Brexit: è possibile tornare indietro? Ecco cosa potrebbe succedere se il Regno Unito cambiasse idea

May Brexit
Una persona mascherata da Theresa May pone dei fiori ai piedi di una lapide che simboleggia la Hard Brexit che il primo ministro del Regno Unito desiderava raggiungere e che ora sembra fuori questione REUTERS/Neil Hall

Se fino a pochi giorni la scelta era tra Hard Brexit e Soft Brexit, dopo le disastrose elezioni anticipate indette dal premier Theresa May, un’altra possibilità spunta sul tavolo del Regno Unito.

Tra le capitali europee è iniziata a serpeggiare l’idea che il Paese, affacciatosi sul campo gara e visto il caos che lo aspetta per l’uscita dall’UE, potrebbe decidere di tornare sui suoi passi e rimanere nell’Unione. “Abbiamo scherzato” sarebbe la traduzione del passo indietro. Il primo a dirlo a voce alta è stato il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble che in un’intervista a Bloomberg dice: “Se il Regno Unito decide di non lasciare più l’Unione europea, è di nuovo benvenuto nel blocco”.

A lui hanno fatto eco anche il neo presidente francese Emmanuel Macron e il capogruppo dei liberali e negoziatore del Parlamento europeo per la Brexit, l'ex premier belga Guy Verhofstadt che però ha voluto sottolineare che in caso di passo indietro Londra sarebbe ben accetta, ma perderebbe i privilegi ottenuti negli anni passati. Come a dire: se avete scherzato, ci avete fatto poco ridere.

Dal canto suo Theresa May tira dritto e ribadisce che i negoziati inizieranno la prossima settimana, come previsto, non appena avrà risolto quel piccolo problema che si chiama "Governo". A un anno dal referendum che ha decretato la Brexit, il Regno Unito non ha ancora fatto un passo fuori dall’Unione, ma il quadro è sempre più complesso.

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Lo scenario politico


Le elezioni anticipate dell’8 giugno scorso sono state un clamoroso autogol, paragonabile soltanto all’indizione del referendum per la Brexit che David Cameron era certo avrebbe sgonfiato l’avanzata dei partiti euroscettici.

Il premier May anziché fare incetta di voti e ottenere un mandato forte per negoziare l’Hard Brexit ha ridimensionato il peso dei conservatori in Parlamento e perso la maggioranza assoluta. Ora per governare è costretta a implorare la destra unionista nordirlandese del DUP che con i suoi 10 seggi avrà il ruolo di stampella per l’esecutivo conservatore. Ma negoziare la Brexit con il DUP non sarà cosa semplice. Si tratta di un partito fortemente conservatore, ma con posizioni più soft per quanto riguarda la Brexit in particolare sul tema dei confini e del movimento dei cittadini.

Il voto dell’8 giugno ha sconfessato May e la sua liena dura per l’Hard Brexit: ora il premier non può far altro che ridimensionare il suo progetto per l’uscita dall’UE.

Hard Brexit? Soft Brexit? O Remain?


Nel Regno Unito c’è chi sarebbe pronto a scommettere che se si riaprissero oggi le urne i britannici voterebbero in maggioranza per il Remain. La trafila per l’uscita dall’Unione è estramente complessa: le parti devono negoziare qualcosa come 300 accordi commerciali (anche con altri partner) e oltre 450 leggi che regolano un esteso ventaglio di settori.

A questo si aggiungono le preoccupazioni per l’eventuale uscita dal mercato unico europeo e la perdita della supremazia della City in ambito finanziario. Molte grandi aziende e banche d’affari stanno già facendo le valigie per lasciaere Londra e le previsioni economiche intravedono dolori per l’economia e l’occupazione nei prossimi anni. Coloro che sostengono che la Brexit non abbia comportanto alcun problema per il Regno Unito dal punto di vista economico, forse non hanno ancora capito che la Brexit al momento è soltanto sulla carta e le conseguenze devono ancora farsi sentire.

I timori su economia e commercio e la complessità del quadro politico provocano ripensamenti all’interno del Paese. Questo sentiment viene cavalcato dei leader europei che sarebbero ben contenti di evitare la Brexit - che avrebbe conseguenze negative anche per Bruxelles oltre a creare un precedente e comportare un enorme dispendio di tempo ed energie per i negoziati.

Se il Governo May con la stampella del DUP non riuscisse a stare in piedi si potrebbe tornare a votare anche prima della fine dell’anno e nella prossima primavera. E chissà se qualcuno nel Regno Unito prenderà coraggio e proporrà di rimettere in discussione la vittoria della Brexit dello scorso anno. La mancata vittoria schiacciante di May alle ultime elezioni sconfessa la sua politica e prova che il Paese è spaccato e almeno una parte degli elettori sta rivalutando il voto sulla Brexit.

Brexit: ma come si torna indietro?


Siamo, ovviamente, nel mondo delle ipotesi. Anche mercoledì 14 giugno, infatti, May ha confermato l’avvio dei negoziati la prossima settimana senza nemmeno spendere una parola sull’ipotesi di rimettere in discussione la Brexit. Ma il sentimento nel Paese e in Europa, dopo il voto anticipato, è chiaramente cambiato e il Regno Unito non è nuovo a colpi di scena. Quindi non si sa mai.

Mettiamo che il Governo May frani o che barcolli di fronte ai negoziatori europei e che in qualche modo il Paese rimetta in discussione la Brexit chiedendo all’Unione di restare nel blocco: “Stavamo scherzando, non andiamo da nessuna parte”.

A quel punto che succede? In realtà nessuno può dirlo. Il famoso articolo 50 del Trattato europeo che prevede l’uscita di un Paese dall’Unione tramite una decisione unilaterale del membro in questione non prevede passi indietro. I diplomatici europei che hanno scritto il trattato hanno previsto una via di fuga dall’Unione, ma non la possibilità che su questo ci sia un ripensamento.

A maggior ragione, quindi, navighiamo a vista. L’unica certezza è che, in questo caso, non potrebbe essere una decisione unilaterale del Paese membro come  funziona in caso di uscita. Altrimenti un Paese potrebbe decidere di lasciare l’Unione e allo scadere dei due anni senza aver trovato un accordo soddisfacente decidere di restare in modo da azzerare la scadenza dei due anni e magari ripartire da capo l’anno dopo.

Il Regno Unito quindi potrebbe chiedere ufficialmente al Consiglio europeo di interrompere i negoziati per rimanere all’interno dell’Unione, ma tale istanza dovrebbe essere sottoposta al voto dei 27. Nonostante qualche prurito nessun membro avrebbe il coraggio di negare al Regno Unito il ritorno all’interno dell’Unione, ma in questo caso la parabola del ritorno del figliol prodigo non avrebbe un lieto fine.

Verhofstadt ha ribadito che le porte dell’Europa restano aperte, ma "come in 'Alice nel Paese delle Meraviglie' le porte non sono sempre le stesse" quindi il Regno Unito dovrebbe rientrare nell'Unione ma "da una nuova porta, senza più 'rebate'", cioè lo sconto sui contributi da versare al bilancio europeo ottenuto nel lontano 1984 da Margaret Thatcher. Da quell’anno infatti il Regno Unito risparmia circa 3,8 miliardi l’anno, per una forma di compensazione considerato che il Paese beneficia solo in minima parte delle risorse per la politica agricola comune.

Insomma il passo indietro del Regno Unito sarebbe ben accetto dall’Unione – anche se i passaggi legali e burocratici sarebbero tutti da vedere – ma non sarebbe gratuito: il Paese pagherebbe il tentativo di divorzio con la perdita dei suoi privilegi. Una posizione legittima quella europea che i latini però tradurrebbero nel detto “unum castigabis, centum emendabis”.