ad un percorso, quello per l’uscita del Regno Unito dall’UE, pieno di insidie. L’iter stesso che porterà ai negoziati e poi, alla fine, alla separazione è pieno di passaggi burocratici e procedure da seguire che porteranno Regno Unito e UE in un territorio sconosciuto, inesplorato.

Brexit: via libera del Parlamento

La suprema Corte britannica ha deciso che il Governo non avrebbe potuto attivare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona senza prima aver incassato il via libera dal Parlamento. Così in fretta e furia per rispettare la tabella di marcia indicata, il premier May ha buttato giù un breve testo in cui, prendendo atto del voto sulla Brexit del 23 giugno scorso, chiede al Parlamento di avviare l’iter per l’uscita del Regno Unito dall’UE.

Il via libera definitivo al documento è arrivato nei giorni scorsi. I tentativi della Camera dei Lord (quella nominata, non eletta) di ammorbidire il documento per la Brexit sono stati vani. Nel corso dell’iter per l’approvazione, i Lord hanno approvato due emendamenti: uno per garantire tutti i diritti attuali ai cittadini europei presenti nel Regno Unito e il secondo per obbligare il Governo a sottoporre al Parlamento l’accordo negotiziato con l’Unione europea prima di firmare il divorzio. Gli emendamenti però, come previsto, sono stati bocciati dalla Camera dei Comuni che sostiene la linea del Governo britannico. Il Parlamento inglese quindi dà carta bianca al premier Theresa May, pronta ad affrontare i negoziati per l’Unione con armatura e coltello tra i denti.

Brexit: cosa prevede l’articolo 50?

Tutto è legato all’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Prima del referendum del 23 giugno scorso sulla Brexit, solo gli addetti ai lavori conoscevano l’articolo che è balzato agli onori della cronaca e sta da mesi sulla bocca di tutti gli europei.

Il principio di base dell’articolo 50 è che “ogni Stato membro può decidere di recedere dall'Unione conformemente alle proprie norme costituzionali”. Presa tale decisione, il Paese la deve notificare al Consiglio europeo che a sua volta formula degli orientamenti per avviare i negoziati.

L'Unione europea, spiega l’articolo 50,  “negozia e conclude un accordo con lo Stato, definisce le modalità per il suo ritiro, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l'Unione”. L’accordo è concluso a nome dell'Unione dal Consiglio, che “delibera a maggioranza qualificata, previa approvazione del Parlamento europeo”. Chiuso il negoziato i trattati dell’Unione “cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell'accordo di ritiro o, in mancanza, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2, a meno che il Consiglio europeo, d'intesa con lo Stato interessato, decida all'unanimità di prorogare tale termine”.

Infine l’articolo 50 precisa che il Paese che esce dall’Unione smette di partecipare alle discussioni del Consiglio europeo e che può decidere, in futuro, di richiedere una nuova adesione che sarà valutata secondo la procedura stabilita dai trattati.

Cosa succede ora?

Incassato l’ok dal Parlamento britannico quindi il premier May può chiedere l’attivazione dell’articolo 50 e secondo la tabella di marcia lo farà entro la fine del mese di marzo. Per farlo deve soltanto notificare al Consiglio europeo la volontà del Paese di uscire dall’UE.

Per avviare la Brexit, formalmente basta una lettera, o come dice Politico, potrebbe bastare una semplice mail per spazzare via 40 anni di storia tra il Regno Unito e l’Unione. Mail, raccomandata o lettera consegnata a mano che sia, il Governo britannico dovrà comunicare al Consiglio l’avvio della Brexit e dare indicazioni per l’avvio dei negoziati.

A quel punto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk in un paio di giorni risponderà al Governo britannico con una bozza di linee guida da seguire per trovare un accordo sulle nuove relazioni Regno Unito-UE. Fisserà anche una data per il vertice europeo – il primo ufficiale con 27 membri – che dovrà approvare le direttive per il negoziato. Se May attiverà l’articolo 50 nell’ultima settimana di marzo, il vertice dei 27 potrebbe tenersi ad aprile o al massimo a maggio.

Il vertice sarà fondamentale per approvare i principi dal mandato al Consiglio europeo che dovrà negoziare i nuovi accordi con il Regno Unito. A quel punto inizierà il negoziato vero e proprio che non potrà durare più di due anni, a meno che le parti non trovino un accordo sulla proroga dei termini.

Anche se può sembrare un lasso di tempo generoso, in realtà, i tempi saranno molto stretti. Per poter firmare un accordo entro due anni – quindi marzo 2019 – le parti dovranno convergere su un documento entro 18 mesi, cioè ottobre 2018, per dare il tempo al parlamento inglese e ai parlamenti dei 27 membri rimasti di approvare l’accordo. Scaduti i due anni, senza un nuovo trattato che disciplini i rapporti tra Regno Unito e UE, il Paese sarà fuori dall’Unione senza alcun legame con i 27 membri.

Brexit: l’incognita Scozia

A complicare ulteriormente la faccenda arriva anche la richiesta di referendum da parte della Scozia. Il Paese ha già votato circa due anni fa per rimandere nel Regno, ma oggi, la leader Sturgeon torna alla carica perché, spiega, “i termini della questione sono cambiati, due anni e mezzo fa non sapevamo che restare parte del Regno Unito avrebbe significato uscire dall'Unione Europea”.

La Scozia ha le idee chiare: consultazione popolare sul divorzio dal Regno Unito tra l'autunno 2018 e la primavera 2019 quindi prima della firma del nuovo accordo con l’UE. La leader ha spiegato che vuole chiamare i cittadini al voto quando sarà già abbastanza chiara la sostanza del negoziato tra il Regno Unito e l’UE, ma quando non sarà ancora troppo tardi.

Le incognite a questo punto, però, sono due. Il primo ostacolo è l’autorizzazione del Governo britannico al referendum in Scozia. Il premier May, da sempre contraria all’indipendenza, ha promesso che negozierà la Brexit in nome e in favore di tutti i Paesi del Regno. Negare il diritto alla consultazione popolare però significherebbe andare alla scontro frontale con la Scozia con tutte le conseguenze politiche e giuridiche del caso.

Ammesso che il Governo autorizzi il referendum, che gli scozzesi votino per l’indipendenza, resterà poi da vedere la reazione europea. A quel punto la Scozia resterà automaticamente nell’UE anche dopo la Brexit, oppure come singolo Paese dovrà seguire tutte le tappe per l’ammissione nell’Unione? In ogni caso Sturgeon dovrà fare i conti con il veto di alcuni Paesi europei, in particolare la Spagna, che temono che l'entrata della Scozia indipendente nella UE possa dare supporto alle cause indipendentiste in patria. 

Una dimostrazione in più che la Brexit ha dato il via ad una serie di salti nel buio di cui non è facile immaginare la conclusione.