Caos banche venete e MPS: bail-in, spezzatino e cessione sofferenze. Ecco il punto sulle ipotesi in campo

Atlante
Una statua del titano Atlante nei Paesi Bassi Deror_avi via Wikimedia Commons

La partita sul futuro delle banche italiane in crisi è ancora tutta da giocare. Ad ogni passo avanti verso un piano per il salvataggio ne seguono due indietro. Per Veneto banca e la Popolare di Vicenza l’opzione che passa per l’intervento dello Stato con la ricapitalizzazione precauzionale è quasi svanita e si brancola nel buio alla ricerca di una soluzione che non pesi troppo sui clienti, nè (come chiede la Commissione europea) sulla casse pubbliche.

Il salvataggio di MPS, ormai, sembrava cosa fatta, ma la banca senese sta trovando ancora diversi ostacoli sul cammino che la dovrebbe rimettere in carreggiata e riportare in Borsa entro l’estate.

Il filo rosso che collega le due vicende è lo stesso: il prezzo dei crediti deteriorati. Nell’ultimo anno, in Italia, è scoppiato il bubbone delle sofferenze cresciute a dismisura negli anni della crisi economica e tenute il più possibile nascoste dalle banche. Per evitare buchi di bilancio gli istituti bancari in difficoltà non hanno svalutato adeguatamente in sede di bilancio i crediti deteriorati. Ora però, le banche che sull’orlo del fallimento si trovano costrette a liberarsi dei crediti malati si scontrano con un mercato che ha prezzi nettamente inferiori. E così i fondi che avrebbero dovuto assistere Atlante nello smaltimento dei crediti deteriorati di MPS hanno lasciato il tavolo sbattendo la porta. E l’ipotesi di sezionare Veneto banca e Popolare di Vicenza creando una Good bank e una Bad bank risulta difficile per la gestione della parte “malata”.

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Veneto Banca e Popolare di Vicenza: le dolorose soluzioni


La partita a scacchi sul credito veneto è in stallo totale. L’ultima richiesta di BCE e Commissione europea ha bloccato il piano di salvataggio mettendo una pesante ipoteca sul destino di Veneto banca e Popolare di Vicenza. Prima di dare il via libera alla ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato le autorità europee hanno chiesto 1,25 miliardi di capitali privati per tappare le perdite derivanti dalla cessione della sofferenze perché, secondo la normativa, i soldi pubblici non possono andare a coprire perdite “prevedibili o attese”.

Nei giorni scorsi si sono fatte avanti Unicredit e Intesa, ma a quanto pare il comparto bancario resta molto freddo sull’ipotesi di intervenire per il salvataggio delle due banche del nordest. A spingere le banche solide a partecipare alla ricerca di una soluzione per Veneto banca e la Popolare di Vicenza è la consapevolezza che una soluzione drastica e traumatica per le venete potrebbe scatenare un effetto contagio pericoloso per tutto il comparto.

Ma per quanto il ventaglio delle chance sia ampio, nessuna è indolore.

In caso di risoluzione con il bail-in, per esempio, il Fondo di garanzia (alimentato con i soldi delle banche) dovrebbe mettere a disposizione 11 miliardi di euro per salvaguardare i depositi esclusi dalla risoluzione. A questo si sommerebbero le perdite ingenti per azionisti, obbligazionisti e correntisti sopra i 100mila per i quali lo Stato potrebbe prevedere forme di ristoro come accaduto in occasione del salvataggio di Banca Etruria, Marche, Carichieti e Carifferara con l’azzeramento delle subordinate. Il conto finale in questo caso sarebbe salatissimo e il rischio contagio molto alto.

La soluzione chiamata “spagnola” che si ispira al salvataggio del Banco Popular da parte del Santander – è poco praticabile perché nemmeno una banca solida come Unicredit è disposta ad imbarcarsi in un’impresa simile.

La strada del  liquidazione coatta amministrativa sarebbe oltremodo complessa, costosa e pericolosa per tutto il comparto.

Si lavora quindi per convincere banche sane, ma anche Poste o Iccrea (la capogruppo delle BCC) a mettere sul tavolo 1,25 miliardi per sbloccare l’intervento dello Stato. Intanto il Governo, nell’ultimo Consiglio dei Ministri ha congelato il rimborso di un bond subordinato da 150 milioni emesso da Veneto Banca e in scadenza il prossimo 21 giugno.

“La proroga, spiega il CDM, si applica esclusivamente ai titoli in scadenza nei sei mesi successivi alla richiesta di intervento dello Stato e fino al termine dello stesso periodo di sei mesi e si rende necessaria per assicurare la parità di trattamento tra creditori subordinati per la condivisione degli oneri nel caso di intervento pubblico”.

Infine, si fa strada l’ipotesi dello spezzatino. Veneto banca e la Popolare di Vicenza rischiano di fare la fine delle quattro banche del territorio salvate a fine 2015 con il decreto Salvabanche. L’idea è di dividere la parte buona delle attività bancarie da quella cattiva: Unicredit potrebbe comprare le good bank e procedere alla fusione, mentre resterebbe il cerino delle bad bank, un cumulo di crediti deteriorati ad alto costo che, probabilmente, nessuno vorrà acquistare. Questa soluzione inoltre avrebbe la colpa di coinvolgere azionisti e obbligazionisti che verrebbero azzerati e provocare un taglio drastico in termini di filiali da chiudere e dipendenti da licenziare.

MPS e il prezzo che non sarà mai giusto


Anche sul fronte senese le cose non vanno come dovrebbero. Nell’ultimo capitolo di questa saga abbiamo spiegato che il nuovo ostacolo da superare riguarda la cessione dei 26 miliardi di crediti deteriorati che deve precedere l’intervento dello Stato per la ricapitalizzazione precauzionale da 8,8 miliardi.

Lo smaltimento avverrà tramite una collaborazione pubblico-privato-sistema bancario che però stenta a decollare. L’inghippo sta nel prezzo che MPS vorrebbe il più possibile vicino ai valori di bilancio mentre il consorzio per lo smaltimento degli NPL composto da Atlante, Credito Fondiario e Fortress, chiede uno sconto.

Punto sul quale MPS non può cedere perché dal prezzo di vendita dei crediti malati dipende il fabbisogno della banca in sede di ricapitalizzazione precauzionale.

L’accordo di principio trovato tra Governo italiano, Commissione e BCE all’inizio del mese rischia di saltare o di essere nuovamente discusso alla luce di un aumento del fabbisogno di capitale. Per questo motivo MPS cerca di mentenere il prezzo intorno al 20-21% del valore stimato nel piano originario intorno al quale ruota l’accordo sulla ricapitalizzazione da 8,8 miliardi.

Secondo le ultime notizie provenienti da Siena però Credito Fondiario e Fortress hanno abbandonato il tavolo lasciando da solo il fondo Atlante. La mossa potrebbe escludere in modo definitivo la loro partecipazione all’operazione oppure essere soltanto una strategia negoziale per strappare uno sconto sul prezzo entro il 28 giugno in cui scade il periodo di esclusiva concesso al consorzio per chiudere la partita sui crediti deteriorati.

Dopo tanto trattare e tanti annunci, quindi, la soluzione per le due venete, ma anche per MPS è ancora molto lontana e poco nitida. Questo stallo è la prova che la polvere nascosta per anni sotto il tappeto dei bilanci bancari ad un certo punto è destinata a venir fuori e a togliere il fiato.