Brexit, primo colpo di scena: la Spagna non porrà il veto sulla Scozia. Per il Regno Unito va sempre peggio

Brexit
Le bandiere del Regno Unito, della Scozia e dell'Unione Europea REUTERS/Russell Cheyne

La telenovela della Brexit è appena iniziata a livello formale, e già abbiamo un colpo di scena di quelli grossi. Il governo spagnolo, attraverso il suo ministro degli esteri Alfonso Dastis, ha dichiarato che non userà il potere di veto per impedire l’adesione della Scozia all’UE, pur con grossi se e grossi ma.

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Se l'indipendenza scozzese dovesse avvenire “in maniera legale e costituzionale”, la Spagna non bloccherà il processo di adesione della Scozia all'Unione Europea. Ogni Paese che desidera entrare nell'UE, infatti, deve essere approvato con l'unanimità degli altri 27 membri, e la Spagna era l’ostacolo insormontabile ai piani scozzesi. Adesso non è più così, ma la questione resterà comunque complicata.

Si tratta, in ogni caso, di un'affermazione fondamentale per i futuri negoziati sulla Brexit, perché spariglia non di poco le carte sul tavolo.

Per cominciare, fino a questo momento la Spagna era stata molto fredda nei confronti dell'indipendenza della Scozia, per questioni interne. Anche in Spagna c'è una popolazione, quella della Catalogna, che in buona parte vorrebbe secedere dalla Spagna. Per questa ragione il governo di Madrid ha sempre respinto tutte le situazioni recenti in cui vi sono state dichiarazioni di indipendenza che hanno portato alla spaccatura di alcuni paesi. Per esempio la Spagna non riconosce l'indipendenza del Kosovo, nonostante praticamente tutto l'Occidente lo abbia fatto.

Questo cambio di strategia potrebbe dare alla Spagna e all'Unione Europea ulteriori carte da giocare nella feroce partita che si delinea con Londra sulla Brexit. Si tratta, infatti, di un indebolimento della strategia che Theresa May, il primo ministro del Regno Unito, potrebbe tentare nei negoziati con Bruxelles, ovvero quella del “divide et impera”: dividere gli avversari per indebolirli e ottenere così dei vantaggi.

Si tratta di una delle poche strategie che potrebbero dare una mano decente al Regno Unito: May potrebbe infatti provare a raggiungere accordi separati con almeno alcuni dei 27 paesi dell'Unione Europea in modo da indebolire il fronte comune e ottenere concessioni nelle condizioni del divorzio. Si tratta, comunque, di una strategia molto complicata da realizzare.

L'apertura della Spagna alla Scozia segue la stessa filosofia, ovvero si insinua nelle spaccature che già esistono all'interno del Regno Unito in modo da ammorbidire la posizione negoziale di Westminster. Lasciando aperto uno spiraglio alla Scozia, il Partito Nazionale Scozzese del primo ministro della Scozia Nicola Sturgeon potrebbe riuscire a vincere le resistenze di chi, tra gli scozzesi, teme che un’indipendenza dal Regno Unito finisca per portare la Scozia isolata sia nei confronti di Londra sia nei confronti del resto del continente.

Theresa May, di conseguenza, dovrebbe giocare la partita su due tavoli, con il rischio, molto concreto, di resa incondizionata in una delle due partite: o persegue una hard Brexit e perde la Scozia o si tiene la Scozia e rinuncia alla hard Brexit (o, in alternativa, dovrà concedere molto alla Scozia per indebolire la spinta indipendentista).

Oltre che per la Scozia questa situazione risulta vincente in ogni scenario probabile anche per la Spagna, grazie a un accordo che potrebbe essere stato trovato dietro le quinte tra Madrid ed Edimburgo. Qualche settimana fa una delegazione scozzese aveva cercato di trovare sponde in Spagna per ottenere rassicurazioni che una Scozia indipendente potesse ancora accedere al mercato unico dell'Unione Europea. La moneta di scambio da parte scozzese sarebbe stata la neutralità nei confronti della questione dell'indipendenza catalana. La Spagna rispose con un no assoluto, ma potrebbe aver deciso di approfittare di questa apertura, molto ghiotta per indebolire sia i catalani che gli inglesi.

Sul fronte interno la neutralità scozzese toglierebbe ai catalani un appoggio internazionale importante, indebolendo le istanze indipendentiste che già oggi non hanno appigli costituzionali per lasciare la Spagna, a differenza della Scozia, che già è stata vicina all'indipendenza con il referendum (legale) del 2014. I catalani, invece, devono superare scogli molto più impervi, sia costituzionali che politici: una rottura fuori dalle regole con Madrid, infatti, porterebbe la Catalogna in condizioni di totale isolamento, che la neutralità scozzese peggiorerebbe. Insomma, una guerra aperta con la Spagna, senza alleati di peso.

Sul fronte esterno, la Spagna sarà uno dei governi maggiormente interessati a come si risolverà la Brexit per questioni locali: una delle questioni più peculiari sarà infatti come gestire Gibilterra, una rocca sullo Stretto omonimo che divide il Mediterraneo dall’Atlantico, sotto il dominio del Regno Unito, ma quasi completamente dipendente dall'Unione Europea e dalla Spagna, con cui condivide il suo unico confine terrestre. Gibilterra ha votato a stragrande maggioranza per rimanere nella UE, e per via della sua posizione rischia di essere uno dei maggiori perdenti della Brexit.

Mentre sul confine fra Irlanda e Irlanda del Nord si discute già di soluzioni flessibili per evitare che diventi uno "hard border", con dogane, controlli e il resto, quello fra Gibilterra e la Spagna dovrà essere stabilito di comune accordo fra Londra e Madrid: la Spagna, in sostanza, ha un potere di veto sulla questione.

Per quanto difficilmente ci saranno cessioni di sovranità, anche parziali, la Spagna potrebbe ottenere vantaggi non territoriali, come la fine del trattamento di favore che hanno le società di Gibilterra rispetto a quelle spagnole a pochi chilometri di distanza: le prime pagano un’imposta sul reddito del 10%, mentre le seconde partono da un’aliquota del 25%. In cambio di un confine non completamente chiuso, Gibilterra sarebbe costretta a rinunciare, almeno parzialmente, al suo status speciale, a vantaggio della Spagna. Si tratta di un peggioramento della situazione attuale, certo, ma è sempre meglio della chiusura dei confini.

Con l’apertura della Spagna alla Scozia, insomma, la bilancia della Brexit si sposterà ulteriormente a favore dell'Unione Europea, che ha già molte, pesanti carte da giocare nei confronti del Regno Unito, la cui scelta di autoescludersi dal più grande mercato del mondo, quello europeo, è un sostanziale suicidio senza via d'uscita apparente: ogni soluzione proposta è peggiorativa rispetto alla situazione attuale, e alcune di esse sono già impraticabili.

Per la Scozia si tratta certamente di una buona notizia, ma l'indipendenza, che comunque non arriverebbe prima del 2019, ovvero dopo la Brexit, sarà comunque un salto nel vuoto: come ha specificato il ministro degli Esteri spagnolo, infatti, la questione dell'adesione della Scozia all'Unione europea dovrebbe avvenire solo dopo la fine della Brexit e seguire tutta la trafila richiesta per gli altri potenziali Stati membri.

La Scozia avrebbe probabilmente minori problemi ad adeguarsi alle norme europee in virtù di decenni trascorsi insieme, ma sarà comunque necessario del tempo per ritornare pienamente un membro della UE: al momento, infatti, le adesioni di nuovi Stati membri sono congelate. L'apertura alla Scozia, dunque, rientra in un delicato equilibrio di interessi che potrebbe essere facilmente sconquassato da scossoni geopolitici: l'ingresso nella UE non è comunque garantito.

La Scozia rischierebbe quindi di rimanere nel limbo per qualche anno, e si tratterà senza dubbio di un tema fondamentale durante la campagna elettorale dell'eventuale secondo referendum di indipendenza scozzese Saranno anni interessanti, e pericolosi.