Brexit: tra sgambetti interni e conti da pagare al Governo May non resta che lo scontro con l'UE

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La petizione anti-Brexit non è quello che sembra: facciamo chiarezza REUTERS/Eddie Keogh/File Photo

Siamo arrivati al fatidico marzo 2017, il mese in cui il Regno Unito invocherà l’applicazione dell’articolo 50 per uscire dall’Unione europea come deciso con il referendum del 23 giugno scorso. Ma l’iter di uscita dall’UE è molto più compliato di quanto probabilmente i britannici pensassero nel 2016.

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Il Governo di Theresa May è alle prese con grossi problemi interni e con la prospettiva di doversi presentare per i negoziati in Europa con armatura e coltello tra i denti.

Ieri la Camera dei Lord ha dato un’altra stoccata a Downing street: ha approvato un emendamento che prevede il passaggio parlamentare obbligatorio per l’accordo che i negoziatori britannici troveranno con le istituzioni europee. Il testo ora dovrà passare alla Camera di Comuni dove il Governo ha la maggioranza, ma ormai dentro il parlamento inglese niente è più scontato.

Se i contrari alla Brexit danno diversi grattacapi al premier May, la prospettiva di attivare l’articolo 50 e iniziare i negoziati con Bruxelles non è certo da meno. Ancora prima di sedersi al tavolo infatti, Bruxelles vuole che il Regno Unito confermi il suo impegno a finanziare i progetti europei ai quali ha aderito prima di votare la Brexit. Un conto da circa 60 miliardi che May non ha alcuna intenzione di pagare, perché sarebbe la dimostrazione che, almeno nel breve periodo, l’uscita dall’UE comporta più costi che benefici.

Il Governo britannico potrebbe utilizzare la strategia più vecchia del mondo: in caso di sconfitta potrebbe lasciare il campo, portandosi via il pallone. A quel punto il Regno Unito, allo scadere dei due anni di negoziati, si troverebbe fuori dall’UE e senza alcun accordo.

Brexit: i problemi interni

La Camera dei Lord ha approvato, con 366 voti favorevoli e 268 contrari, un emendamento per un voto "significativo" sull'accordo finale per la Brexit, ovvero per introdurre il voto obbligatorio di entrambe le Camere prima che sia finalizzato l’accordo con l'Unione europea. L'emendamento era stato proposto dai laburisti ed è il secondo sgambetto al Governo britannico.

Il premier ha promesso di invocare l’articolo 50 entro la fine del mese di marzo per avviare la procedura formale per la Brexit, ma prima deve incassare il via libera al documento presentato dopo la decisione della Corte che ha obbligato al voto parlamentare che si sta dimostrando tutt’altro che un passaggio formale.

La scorsa settimana i Lord hanno votato un emendamento per chiedere la protezione dei diritti dei cittadini europei residenti in Gran Bretagna, messi in discussione dal Governo che aveva annunciato l’abolizione della libera circolazione per i migranti dell'UE in coincidenza con l'avvio delle procedure per la Brexit.

I due emendamenti – per il voto dell’accordo e per i diritti dei cittadini UE nel Regno Unito – però dovranno essere votati anche dalla camera dei Comuni che sostiene per la maggioranza in Governo. Il rischio è di arrivare al ping pong tra le due Camere e all’impasse politico che frenerebbe l’avvio della Brexit.

L’ultima parola spetta alla camera dei Comuni che difficilmente (mai dire mai) metterà sotto il Governo. In quel caso però, il testo per l’attivazione dell’articolo 50 uscirebbe dal parlamento britannico molto annacquato legando le mani al Governo lanciato invece, verso l’hard brexit.

Per evitare questa prospettiva c’è anche chi nel Governo propone di andare ad elezioni anticipate per consolidare il mandato governativo e aumentare il numero dei Comuni favorevoli alla Brexit.

Brexit: i problemi con Bruxelles

Superato lo scoglio politico interno May dovrà vedersela con Bruxelles. I nodi da sciogliere come diciamo da mesi sono numerosi e complessi, ma il primo scoglio da superare è quello dell’impegno economico del Regno Unito sui programmi di investimento europei. Come tutti i Paesi membri infatti collabora alla definizione del bilancio dell’Unione e versa una parte delle risorse che poi vengono ridistribuite ai Paesi per fare investimenti.

Secondo le stime di Bruxelles, il Regno Unito prima di chiudersi alla spalle la porta europea deve saldare un conto di circa 60 miliardi per ottemperare agli impegni presi prima del voto della Brexit.

Prospettiva pessima per i sostenitori della Brexit che in campagna elettorale hanno promesso ai cittadini ingenti risparmi e nuove risorse da spendere nel Paese in caso di uscita dall’UE.

Sul punto sarà difficile trovare un accordo. Il Governo e la stampa favorevole all’addio all’UE stanno fomentando i cittadini contro Bruxelles per assicurarsi il loro sostegno quando il Governo abbandonerà il tavolo dei negoziati per non pagare il conto. D’altronde il premier ha sempre detto che è “meglio nessun accordo che un brutto accordo”.

Fin dall’inizio le richieste degli euroscettici sono sembrate irricevibili per Bruxelles: la pretesa di prendere solo i benefici – gestione dei confini, risparmi e più autonomia -  senza i danni – il conto da pagare, la fine del mercato unico e della libera circolazione – non poteva che sbattere contro il muro europeo.

Dopo aver alzato un bel polverone contro l’Europa strozzina, se le cose si mettessero male, il Governo May potrà lasciare il campo dei negoziati portandosi via il pallone. I maliziosi sostengono che questo sia da sempre l’unico piano del Governo Britannico.

A quel punto l’unica strada sarebbe l’hard Brexit, l’uscita drastica dall’Unione europea. Allo scadere dei due anni di negoziati, in caso di niente di fatto, il Regno Unito sarà ufficialmente fuori dall’UE senza alcun accordo su commercio, immigrazione, politica e sicurezza. Un’hard Brexit in piena regola, quella che Theresa May ha sempre sognato.