Burundi: come una fake news alimenta la guerra civile

BurundiProtest
Burundi, manifestante a Bujumbura. 27 aprile 2015 REUTERS/Thomas Mukoya
  • Una fake news non è una bufala o una calunnia: è un'operazione mediatica costruita ad arte da professionisti dell'informazione;
  • Oggi regimi repressivi utilizzano le fake news per mascherare crimini e progetti genocidari.

Si fa un gran parlare, in questo periodo storico, di “fake news” ma troppo spesso di questo termine si abusa e, di fatto, lo stesso parlare (o straparlare) di fake news è esso stesso una fake news: per farne comprendere il peso, e la portata, ragioneremo in termini di “worst case”, ovvero di come notizie fasulle costruite ad arte possano alimentare conflitti, guerre, violenze.

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Marco Pannella ammoniva spesso il proprio auditorio ricordando che “dove c'è strage di legalità c'è strage di popoli”, un concetto attorno al quale sono state costruite molte battaglie politiche del politico abruzzese e del Partito Radicale. Nella ricerca costante di alzare l'asticella dei diritti civili ed umani questo concetto fu da lui ampliato, negli ultimi anni di vita, con la questione del “diritto alla conoscenza” e oggi, di fronte al dilemma internazionale che ruota attorno alle fake news, viene da pensare che anche su questo ci avesse visto lungo. Se è vero che “dove c'è strage di legalità c'è strage di popoli” infatti è vero anche che “dove c'è strage di verità c'è strage di popoli”.

Uno dei conflitti più dimenticati della storia moderna (nel senso che è in corso ma che nessuno o quasi ne parla) è la guerra civile in Burundi, che oramai va avanti da quasi due anni: nel mese di aprile del 2015 il presidente Pierre Nkurunziza, un pastore protestante di etnia hutu all'epoca alla fine del suo secondo mandato, annunciò la volontà di ricandidarsi la terza volta gettando il Paese nel caos. I burundesi scesero in strada, marciarono sulla capitale Bujumbura chiedendo al presidente di lasciare il potere ma ottennero come risposta una repressione crudele e violenza, a tratti insensata e sin da subito sono apparsi evidenti alcuni caratteri genocidari dell'azione repressiva del governo burundese. Nel maggio 2015, dopo un tentativo di colpo di Stato il Presidente accusò i giornalisti di stare “combattendo il governo” ordinando l'arresto di molti e la chiusura di tanti giornali definiti “nemici del popolo”. Giornalisti, blogger, semplici cittadini colpevoli di lasciare a Twitter le proprie opinioni sono stati arrestati, torturati, alcuni non hanno mai fatto ritorno a casa. Molti segnali radio sono stati tagliati, così come la ricezione delle televisioni straniere di lingua francese e inglese, e mentre Human Rights Watch, Amnesty International, l'UNHCR e moltissime altre agenzie e ong denunciavano i crimini e gli abusi del regime sugli oppositori il regime preparava lentamente il genocidio.

Tutto questo è stato possibile grazie ad un semplice ma geniale escamotage linguistico: mentre infatti la narrazione in lingua francese (e, a discendere, in inglese) dei fatti burundesi insisteva - giustamente - sulla legittimità del terzo mandato presidenziale, sugli arresti arbitrari degli oppositori e sulle violenze di piazza (tre questioni importanti ma non nuove, nel senso che sono situazioni che si trovano in tutto il mondo e alle quali il “grande pubblico” è oramai assuefatto) nel Paese gli ordini in lingua kirundi dati ai militari, alla Polizia ed alle milizie hutu-power erano ben diversi, molto più simili a quelli che anticiparono il genocidio nel vicino Ruanda. L'esempio principe è quell'"andate a lavorare” pronunciato più volte anche dallo stesso Presidente Nkurunziza: la stessa espressione gli hutu la utilizzarono in Ruanda dando il segnale alle milizie via radio per dare inizio al massacro dei tutsi. A pronunciarlo erano le stesse persone di oggi, milizie ruandesi FDLR fuggite dal Ruanda dopo il genocidio, rifugiatesi in Burundi e foraggiate dal regime amico di Nkurunziza. Il 20 aprile dell'anno scorso IBTimes Italia riportava la testimonianza di Philippe, un cittadino burundese che ci ha contattato su Facebook per chiedere aiuto: un aiuto invocato con uno stentato francese e un ancor più stentato inglese. Quel giorno scrivemmo che Philippe “si sforza di farsi capire […] noi dovremmo sforzarci di capirlo”.

In centinaia di migliaia hanno abbandonato il Burundi (si dice oltre 300.000 persone), in fuga dalla guerra civile: il regime di Bujumbura sostiene che siano profughi in fuga dalla fame, nega la repressione e il latente progetto di genocidio che sceglie chi colpire su base etnica. Nei campi profughi fuori dal Burundi, tuttavia, sono quasi tutti tutsi. Tra loro c'è qualche hutu che si è opposto al governo ma ciò che accomuna tutti quanti è la povertà estrema, un minimo comune denominatore che fa di loro degli invisibili nel continente degli invisibili.

Nel febbraio 2017 il regime di Bujumbura ha usato per la prima volta il termine “fake news”: questo è il bollino messo dall'autorità burundese sui rapporti delle ong e delle agenzie delle Nazioni Unite che accusano il governo di violenze e repressione. La degenerazione, in Burundi, è stata rapidissima: dalla fine della guerra civile del 1993 gli sforzi per il pluralismo e la democratizzazione del mondo dell'informazione sono stati notevoli, spesso ad esempio la stessa trasmissione radiofonica veniva affidata a uno speaker tutsi e uno hutu, venivano pubblicate inchieste sulla corruzione, sugli scandali finanziari, sulle violazioni dei diritti umani, sulle carceri e per anni le cose sono andate semplicemente per come dovevano andare, ottimamente al netto degli standard africani. In poche settimane, tra aprile e maggio del 2015, tutto questo panorama è stato smantellato con la forza e ha ripreso fuoco una propaganda etnica che ha rapidamente infiammato gli animi, sopratutto quelli delle milizie hutu.

La “fake news” non è la bufala, non è la calunnia a mezzo stampa, non è una diffamazione. È qualcosa di molto più complesso, è un processo che segue regole e passaggi ben precisi e che ha come obiettivo non tanto la propaganda su modello di Goebbels quanto più quello di instillare quantomeno il dubbio, che sommato con tutti gli altri creerà sgomento e smarrimento. Non tutti sono in grado di produrre fake news, di avere la capacità di pianificare e creare da zero qualcosa che non esiste: è un'abilità che si affina col tempo, una capacità dietro la quale c'è molto lavoro, studio, in un certo senso un mestiere vero e proprio. Tuttavia, come ogni cosa se tutto è fake news allora niente è fake news e questo il governo del Burundi sembra saperlo bene: è come un'invasione di campo, che di fatto fa finire la partita senza vincitori né vinti ma crea caos e, nel caos, tutto è più semplice per chi persegue un piano criminale.

Grazie alla lingua, grazie ad un controllo capillare dei mezzi di informazione, grazie al terrore diffuso e alla rassegnazione dei cittadini, grazie alla repressione e alle sparizioni forzate di giornalisti come Jean Bigirimana e grazie alla delegittimazione il governo burundese riesce da quasi due anni a falsare la narrazione di ciò che accade nel Paese, che si trova letteralmente al centro di una bolla di informazioni create ad arte per annebbiare la vista. Se a questo si aggiunge il divieto per i giornalisti stranieri di entrare nel Paese, viene facile capire come sia semplice per il regime controllare l'informazione. La rete di giornalisti esiliati Humura Burundi cerca di rompere le pareti di questa bolla: assurge quasi al ruolo di spillone e l'obiettivo è fare esplodere il castello di bugie e false informazioni propagandate dal regime burundese al mondo intero.

In particolare “il Goebbels burundese” è oggi tale Willy Nyamitwe, il vero braccio armato dell'informazione e della propaganda del regime di Bujumbura. Ma sarebbe stato impossibile costruire questo alto muro di falsità attorno ai confini del Burundi senza l'aiuto internazionale fornito dal belga Luc Michel: il saggista francese Bernard-Henry Levy lo ha definito “neonazista e criminale”. Michel è attualmente a capo dell'Osservatorio eurasiatico per la democrazia e le elezioni, una ong fantoccio di estrema destra; in passato ha difeso dittatori come Laurent Gbagbo, Blaise Compaoré, Muammar Gheddafi e Saddam Hussein, oggi è molto amico di Bashar al-Assad, Kim Jong-Un, Robert Mugabe e Teodoro Obiang Nguema Mbasogo e spesso viaggia elargendo consulenze sui media e la comunicazione ai regimi politici più repressivi del mondo. Idea campagne mediatiche contro le opposizioni, utilizza il proprio blog come una clava contro i nemici dei governi, rilascia interviste ai media di tutto il mondo proponendo narrazioni alternative e false a quelle degli altri media, o dei pochi media che ne parlano. Michel ha fornito numerose consulenze e pianificato campagne di informazione con il burundese Nyamitwe e più volte è stato intervistato per smentire le violenze del regime e le voci sul genocidio: fake news ben congeniate che alimentano, di fatto, la guerra civile nel paese africano.

Ma l'Africa non è l'unica terra di fake news e nemmeno la prima: l'esempio principe è l'esplosione della seconda guerra in Iraq, quando con reportistica fasulla costruita ad arte dall'amministrazione Bush a Washington e da quella Blair a Londra si riuscì a convincere il mondo intero che Saddam Hussein non aveva solo armi di distruzione di massa ma che era anche disposto ad usarle. Quell'enorme fake news, un'operazione politico-mediatica su vasta scala, fu secretata dal governo inglese e solo grazie all'impegno di Sir John Chilcot, Presidente della Commissione d'inchiesta del Parlamento britannico sulla partecipazione alla guerra del 2003 in Iraq, si è riusciti a far emergere la verità, con fatica e effetti praticamente inesistenti. Tony Blair è ancora a piede libero, così come George W. Bush, e anzi è tenuto ancora in altissima considerazione dai liberali - e i presunti tali - di tutta Europa. Se non addirittura di tutto il mondo.