Caos Libia: la guerra per il controllo del petrolio continua

Pozzo petrolifero Libia
Un miliziano delle truppe fedeli al generale Khalifa Haftar posa con il fucile di fronte al terminal petrolifero di Zueitina, ad ovest di Bengasi. Libia, 14 settembre 2016. REUTERS/Esam Omran Al-Fetori

Il conflitto in Libia continua a inasprirsi sempre più, rivelando in questo modo le effettive ragioni sulle quali poggiano le rivendicazioni belliche e territoriali delle varie parti in causa: il petrolio. La scorsa settimana le milizie fedeli al generale Khalifa Haftar, al vertice della compagine governativa di Tobruk e in aperta opposizione al governo sponsorizzato dalle Nazioni Unite di Fayez al-Serraj con sede a Tripoli, avevano cacciato le milizie PFG (Petroleum Facility Guards, fedeli al governo di Tripoli e comandate da Ibrahim Jadran) da Zueitina, Ras Lanuf e As Sider, prendendo il pieno controllo dei principali terminal petroliferi del Paese.

Pochi giorni prima anche Brega era caduta nelle mani dei preparatissimi uomini di Haftar.

In poche ore il governo di Tripoli si era affrettato a pubblicare alcuni comunicati stampa nei quali assicurava al mondo che avrebbero continuato con le estrazioni, che la perdita dei terminal non era un problema e che anzi gli uomini di Haftar erano d'accordo sul continuare le attività estrattive e di raffinazione dell'oro nero esattamente così come erano andate avanti sino quel momento.

Gli uomini di Haftar, con un loro comunicato stampa, hanno fatto sapere di aver consegnato quei terminal nel cuore della “mezzaluna del petrolio” alla National Oil Corporation (NOC), la compagnia di estrazione e raffinazione statale che ha sede a Bengasi, dove ha sede anche il quartier generale di Haftar. Teoricamente la NOC è fedele al governo di unità nazionale sostenuto dall'ONU ma secondo il giornalista di al-Jazeera Mahmoud Abdel Wahed recentemente la compagnia è stata letteralmente lottizzata dagli uomini di Haftar.

Ciò che il governo tripolitano lasciava intendere era di aver raggiunto un accordo con il generale in merito allo sfruttamento dei terminal: tutto falso, visto che nel frattempo al-Serraj invocava l'aiuto internazionale. Proprio in quelle ore 200 parà della Folgore si imbarcavano a La Spezia diretti a Misurata, ufficialmente per fare da balia ad un ospedale da campo, meno ufficialmente per aggregarsi ai colleghi del reggimento Col Moschin.

Secondo quanto riferiscono le agenzie stampa di domenica 18 settembre le forze libiche orientali (alleate del governo di al-Serraj) hanno ristabilito il controllo su due porti petroliferi, notizia tuttavia smentita da Muftah al-Muqarief, a capo dei guardiani del petrolio di Haftar: “Abbiamo respinto l'attacco e stiamo preparando una controffensiva” ha dichiarato ad al-Jazeera, spiegando che l'attacco è stato condotto da alcune “milizie sostenute da criminali”.

Gli assalti ai pozzi petroliferi e alle infrastrutture per lo sfruttamento dell'oro nero, principale risorsa per la disastrata economia libica, sono sempre più sanguinosi: la guerra che ruota attorno al petrolio si è accesa quando la NOC ha fatto sapere di essere pronta a riprendere le esportazioni petrolifere, il 1 agosto scorso. I primi di luglio la NOC si è fusa con una compagnia rivale che aveva sede nell'est della Libia, un'operazione sostenuta dal governo di Fayez al-Serraj e che negli intenti dei tripolitani avrebbe dovuto garantire loro “consenso e riconciliazione”. L'ingresso di uomini come Nagi el-Maghrabi nel consiglio di amministrazione della NOC era la concessione di Tripoli utile a ingraziarsi il generale, così come lo spostamento della sede della NOC da Tripoli a Bengasi, tutto utile per procedere verso una riconciliazione nazionale. Le cose sono andate diversamente e la NOC è stata, di fatto, lottizzata dai fedelissimi di Haftar.

L'interesse sul petrolio libico è altissimo: gli esperti stimano in 48 miliardi di barili le risorse petrolifere ad oggi conosciute nel sottosuolo del Paese, che si estraevano ad un ritmo di 1,6 milioni di barili al giorno nel 2011, prima della caduta del regime di Gheddafi. Oggi la Libia estrae a malapena 300.000 barili al giorno e i suoi principali porti petroliferi sono controllati da milizie che si sono dichiarate fedeli al governo di Tripoli ma che di fatto tutelano esclusivamente i propri interessi territoriali ed economici.

Altri porti sono stati conquistati e chiusi dagli islamisti dello Stato Islamico e questo rappresenta un ulteriore problema: da due settimane l'assalto a Sirte, roccaforte di Daesh, è in una fase di pausa ma domenica le ostilità tra gli islamisti e le forze governative sono riprese incessanti. Gli ultimi uomini del Califfo asserragliati nel loro bastione resistono con feroce determinazione ed utilizzano uomini-bomba per creare scompiglio tra le forze governative, sostenute anche dall'Italia. Dall'inizio delle operazioni su Sirte sono 450 i morti tra le fila governative e 2.500 i feriti, motivo per cui il governo di Roma ha inviato 100 operatori sanitari e 200 paracadutisti a Misurata (meno di 300 chilometri da Sirte) e per cui Washington ha condotto nell'ultimo mese oltre 100 raid aerei sulle posizioni dello Stato Islamico.

La guerra petrolifera libica però è ulteriormente complicata da altri attori internazionali che sembrano voler tutelare esclusivamente i propri interessi economici accaparrandosi posizioni di favore: è quanto mostra di voler fare il governo francese, la cui presenza irrita non poco l'esecutivo di al-Serraj. L'esercito tripolitano quest'estate ha anche abbattuto un elicottero con a bordo alcuni militari francesi e Parigi sembra essere più propensa a sostenere gli sforzi bellici degli uomini di Khalifa Haftar che quelli della compagine governativa di Tripoli, sostenuta dalle Nazioni Unite con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, di cui la Francia è membro permanente con diritto di veto. Parigi si inserisce così, nella guerra interna per il petrolio libico, un'accusa mossa recentemente anche da un rapporto del Parlamento inglese che analizzando la scelta di bombardare la Libia nel 2011 per sostenere i ribelli anti-Gheddafi ha sottolineato come sia Nicolas Sarkozy che David Cameron si mossero all'epoca sulla base di “interessi personali e nazionali”. In particolare la Francia avrebbe forzato l'intervento armato unicamente per accaparrarsi nuove opportunità nel settore petrolifero, fino a quel momento ben ripartito tra le compagnie nazionali libiche e l'ENI: ciò che Parigi sta facendo oggi è battere cassa rivendicando ciò che ritiene sia suo.