Brexit, il governo inglese è spaccato fra sogni e dura realtà

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Prime conseguenze della Brexit e del conseguente crollo della sterlina: nel Regno Unito aumentano i prezzi dei prodotti importati, inclusi quelli tecnologici REUTERS / TOBY MELVILLE

Il governo inglese sembra essere di fronte ad una spaccatura su come bisognerà affrontare la questione della Brexit, all'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea, decisa dopo il referendum dello scorso giugno. All'interno del gabinetto di Theresa May si sarebbe creata una spaccatura tra la parte più “realista” guidata dal Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond e i più accaniti sostenitori dell'uscita dall'Unione ad ogni costo come il ministro per la brexit David Davis e quello per il commercio internazionale Liam Fox, che avranno l'incarico di condurre le trattative con l'Unione europea in base all'articolo 50 dei trattati.

Philip Hammond avrebbe avvisato i suoi colleghi che è disperatamente necessario che l'industria finanziaria del Regno Unito, di importanza vitale per l'economia del Paese, continui ad avere accesso al mercato unico dell'Unione europea per non perdere preziose quote di mercato a favore dei concorrenti continentali, in primo luogo tedeschi e francesi che hanno già aperto le braccia a chi vorrà trasferire le attività dalla City di Londra in altre capitali oltre la Manica.

Il problema è che per continuare ad avere accesso al mercato unico, sia pure su base settoriale, sarà necessario concedere ai partner europei qualcosa, e quel qualcosa, stando alle dichiarazioni di vari leader europei, come Angela Merkel, potrebbero essere il mantenimento della libera circolazione delle persone e quindi il mancato raggiungimento del pieno controllo delle frontiere del Regno Unito, obiettivo che Davis e Fox ritengono prioritario.

Una parte del governo del Regno Unito ha quindi scoperto che non si può essere incinta soltanto un po', e che il resto d'Europa difficilmente sarà disposto a inginocchiarsi al volere inglese, ma un'altra parte non sembra volersi convincere del fatto che il manico del coltello è dal lato sbagliato della Manica, cioè a Bruxelles: una volta attivato l'articolo 50, i negoziati tra Regno Unito ed Unione Europea possono durare fino a due anni (troppo poco tempo per negoziati così complessi), con possibilità di proroga solo se entrambe le parti saranno d'accordo. Senza un accordo l’Unione Europea potrà semplicemente chiudere l'accesso al proprio mercato, il più grande del mondo, a Londra. Ciò significa che per ogni richiesta del governo May la Commissione Europea potrà porre qualsiasi condizione: per esempio, in cambio della libertà di Commercio, l'Unione europea potrebbe chiedere la libertà di movimento, e Londra potrebbe fare ben poco per imporre la propria volontà, perché il poco tempo a disposizione mette l'Europa in posizione di vantaggio.

Da un lato c'è il disastro economico di essere una minuscola Cina, sottoposta a tariffe e barriere per entrare nel più grande mercato del mondo, ad appena 35 chilometri di distanza, mentre dall'altra parte c'è per il Regno Unito l'obbligo di continuare ad essere soggetto alle regole europee, perdendo però la possibilità di intervenire nel processo di creazione di quelle stesse regole come avvenuto fino ad ora, in quanto membro dell'Unione Europea.

Il governo di Theresa May sta cercando un equilibrio impossibile per riuscire a consegnare al popolo di Elisabetta II la Brexit che hanno desiderato, e forse sanno bene di non sapere che cosa voglia dire compiere questo passo.

La stessa Theresa May è stata sinora molto reticente nel dire che cosa significherà nelle pratica per il Regno uscire dall'Unione Europea, limitandosi a dire che “Brexit significa Brexit”.

Cosa significhi questa frase, tuttavia, non è chiaro a nessuno, forse neppure alla stessa May. Nonostante vi siano state molte richieste il governo non ha ancora chiarito quale visione abbia sui negoziati e sui rapporti con l'Unione Europea dopo l'attivazione dell'articolo 50. Gli stessi parlamentari conservatori sono all'oscuro delle intenzioni del governo, così come l'opinione pubblica inglese, europea e mondiale. È molto probabile che lo stesso governo non abbia la più pallida idea di come uscire da questa trappola: lo dimostra anche il fatto che il governo ha deciso che non interpellerà il Parlamento sulla questione, evitando così l'imboscata che impedirebbe o quantomeno ritarderebbe anche per anni l'avvio della procedura di uscita dalla UE.

Il prossimo 31 agosto ci sarà una riunione di gabinetto durante la quale tutti i ministri daranno la propria opinione sulla Brexit per fare in modo che l'uscita del paese dalla UE sia un successo. In pratica, brancolano ancora nel buio, cercando una vita d'uscita che semplicemente non c'è, a meno che l'UE non commetta suicidio (e non è da escludere, visto il recente passato).

Intanto, l'attivazione dell'articolo 50 dei trattati europei, inizialmente prevista per l'autunno, e in seguito spostata alla fine del 2016, non dovrebbe arrivare prima dell'inizio del prossimo anno, stando a fonti governative. A quanto pare non serviva il Parlamento per ritardare l'inizio di questa tragica farsa.