Brexit: perché per l'Italia rappresenta l'ennesima occasione di crescita sprecata

Brexit
Banconote del Regno Unito e dell'Unione Europea davanti a delle lettere blu, bianche e rosse che compongono la parola "Brexit" REUTERS/Dado Ruvic

Sono iniziati ufficialmente i negoziati per la Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’UE. L’imperativo è trovare un accordo entro ottobre 2018 in modo da far votare l’intesa ai parlamenti nazionali ed essere tutti d’accordo entro la scadenza del marzo 2019, quando l’Unione europea resterà con 27 membri.

I prossimi saranno mesi di fuoco non soltanto per i negoziatori europei e britannici chiamati a discutere centinaia di accordi, ma anche per aziende, enti e agenzie che si preparano a fare le valigie e lasciare il Regno Unito. Il mondo della finanza per esempio è in fermento da mesi: con la Brexit, la City di Londra perderà il suo ruolo di capitale europea della finanza e le grandi aziende non hanno intenzione di farsi trovare impreparate. Con i negoziati si sono aperti anche i dossier sulle grandi agenzie europee che hanno sede nel Regno Unito: l’EBA, l’agenzia bancaria e l’EMA, l’agenzia per i medicinali che dovranno trovare una nuova casa entro i confini dell’Unione.

L’Italia vorrebbe intercettare i flussi uscenti dal Regno Unito: Milano si candiderà ad ospitare l’agenzia europea del farmaco, ma dal punto di vista delle imprese e delle grandi banche d’affari il Belpaese paga l’handicap della scarsa concorrenza. A livello internazionale l’Italia è considerata, a ragione, un Paese inospitale per fare impresa, poco affidabile dal punto di vista legislativo, tributario e giudiziario. Basta guardare l’ultimo esempio offerto dalla cronaca. Nei giorni scorsi è stata approvata la manovrina per la correzione dei conti in cui è stata inserita la norma, ormai famosa come anti-Flixbus. L’Italia è il Paese che ti cambia le carte in tavola a partita già avviata, l’ultimo posto al mondo in cui grandi aziende o banche d’affari sposterebbero le attività.

Per questo sarà difficile che l’Italia possa intercettare anche una minima parte del flusso di aziende che lasciano il Regno Unito: altro tempo sprecato, un’altra occasione persa.

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Brexit e l’esodo


I negoziati per la Brexit iniziano con il botto: David Davis, il ministro inglese per l’uscita dall’UE, ha confermato che la Gran Bretagna intende "lasciare il mercato unico e l'unione doganale". Prospettiva che giustifica ancora di più le preoccupazioni delle grandi aziende e delle banche d’affari. 

L’uscita dal mercato unico comporta la perdita del passaporto europeo per la finanza inglese che potrebbe essere compensato solo in parte dagli accordi euro-britannici, ma tutto dipende anche dalla disponibilità dei negoziatori europei di fare concessioni a Londra. Con il Regno Unito fuori dal mercato unico anche l’industria della finanza - che a Londra conta oltre 5.500 aziende e banche - perderà il passaporto europeo.

Si potrebbe negoziare un “accordo di equivalenza” che tuteli in qualche modo rapporti e attività dei servizi finanziari della City, ma è ancora tutto da vedere e molto dipende da che piega prenderanno i negoziati. L’unica certezza al momento è che il mondo della finanza sarà tra i più esposti e vulnerabili di fronte alla Brexit. Già all’inizio del 2017 i vertici delle banche d’affari hanno annunciato lo spostamento di filiali e parti di attività altrove, proprio per mettersi al riparo da un’eventuale Hard Brexit.

HSBC, Goldman Sachs, UBS e Lloyds Bank hanno già annunciato il “ridimensionamento”, il “dimezzamento” o lo “spostamento” di dipendenti e attività dalla City di Londra ed è probabile che, con la conferma dell’uscita del Regno Unito dal mercato unico, questa tendenza si faccia ancora più marcata.

Perché nessuno verrà in Italia


Per un Paese che perde aziende e dipendenti ce n’è un altro che li guadagna. Peccato che l’Italia non sarà tra i membri dell’Unione che avranno benefici della Brexit. Il Belpaese non è un luogo adatto a fare impresa soprattutto da parte di aziende straniere che potrebbero fare concorrenza a quelle in patria.

Continuiamo a coltivare il nostro piccolo orticello di Paese periferico del Regno perdendo opportunità di investimenti e di crescita, proprio quello di cui invece avremmo bisogno.

L’ultimo esempio in questo senso è calzante. La manovrina, alla fine dei conti, contiene l’emendamento anti-Flixbus, la società di trasporto extraurbano che offre trasporti low-cost in tutta Europa svolgendo l’attività tramite raggruppamenti di imprese composti da ditte di trasporti che mettono al servizio del brand mezzi ed autisti. In pratica, Flixbus sarà costretta ad uscire dal mercato italiano. Per ottenere dal Ministero dei Trasporti le autorizzazioni ad operare in Italia l’azienda ha rispettato tutti i requisiti richiesti dalla legge italiana, ma con la manovrina il Governo cambia le carte in tavola e mette alla porta il nuovo operatore. Non si tratta quindi di un nuovo soggetto che come Uber “approfitta” di un vuoto normativo per entrare sul mercato e fare concorrenza a chi c’era prima, in questo caso l’azienda ha rispettato la rigida normativa italiana, ma ora si trova costretta a lasciare il mercato italiano.

Il danno non è tanto per Flixbus che continuerà ad operare nel resto d’Europa, ma piuttosto per i consumatori italiani che godevano delle opportunità nate da un po’ di sana concorrenza e soprattutto per l’Italia stessa.

Agli occhi delle aziende e delle banche internazionali l’Italia è un Paese non solo con altissimi costi del lavoro e quindi poco attraente dal punto di vista fiscale, ma anche completamente inaffidabile dal punto di vista normativo e legale. Quale grande aziende avrà il coraggio di spostare le attività in Italia vedendo che altri operatori stranieri vengono messi alla porta con emendamenti che vanno a tutelare i privilegi delle aziende italiane?

I nostri vicini francesi, con il nuovo presidente Macron stanno spalancando le porte del Paese ai fuggitivi per la Brexit e l’Italia non ha alcuna possibilità di cogliere l’occasione. Continuando a pensare soltanto al nostro piccolo orticello italiano resteremo un Paese periferico del Regno, isolato e con sempre più scarse occasioni di crescita.