Cambio euro-dollaro: nel 2017 ci sarà la tanto annunciata parità?

Il cambio euro-dollaro ha continuato anche nel corso del 2016 a muoversi all’interno del canale laterale compreso tra 1,05 e 1,17, forchetta in cui il tasso di cambio continua a zigzagare da ormai due anni (di fatto possiamo far cominciare questo canale da gennaio 2015).

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I mancati rialzi della Fed hanno contribuito nella prima parte dell’anno a far perdere quota al dollaro Usa nei confronti dell’euro, con il tasso che è arrivato a toccare un massimo a inizio maggio di 1,1625. Nella seconda parte del 2016 eventi come il referendum sulla Brexit e l’elezione a sorpresa di Trump hanno aiutato il dollaro a rafforzarsi nuovamente contro l’euro e molte altre valute (anche la sterlina ha perso molto terreno, complice anche la Brexit, e il cambio sterlina-dollaro si trova ormai nel range 1,20-1,25).

Nella riunione di fine anno della Fed è emersa una prospettiva positiva per quanto concerne i rialzi di tassi che si potrebbero avere nel 2017: siamo saliti a tre probabili rialzi, dai due della riunione di settembre. Le condizioni favorevoli dell’economia statunitense e l’ottimismo riguardo alla politica fiscale espansiva promessa da Trump, hanno contribuito a migliorare - seppur modestamente - l’atteggiamento della Fed riguardo al 2017 e riporre nel cassetto la prudenza adottata, giustamente, in occasioni di eventi tanto incerti come quelli che abbiamo vissuto nel 2016.

Tanto è bastato per rilanciare il rafforzamento del dollaro e portare il tasso di cambio contro l’euro a rompere il supporto posto a 1,05 e far registrare nuovi minimi dell’anno.

Vedremo dunque nel 2017 la tanto annunciata parità tra euro e dollaro?

È già da un po’ che se ne sente parlare e già nel 2015 diversi analisti avevano scommesso, forse un po’ prematuramente, sulla parità tra biglietto verde e moneta unica. Quel che appare chiaro è che le politiche monetarie di Unione europea e Stati Uniti hanno in questo momento direzioni opposte e si manterranno tali per diversi anni: l’Unione sta gestendo una crisi che si sta rivelando essere molto più lunga e logorante di quella che ha colpito gli Stati Uniti nel 2008, mentre a Washington possono contare su un’economia più stabile, che negli ultimi anni di amministrazione Obama ha dato diversi segnali di ripresa. Pertanto, più che di una questione di se sembra essere una questione di quando.

E nel 2017 possiamo dire che le probabilità di vedere questa parità sono notevolmente aumentate, ma non è possibile dire al 100 per cento che questa poi si concretizzerà effettivamente. È l’anno in cui vedremo all’opera il nuovo presidente degli Stati Uniti, e capiremo se Trump sarà in grado di mantenere le sue promesse in materia di politica fiscale e se le scelte della sua amministrazione si riveleranno corrette per rafforzare l’economia. Sotto questo punto di vista possiamo dire che i punti oscuri e le incertezze sono più alti di quanto abbia voluto far credere la Yellen nel corso dell’ultima riunione.

Il numero uno della Fed potrebbe inoltre rimanere alla finestra per osservare l’evoluzione politica ed economica nel Vecchio Continente, con una Brexit che ancora non si è compreso se avrà o meno effettivamente luogo e con una serie di elezioni in diversi paesi importanti che potrebbero rivelarsi fondamentali per il destino democratico dell’Unione. A questo va aggiunto un quadro economico globale non proprio positivo, con diversi paesi in via di sviluppo che hanno perso lo slancio di qualche anno fa e con alcuni che sono già alle prese con violenti recessioni (come Russia e Brasile).

Le incertezze in seno all’Unione rendono la moneta unica poco attraente, mentre il dollaro usa è tornato a giocare in modo predominante quel ruolo di valuta di riserva globale che ha sempre avuto. Bisogna comunque considerare che siamo in un periodo in cui è facile assistere ad ogni tipo di rimescolamento delle carte: recentemente Erdogan ha invitato diverse compagnie turche a convertire le proprie riserve di dollari in valuta nazionale in modo da cercare di sgonfiare i debiti denominati in dollari, che stanno salendo a causa del rafforzamento della valuta statunitense. Il presidente Erdogan ha inoltro incoraggiato a fare scambi commerciali con Russia, Iran e Cina usando la valuta nazionale invece dei dollari. Quello di Ankara rimane poco più di un esperimento che non dovrebbe portare al paese alcuni tipo di beneficio, ma il blocco asiatico ha più volte mostrato il desiderio di voler rafforzare le relazioni commerciali interne e cercare di scaricare il dollaro. La vera minaccia al ruolo di riserva valutaria mondiale era comunque rappresentato dall’ascesa dell’euro, e le difficoltà che deve affrontare l’Unione sono destinate a dare maggior risalto al biglietto verde.

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Dal punto di vista tecnico possiamo vedere che il tasso di cambio euro dollaro è in procinto di chiudere un throwback sui massimi di luglio 2002, intorno a 1,02. Toccato questo livello è probabile che il cambio faccia registrare l’ennesimo rimbalzo prima di scendere nuovamente e toccare la parità. Non dovremmo quindi vedere un cambio dollaro euro 1:1 nella prima metà del 2017, mentre ci saranno maggiori probabilità di raggiungere questo target nella seconda parte dell’anno. Se nel 2017 la parità non dovesse essere raggiunta la probabilità di vederla nel 2018 sarebbe prossima al cento per cento, con un cambio che nel medio-lungo periodo è destinato a scendere anche sotto questo livello.

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