Brexit: il Regno Unito perde il primo round di un negoziato che non può vincere

Brexit
Banconote del Regno Unito e dell'Unione Europea davanti a delle lettere blu, bianche e rosse che compongono la parola "Brexit" REUTERS/Dado Ruvic

Per molti non sarà una sorpresa, ma il primo round dei negoziati sulla Brexit è andato all’Unione Europea: il capo negoziatore del Regno Unito, David Davis, ha accettato che i negoziati inizieranno con gli accordi relativi al divorzio, e che si proseguirà in seguito per definire la nuova relazione tra UK e UE. Davis ha anche ribadito che il suo governo ha tutta l’intenzione di uscire dal mercato unico, poiché richiede il rispetto delle Quattro Libertà fondamentali, che però sono in contrasto con la volontà di Londra di riprendersi il controllo delle proprie leggi e dei propri confini.

Per i negoziatori europei di Michel Barnier si tratta di una vittoria piccola, ma strategicamente importante, che equivale alla conquista di una collina, di un punto elevato, per usare una metafora militare: non significa vincere la guerra, ma offre importanti vantaggi in battaglia.

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Cosa vogliono le parti e perché il Regno Unito è in svantaggio


L’Unione Europea vuole alcune garanzie per i propri cittadini e per i propri confini, e vuole evitare che la Brexit sia eccessivamente traumatica. In sostanza vuole un accordo relativo al divorzio, che stabilisca i diritti dei cittadini UE che vivono nel Regno Unito, che Londra paghi quanto ha promesso di pagare fino al 2020, e che la creazione di un confine fra Regno Unito e Unione Europea non crei tensioni fra le popolazioni interessate (in particolare sull’isola d’Irlanda). I rapporti con il Regno Unito dopo la Brexit sono importanti soprattutto dal punto di vista della sicurezza, terreno su cui le parti già convergono, mentre riguardo il commercio l’Unione Europea tratta da un’enorme posizione di forza: se Londra vuole fare affari con il continente, dovrà rispettare le sue regole (com’è adesso), ma senza poter intervenire per cambiarle.

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Il Regno Unito, invece, vuole troppe cose in contrasto tra loro: vuole avere, in pratica, un rapporto privilegiato con l’Unione Europea come ce l’ha adesso, ma senza gli oneri che comporta aderire all’UE. “I want my cake and eat it too”, ma è riduttivo: non solo vogliono la botte piena e la moglie ubriaca, ma anche un attico a Manhattan, il tesoro di Atlantide e lo ius primae noctis su tutte le pecore europee. Sanno benissimo che non possono avere niente di tutto questo, ma finora il governo May l’ha sparata grossa sia per tenere buoni i propri cittadini sia per cercare di allargare il campo di battaglia in modo da avere più spazio per il compromesso. Un piano disperato sei mesi fa, e oggi ancora più compromesso.

Nessuna carta da giocare, nessun mandato politico, nessun piano


Diversi commentatori (riassunti in maniera spassosa da John Oliver) hanno fatto notare che Theresa May arriva al tavolo delle trattative senza nulla in mano. Spieghiamolo come se fosse una mano di poker: non solo May non ha neppure una coppia, ma ha pure messo le carte sul tavolo, scoperte, sta minacciando di non voler cambiare nessuna carta e che berrà un bicchiere di candeggina se non dovesse vincere la mano.

Il Regno Unito non ha niente da offrire all’Unione Europea (non ha leverage): se escludiamo il suicidio dell’UE (ovvero l’Unione Europea decide di dare a Londra tutto quello che desidera senza chiedere nulla in cambio, cosa estremamente poco probabile), l’unico modo che May ha per danneggiare l’Europa è una Brexit più dura possibile. Il problema di questa soluzione è che una Hard Brexit è un danno per l’UE, ma è un disastro per il Regno Unito. Potremmo dire che May sta indossando una cintura esplosiva e minaccia di farsi saltare in aria pur uccidere anche i suoi avversari. Il problema è che gli avversari sono dietro un solido muro, per cui se May facesse esplodere le sue bombe, i suoi avversari sarebbero feriti, ma vivi, mentre lei sarebbe ridotta a brandelli.

Fuor di metafora, l’abbiamo ripetuto decine di volte su queste pagine: l’Unione Europea è il più grande mercato del mondo, e ha un enorme peso geopolitico, che potrebbe essere anche maggiore se i Paesi cominciassero a pensare in maniera “comune”, ma è tuttavia molto più grande rispetto al Regno Unito, un Paese troppo piccolo in un mondo in cui stanno avanzando giganti geografici, militari ed economici.

Dopo le elezioni dell’8 giugno il governo inglese non ha neppure uno standing point, un punto di riferimento solido. Prima delle elezioni May aveva una maggioranza assoluta in Parlamento, e doveva bilanciare due ali del suo schieramento: quelli della linea dura sulla Brexit e quelli della linea morbida. Adesso May non ha più una maggioranza assoluta, e il suo governo, ammesso che duri, dovrà bilanciare quattro schieramenti. Oltre a quelli precedenti, si sono aggiunti i conservatori scozzesi (la Scozia votò contro la Brexit) e gli irlandesi del DUP, euroscettici ma non troppo. Avete presente la Battaglia d’Inghilterra, quando Hitler bombardò senza sosta la Gran Bretagna? Bene: May è nella situazione di doversi difendere non solo dalle bombe che arrivano dal Continente, ma pure quelle che le sta sganciando contro la sua stessa aviazione.

E infine, il Regno Unito non ha nessun piano. Mentre l’Unione Europea ha da tempo fatto sapere quali sono i suoi obiettivi e come desidera raggiungerli, il governo May non ha fatto nulla di tutto questo. May ha riassunto il suo piano in tre modi: “Brexit significa Brexit”, che non vuol dire niente; “nessun accordo è meglio di un brutto accordo”, che non è semplicemente vero; “vogliamo una Brexit rossa, bianca e blu” (i colori della bandiera del Regno Unito), frase che non risulta di facile commento senza abbassare il registro linguistico.

Lunedì, per la prima volta, abbiamo ricevuto dei punti fermi sugli obiettivi negoziali di Londra, come abbiamo visto all’inizio di questo articolo. Ora il problema è che questi punti non sono solo contraddittori e fumosi, ma potrebbero pure cambiare nel giro di pochi mesi, se May dovesse cadere e se si dovesse andare a elezioni (e Corbyn potrebbe vincerle a questo punto). Intanto il tempo passa, e il 29 marzo 2019 si avvicina: il Regno Unito non ha niente in mano, e la bomba che si è installata sul petto esploderà fra meno di due anni, come previsto dall’articolo 50. Londra può solo sperare nella misericordia dell’Unione Europea, ma per ottenerla dovrà rinunciare a molte cose. Una cosa intelligente, che dimostrerebbe buona volontà, sarebbe riconoscere subito e in maniera unilaterale i diritti dei cittadini UE nel Regno Unito.

Non sarà l’ultima delle concessione che Londra sarà costretta a fare, ma metterà l’Unione Europea nella condizione di rendere la Brexit meno traumatica possibile, soprattutto per gli inglesi, ma anche per non rendere i negoziati un incubo. May, Johnson, i tabloid e tutti quelli che ancora sostengono la Brexit tornino sulla terra, riconoscano che non è una battaglia che possono vincere e cerchino di mitigare le pene del proprio popolo.

Il Tempo non è clemente con chi sta dalla parte sbagliata della Storia: è un monito anche per il resto dell’Unione Europea.