Calcio e business, dalle due Manchester al PSG: spendere senza vincere, istruzioni per il disuso

di 18.05.2017 10:03 CEST
Pogba e Ibrahimovic, stelle del Manchester United
Pogba e Ibrahimovic, stelle del Manchester United Reuters

Money can't buy life, disse Bob Marley in punto di morte. E nemmeno i risultati sportivi, ci verrebbe da aggiungere. La classifica dei Paperoni stilata da Deloitte dice che il Manchester United è il club più ricco del mondo per ricavi annui. 689 milioni nel 2015-2016: superato il Real Madrid (fermo a 620) in questa speciale graduatoria dopo undici anni.

I Galacticos sono stati raggiunti anche dal Barça, ai piedi del podio troviamo invece il Bayern. Ma se i successi di queste tre compagini non si possono discutere, è un fatto clamoroso che i Red Devils continuino a fallire il minimo sindacale della qualificazione alla Champions. E sono in buona compagnia. I cuginastri del City e il PSG completano la ristretta cerchia di club con un fatturato annuo superiore ai 500 milioni: il ben più piccolo Monaco ha stoppato i sogni di gloria di entrambi, in Champions e in campionato. I conti non tornano, cerchiamo di capire perché.

Presidenze lontane. Le ragioni del fallimento sportivo di questi top club (ma non sono gli unici: nella top 10 nemmeno Arsenal e Liverpool se la passano troppo bene) vengono da lontano. Forse da altri continenti, come i loro padroni. Sia la proprietà americana dei rossi di Manchester, sia gli sceicchi a capo di Citizens e parigini hanno dimostrato di non aver nessuna paura di spendere, senza però saper inquadrare una precisa progettualità sportiva. E così compaiono puntualmente i vari Mourinho e Guardiola in panchina, Ibrahimovic e Draxler in campo. Ma poi, per dirla alla Special One, arrivano zero tituli o non quelli che contano.

Seguire l'esempio di Abramovich sembra più difficile del previsto. Perché avere una presidenza presente, che guardi al calcio non solo come un business, conta eccome. Juventus, Atletico Madrid e Borussia Dortmund sono delle esemplari dirigenze home made, così come le tre giganti del calcio europeo. E in Italia, ai piani inferiori, sembra essere lo stesso: De Laurentiis e Lotito hanno alzato quei trofei che Pallotta e Thohir non hanno mai vinto. Quando il gatto non c'è i topi ballano, ha di recente sottolineato la curva dell'Inter. Purtroppo per le milanesi, le presidenze fantasma devono ancora funzionare.

La fretta di dover dominare per forza. Eppure, secondo una logica molto poco imprenditoriale, queste ricchissime proprietà vogliono tutto e subito. Agli acquisti a suon di milioni per la prima squadra fanno eco dei settori giovanili costruiti solo per il presente. La pazienza con i giovani di prospettiva è poca, l'esigenza alta, la pressione spesso insostenibile. I risultati sono i capolavori alla rovescia in stile Pogba, che il Manchester United lasciò andare a parametro zero nel 2012 per poi ricomprarlo dalla Juventus quattro anni dopo, alla cifra record di 105 milioni. L'ex City Seko Fofana, nel suo piccolo, è indirizzato verso la stessa parabola. Ma anche chi riesce a sfondare ha i minuti contati se non rende sempre al top: di Januzaj si sono perse le tracce, Depay è alla porta, Martial è chiamato a essere il fenomeno affermato che ancora non è. Per gli ultimi due i Red Devils spesero oltre 100 milioni. I progetti di crescita di lungo periodo con cui pure il Barcellona, fino a qualche anno fa, tutelava i suoi baby talenti, da queste parti non sono contemplati. Senza scomodare quello che Saul Ñiguez e Rugani potrebbero dire di Colchoneros e bianconeri.

Ma alla fin fine, vincere conta davvero? Non è una domanda scontata. Se vogliamo metterci nei panni delle proprietà, conta molto più la classifica dei ricavi rispetto alla Champions League. La seconda è utile, non indispensabile per fare faville nella prima. I grandi nomi acquistati ogni anno non bastano per fare la squadra vincente, ma sono già un successo in partenza per il merchandising. Sponsor, TV e investitori non sono scoraggiati dalla mancanza di trofei, tanto da smettere di fidarsi dei brand che attirano più tifosi nel mondo. Quelli stessi tifosi che, risultati alla mano, sono i veri (e forse i soli) sconfitti del football business.