Brexit, pensate che a Bruxelles stiano festeggiando i risultati delle elezioni UK? Ripensateci

Regno Unito Churchill
La statua dell'ex primo ministro Winston Churchill di notte; sullo sfondo il Parlamento di Londra REUTERS/Stefan Wermuth

Potreste pensare che a Bruxelles, dopo aver sentito i risultati delle elezioni del Regno Unito, abbiano cominciato a ballare il trenino conga. È invece molto probabile che in Europa si stia guardando con una certa preoccupazione l’evoluzione della politica del Regno Unito a seguito delle elezioni dell'8 giugno.

I negoziati sulla Brexit avrebbero dovuto iniziare il 19 giugno, che è anche il giorno limite in cui sapremo se ci sarà un governo a Londra o se si dovrà andare di nuovo a votare ad agosto. Le cose però non sono così semplici.

SEGUICI SU FACEBOOK  E SU TWITTER

Con quale governo negoziare?


Lo staff condotto da Michel Barnier rischia di dover aspettare molte settimane prima di cominciare a lavorare, perché, come abbiamo scritto in questo precedente articolo, esiste un’elevata probabilità che il Regno Unito torni al voto nelle prossime settimane. Per questa ragione potrebbe semplicemente non esistere un governo con il quale trattare le condizioni dell'uscita di Londra dall'Unione Europea.

Innanzitutto il nuovo Parlamento di Londra dovrà trovare ordine nel caos in cui è finito a seguito delle elezioni, dando vita ad un governo, di minoranza o di coalizione, che decida qual è la nuova posizione del Regno Unito sulla Brexit, visto che il piano sinora portato avanti è fallito. Questo processo potrebbe durare diversi mesi, mentre la data del marzo 2019, quando scadranno i due anni previsti dall’articolo 50 per arrivare a un accordo, si avvicinerà in maniera inesorabile.

Fatto questo, inizierebbero i problemi seri: i negoziatori europei dovrebbero negoziare con quelli inglesi, i quali avranno tutto l’interesse a menare il can per l’aia per cercare di guadagnare tempo per avere una mano migliore da giocarsi i sul fronte interno. Si tratta, insomma, di una riedizione della posizione del Regno Unito nell’Unione Europea: Londra ha sempre preteso e ottenuto di avere una posizione particolare nell’UE, anche a costo di rendere inefficace il governo continentale. In questo caso a diventare inefficaci sarebbero i negoziati per la sua uscita. In poche parole le discussioni finirebbero per diventare prima di tutto un tira e molla su come estendere la quantità di tempo a disposizione per arrivare a un accordo.

In aggiunta a questo ogni accordo parziale raggiunto a Bruxelles dovrà essere approvato a Londra, dal Parlamento, perché il governo sarà troppo debole per imporlo a casa, per cui il lavoro svolto dai negoziatori di ambo le parti rischia di essere rovinato su base giornaliera. Detto altrimenti, lo staff di Barnier e il governo inglese dovranno negoziare su due tavoli diversi, in due sessioni separate: una fra europei e inglesi e l’altra fra governo inglese e parlamento inglese. Non è esattamente la situazione ideale.

Il tutto, lo ricordiamo, dovrà svolgersi entro l’autunno del 2018, in modo da dare tempo alle varie nazioni che compongono l’UE di approvare l’accordo negoziato fra Londra e Bruxelles in tempo per la deadline del marzo 2019.

Soft Brexit o Hard Brexit?


La sconfitta di Theresa May, ovvero della principale rappresentante della Hard Brexit (cioè dell'uscita dall'Unione Europea a ogni costo, anche senza un accordo di divorzio), rende più improbabile questo scenario. I conservatori hanno fatto pesantemente campagna su questo punto, tanto che diversi altri rappresentanti del partito conservatore hanno perso i propri seggi in alcune constituencies che avevano votato a favore del Remain. I Tories avevano pensato che fare campagna su questo punto avrebbe permesso loro di guadagnare seggi altrove ed assicurarsi una mano migliore nei negoziati. Questo piano è fallito miseramente.

Allo stesso tempo, però, non è detto che si arrivi ad una Soft Brexit, ovvero a quello scenario in cui il Regno Unito può conservare alcuni dei benefici collegati alla permanenza nell'Unione europea pur uscendo dal blocco continentale, perdendo al contempo la possibilità di influenzare il processo di scrittura delle regole che non valgono solo per gli aderenti all'Unione, ma anche per diversi altri paesi europei come Norvegia e Islanda.

Se la situazione non dovesse risolversi in fretta a Londra, se non dovesse emergere un governo con un mandato sufficientemente forte per sostenere le negoziazioni con Bruxelles, appare alquanto probabile che si possa arrivare a marzo 2019 senza un accordo, e se i paesi coinvolti non saranno unanimemente d'accordo sull'estensione dei negoziati diventerebbe certa l'uscita senza accordo di un Regno Unito già gravemente in ginocchio in casa.

Si tratterebbe dello scenario peggiore: se una Hard Brexit comporta enormi difficoltà soprattutto a livello economico e di sicurezza, un'uscita caotica, senza un accordo, rischia di essere un disastro per il Regno Unito, che dovrebbe affrontare questo caos con un governo debolissimo e quindi non in grado di tenere il timone della barca nel bel mezzo della tempesta perfetta.

Non è una situazione ideale neppure per l’Europa, e questo aggiunge gravi difficoltà a dei negoziati già molto complicati. Per tutte queste ragioni il sentimento prevalente a Bruxelles non è la soddisfazione per la sconfitta del “nemico” May, bensì la preoccupazione che al caos si aggiunga altro caos.

Nessuna Brexit?


Il caso in cui si decida di ignorare il risultato del referendum resta altamente improbabile. La stragrande maggioranza degli elettori ha votato per due partiti (i conservatori e i laburisti) che hanno fatto campagna elettorale promettendo una Brexit, sia pure con sfumature molto diverse. L’unico partito europeista significativo, quello liberaldemocratico, non è andato troppo bene, pur guadagnando seggi.

Non è da escludere che nei prossimi mesi, specie se si dovesse andare al voto a breve, possano cambiare le carte in tavola, e cioè che un partito con grande seguito (i laburisti, in particolare) possano fiutare un cambiamento dell’umore fra gli elettori e quindi rovesciare la propria posizione sulla Brexit, fare campagna per il Remain e, auspicabilmente, vincere le elezioni su questa piattaforma.

I tempi, però, non sembrano essere maturi per percorrere questa strada, perché, come detto, la Brexit sembra essere stata già digerita dall’elettorato, che ha votato in massa partiti pro-Brexit e tralasciato quelli attivamente contrari.