Cambiamento climatico: esiste davvero il famoso "consenso scientifico" sulla sua esistenza?

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Cambiamento climatico: sono ormai pochissimi gli scienziati che pensano che non esista o che non sia prodotto (in tutto o in buona parte) dall'uomo REUTERS/Stringer/Files

Lo diciamo subito, a scanso di equivoci: sì, il consenso scientifico sul cambiamento climatico esiste. Quelli che sono entrati in questo articolo sperando di trovare una pezza d'appoggio alle "teorie negazioniste" non ne troveranno: molto semplicemente, visto che il cambiamento climatico è un tema quanto mai attuale (anche in virtù di un paio di notizie piuttosto fresche delle quali parleremo), può essere utile cercare di capire di preciso cosa sia il consenso scientifico al riguardo, un concetto costantemente tirato in ballo in questi casi.

Il cosiddetto "consenso scientifico sul cambiamento climatico" indica che una soverchiante maggioranza di scienziati sono concordi sul fatto che siano in atto modifiche notevoli al sistema climatico terrestre; che questo cambiamento sia dovuto (quantomeno in modo preponderante) non a cause naturali ma alle attività umane; e che le attività in questione siano, tra le altre cose, l'emissione di gas-serra e la deforestazione. 

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In effetti, non esiste un reale dibattito sull'esistenza o meno del cambiamento climatico nella comunità scientifica. Al massimo, esistono discussioni su quanto sia rilevante il contributo umano e quali attività siano in questo senso più dannose. Difatti, per tutto quanto si trova a monte di queste discussioni, c'è un accordo pressoché totale fra gli scienziati.

Negli anni ci sono stati diverse analisi che hanno affrontato la questione del consenso, che in base al metodo utilizzato hanno rilevato come la percentuale di scienziati convinti della responsabilità umana per il cambiamento climatico oscilli fra il 90% ed il 100%. Come forse avrete notato, finora abbiamo utilizzato un termine piuttosto generico ("scienziati") per descrivere chi sta dietro a questo consenso. 

cambiamento climatico In base a quale sia il sondaggio che si vuole considerare, il consenso della comunità scientifica sul cambiamento climatico causato dall'uomo varia tra il 91% ed il 100%. Ma in fondo che ne sanno loro?  Dati: Cook et al. / Skeptical Science Graphics by Skeptical Science

È però innegabile che non tutti i pareri abbiano lo stesso peso: uno psichiatra o un ingegnere aerospaziale sono degli scienziati, ma ciò che hanno da dire in questo caso ha ovviamente un peso minore rispetto a quanto riportato da un climatologo o da un fisico dell'atmosfera

Ancora una volta, chi spera che le prossime righe raccontino di come il dibattito sia molto più acceso quando aumenta la competenza nel settore dovrebbe andare a bussare ad un'altra porta. In effetti, avviene l'esatto contrario: più aumenta la competenza su quali siano state e siano le dinamiche del clima terrestre, maggiore è la convinzione che il cambiamento climatico esista e sia causato dall'uomo.

consenso scientifico cambiamento climatico Questo grafico è tratto da uno studio del 2016: mostra una correlazione estremamente altra tra la competenza nell'ambito delle scienze relative al clima ed il concordare sul fatto che il cambiamento climatico esista e sia causato dall'uomo. In altre parole: più uno scienziato ne capisce di clima, più è convinto che il cambiamento climatico sia una conseguenza delle attività umane.  John Cook

Negli ultimi tempi il dibattito sull'esistenza del cambiamento climatico e (eventualmente) sulle sue cause è tornato a riaccendersi. Forse perché tutto il mondo è stato investito da un'ondata di consapevolezza per l'importanza dei problemi ambientali. O forse perché il neo-Presidente USA, Donald Trump, pare convinto che il riscaldamento globale non sia reale perché una volta è stato a Los Angeles e faceva freddo. Il che equivale più o meno a dire: "Oggi ho mangiato, quindi la fame nel mondo non esiste".

La spiacevole realtà che Trump e molti dei suoi più stretti collaboratori dovranno in qualche modo affrontare riguarda il fatto che le prove del cambiamento climatico sono talmente schiaccianti che provare a sostenere il contrario sembra ormai diventato quasi più un esercizio di stile che non una posizione guidata da una reale consapevolezza della questione. 

Perché quindi in tanti sostengono, se non proprio l'inesistenza del cambiamento climatico, quantomeno che il contributo umano sia poco rilevante? Detta in questo modo può sembrare spiacevole, ma si tratta di motivazioni di natura economica. Badate bene: questo non significa affatto che chi sostiene che la colpa del climate change sia della natura lo faccia per soldi. La questione è infatti molto più complessa.

Ignorando i probabili vantaggi sul lungo periodo (ne abbiamo parlato varie volte), ragionando sul breve termine combattere il cambiamento climatico ha un costo: percorrere questa strada significa avere un impatto immediato su chi, ad esempio, trae il proprio guadagno dai combustibili fossili, e questo comprende chiunque dall'operaio di una raffineria sino al petroliere multi-miliardario. Ma se l'operaio può solo sperare che il suo posto di lavoro rimanga dov'è, il petroliere ha le risorse per influenzare l'opinione pubblica (che le compagnie energetiche fossero a conoscenza da tempo del climate change e dei suoi effetti è ormai risaputo).

oliver cambiamento climatico "Un americano su quattro è scettico riguardo al cambiamento climatico. Chi ca**o se ne frega? Non conta nulla. Non c'è bisogno delle opinioni della gente su un fatto. Allo stesso modo potrebbe esserci un sondaggio che chiede: quale numero è più grande, 5 o 15? Esistono i gufi? Ci sono cappelli?"  Facebook / Tysonism

Questo significa che in tanti sono genuinamente convinti dei ragionamenti sostenuti dai "negazionisti", che li presentano in modo fallace dal punto di vista logico e scientifico, ma di grande impatto dal punto di vista comunicativo. Un esempio al volo: qualche mese fa Anthony Scaramucci, tra i responsabili del team di transizione di Donald Trump, si produsse in un tragicomico tentativo di contestare il consenso scientifico sul cambiamento climatico, sostenendo come esistesse un consenso anche sul fatto che "la Terra fosse piatta e che noi ci trovassimo al centro dell'universo".

Si tratta di un concetto che mischia ignoranza (che la Terra sia sferica è un concetto noto da vari secoli prima di Cristo) e scarsa cultura scientifica. Mischiare la scienza pre-galileiana a quella post-galileiana è come paragonare una partita di calcio fiorentino alla finale di Champions League: sì, ci sono sicuramente delle similitudini, ma affermare che si tratti della stessa cosa sarebbe impossibile prima di essersi scolati una bottiglia di vino.

Se non altro, il ragionamento è fallace perché può essere applicato a qualsiasi cosa. "Gli scienziati dicono che ingerire dell'acido solforico mi farebbe male, ma dicevano anche che la Terra era piatta, quindi perché dovrei ascoltarli?". Un ragionamento di questo tipo, per quanto privo di senso, è però di immediato impatto sul celeberrimo (e famigerato) "uomo della strada", che è quindi portato a pensare all'esistenza di un reale dibattito sul cambiamento climatico nella comunità scientifica.

Io non credo al riscaldamento globale "Io non credo al riscaldamento globale", un'opera realizzata a Londra dal celebre artista di strada Bansky  REUTERS/Luke MacGregor

Un altro modo per affrontare la questione dal versante negazionista è spararla grossa, talmente grossa che qualcuno penserà "Beh, questa è talmente incredibile che deve essere vera: chi potrebbe mai dire una cosa del genere pensando sia falsa?". È ad esempio il caso di Scott Pruitt, amministratore dell'agenzia statunitense per la protezione dell'ambiente (EPA), la cui nomina da parte di Donald Trump può essere con un eufemismo definita "controversa": quando svolgeva il suo lavoro di avvocato si è infatti più volte battuto contro delle regolamentazioni ambientali.

Nei giorni scorsi, Pruitt ha affermato di non concordare con l'idea che il diossido di carbonio sia uno dei principali contributori del riscaldamento globale, sostenendo come "misurare con precisione l'attività umana sul clima sia qualcosa di molto complesso".

Una tale assurdità ha spinto la società meteorologica americana a scrivere una lettera aperta per chiarire quale sia la posizione della scienza al riguardo: il diossido di carbonio è uno dei principali contributori del cambiamento climatico, punto. "Non siamo a conoscenza di una qualsiasi istituzione scientifica con una rilevante conoscenza della materia che abbia raggiunto una conclusione differente", spiegano dall'ente.

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Solitamente, chi sostiene queste posizioni prova a mettere particolarmente sotto i riflettori quegli studi scientifici che sembrano confermare la propria tesi. Ad esempio, proprio nelle scorse ore è stato pubblicato su Nature Climate Change un paper nel quale si sostiene come la perdita dei ghiacci artici sia dovuta, in una percentuale compresa fra il 30% ed il 50%, a cause naturali e non all'intervento umano.

Ovviamente, questo starebbe a significare che il rimanente 50-70% sarebbe da attribuire all'uomo, ma questo difficilmente lo sentirete sottolineare. Peraltro, come precisato dal primo autore dello studio a Reuters, negli anni a venire l'accumulo dei gas-serra nell'atmosfera diventerà un fattore sempre più rilevante, ma anche di questo non sentirete molto parlare: molto meglio sparare un titolone in stile "La scienza si è sbagliata!", anche se in effetti non è vero.