Brexit, UE e Regno Unito litigano anche sulle regole del gioco: ecco cosa vogliono Londra e Bruxelles

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Prime conseguenze della Brexit e del conseguente crollo della sterlina: nel Regno Unito aumentano i prezzi dei prodotti importati, inclusi quelli tecnologici REUTERS / TOBY MELVILLE

“Meglio nessun accordo che un cattivo accordo”. È il mantra che continua a ripetere Theresa May, il premier inglese alle prese con la Brexit. I negoziati non sono ancora iniziati e la situazione già rasenta il caos. Le parti - il Governo britannico e l’Unione europea - non si trovano d’accordo nemmeno sulle regole del gioco e le trattative iniziano più in salita che mai. A circa nove mesi dal voto dei cittadini inglesi che ha sancito il divorzio tra il Regno Unito e l’UE, il 29 marzo scorso, il premier May ha attivato ufficialmente l’iter per l’uscita dall’Unione. La tappe sono serrate e i passaggi obbligati. Come previsto dalla tabella di marcia, il 29 aprile scorso il Consiglio europeo ha approvato in pochi minuti e con il consenso totale dei 27 membri il documento con le linee guida da osservare per la trattativa con il Regno Unito. Tre le parole d’ordine su cui il Consiglio ha trovato l’appoggio di tutta l’Unione: cittadini, confini e Brexit Bill.

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Di tutt’altra opinione invece il Governo britannico che ha rispedito al mittente la posizione dell’Unione approvando a sua volta altre linee guida basate su altri pilastri: mercato, giustizia e migranti. Le priorità per le parti in causa sono divergenti e l’inizio delle trattative si preannuncia un vero braccio di ferro su quale argomento mettere per primo sul tavolo.

Vedendo con quale piede (di guerra) sono iniziati i negoziati, il rischio che tra due anni si arrivi ad un’uscita senza accordo è sempre più concreto. In caso di mancato accordo, sarà Hard Brexit, l’uscita senza regole, divorzio finito nel peggiore dei modi.

Le priorità per l’UE


Secondo la cronaca proveniente da Bruxelles sono bastati pochi minuti per approvare un documento ampiamente condiviso, senza modifiche. Intanto le linee guida comunitarie chiedono di definire prima i termini del divorzio, idealmente entro ottobre 2018 e pensare dopo ai futuri rapporti tra UK-UE. Così facendo l’accordo potrà passare al vaglio dei parlamenti nazionali che dovranno approvarlo in tempo per la scadenza del marzo 2019, quando saranno scaduti i due anni fissati per i negoziati.

Per quanto riguarda le priorità l’UE pone tre temi principali. Per prima cosa vuole che siano garantiti i diritti dei cittadini europei residenti in Gran Bretagna. Il premier May ha detto che il destino di coloro che lavorano e studiano nel Regno sarà deciso dalla legge nazionale, ma l’UE non ci sta e chiede un regime speciale per gli europei che vivono nel Regno Unito.

Altro tema scottante è quello dei confini. Non sbaglia chi sostiene che i cittadini britannici abbiano chiesto a gran voce l’uscita del Regno Unito dall’UE proprio perché accarezzati dall’idea di riappropriarsi della gestione dei confini e quindi degli ingressi nel Paese.

L’UE chiede che il Regno Unito accetti di mantenere la libera circolazione e il diritto di stabilimento, pretese su cui May non ha intenzione di mollare la presa perché rappresenta le fondamenta del voto per la Brexit.

Infine il terzo punto, forse il più delicato, è quello legato agli impegni finanziari che il Regno Unito ha preso con l’Unione. Il cosiddetto Brexit Bill, il conto spese da pagare, secondo Bruxelles, si aggira intorno ai 60 miliardi di euro, cioè le risorse che il Paese si è impegnato a versare nelle casse comunitarie fino al 2020. Anche su questo tema le posizioni sono distanti anni luce. Bruxelles è consapevole del fatto che non riuscirà a convincere May a scucire i 60 miliardi richiesti, ma i 27 Paesi sono tutti compatti nel sostenere che il Regno Unito dovrà onorare gli impegni presi. Anche perché, se non pagherà Londra, dovranno pagare di più gli altri Paesi membri.

L’Unione europea infatti è costituita dai contributori netti – cioè dai Paesi che versano più di quanto ricevono - e dai beneficiari netti – ovvero coloro che ricevono più di quanto versano. Senza il Regno Unito l’Unione dovrà decidere se mantenere le spese attuali e, nel caso, dove andare a prendere i soldi.

I pilastri del Regno Unito


Di altro parere il Governo britannico che ha rigettato le linee guida europee e ribadito le priorità del Regno. Tra queste c’è la fine della giurisdizione delle Corti europee sul territorio britannico.

Come Bruxelles, anche May mette sul tavolo il tema della libera circolazione dei migranti, ma la posizione è diametralmente opposta a quella approvata dall’UE. Come chiesto dei cittadini britannici il 23 giugno scorso, il Governo inglese ha intenzione di riprendere saldamente in mano le redini della gestione dei confini chiudendo la porta all’immigrazione. Sul punto sarà difficile che UK e UE trovino un accordo se nessuno sarà disposto a mollare la presa.

Il compromesso però potrebbe arrivare grazie a concessioni fatte su altro tema che sta particolarmente a cuore al premier May: il commercio. Il Regno Unito vuole ottenere l’accesso al libero mercato europeo senza dazi. Bruxelles potrebbe accettare il libero mercato pur di garantire i diritti dei cittadini europei a Londra, oppure il Regno Unito, pur di conquistare il controllo sui confini, potrebbe essere disposto ad accettare i dazi commerciali.

I negoziati si giocano sul filo del compromesso, ma lo spettro della rottura è dietro l’angolo.

Per i funzionari europei l’ipotesi di arrivare al marzo 2019 senza un accordo è più che realistica. La conclusione dei negoziati con un “non accordo” innescherà l’Hard Brexit, ovvero l’uscita senza regole: i rapporti commerciali con l’UE sarebbero regolati dal WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio, con l’introduzione di tasse e dazi sulla circolazione di beni e servizi. Per il Regno Unito, probabilmente, sarà un disastro commerciale ed economico mentre a Bruxelles festeggieranno la lezione impartita a coloro che volevano lasciare l’UE prendendosi solo gli onori, ma non gli oneri.