Carceri, il caso Tunisia: perché le condizioni di detenzione e i diritti dei detenuti sono importanti per prevenire la radicalizzazione?

Nairobi Pray
Il momento della preghiera in un sobborgo di Nairobi, Kenya. 21 novembre 2015. PHOTO - Andrea Spinelli Barrile

“Bisogna mandare i condannati immigrati a scontare la pena nei loro Paesi. E per chi resta, come in Austria, lavoro obbligatorio”. Con queste parole Matteo Salvini, segretario federale della Lega Nord, ha commentato l'ammissione che il primo ministro Paolo Gentiloni ha fatto qualche giorno fa parlando di radicalizzazione in Italia, quando ha dichiarato che “i percorsi di radicalizzazione si sviluppano sopratutto nelle carceri e sul web”.

Paradossalmente hanno ragione ed hanno torto entrambi. Hanno ragione, e noi di IBTimes Italia lo abbiamo scritto il 13 ottobre scorso, perché il carcere è davvero un luogo dimenticato nel quale chiunque può trasformarsi in un lupo solitario senza dare troppo nell'occhio, perché è importante far scontare le pene definitive - o parte di queste - nei Paesi di origine e perché il lavoro in carcere può veramente rappresentare una svolta rieducativa nel panorama sociale in Italia e in Europa. Un aspetto, e solo uno, dell'integrazione degli stranieri. I diritti negati ai detenuti, le condizioni di vita proibitive nella maggior parte delle carceri italiane, la promiscuità con la quale i detenuti vivono trascorrendo il 90 per cento del proprio tempo in cella senza lavorare né svolgere altre attività “rieducative” sono aspetti critici del sistema carcerario italiano. E non solo.

Il carcere resta sempre lontano: di carcere non si parla mai, se non per invocarlo con la bava alla bocca, ma ciò non toglie che sia importante raccontarlo. È un mondo chiuso fortemente interconnesso con quello esterno, non fosse altro perché i detenuti hanno famiglia oltre che la speranza, un giorno, di uscire da lì: “mandare i condannati immigrati a scontare la pena nei loro Paesi”, come ripete Salvini, non è sempre una buona idea se vogliamo guardare gli aspetti relativi alla sicurezza nazionale. Lunedì 2 gennaio Ghazi Jeribi, ministro della Giustizia della Tunisia, ha presentato un rapporto sulle condizioni delle carceri tunisine nell'anno 2015 lanciando un'allarme che non ha avuto la risonanza che meritava: Le prigioni tunisine soffrono di un sovraffollamento enorme […] sono ancora lontane dagli standard internazionali [che chiedono di garantire uno spazio pro capite di 4 metri quadri a prigioniero, nda]: in Tunisia la media è di 2 metri quadri a prigioniero”.

La Tunisia è il paese che più al mondo ha rifornito di combattenti le fila del gruppo Stato Islamico in Siria, in Iraq e in Libia. Molti di questi si sono radicalizzati in carcere e già nel 2014 un rapporto delle Nazioni Unite segnalava come il sovraffollamento e le condizioni di detenzione in Tunisia fossero un pericolo enorme per il paese africano - che continua a subire e sventare attentati e che vive uno stato d'emergenza permanente dalla strage del Bardo - e più in generale per tutto il bacino del Mediterraneo. In Tunisia sono detenute attualmente più di 20.000 persone (su 11 milioni di abitanti), 11.868 persone sono state arrestate nel 2016 - più della metà di loro per reati connessi al consumo di droga. I recidivi sono 9.200, 14.343 sono invece detenuti per la prima volta (2.680 in attesa di giudizio). Queste persone vivono in condizioni di vita oltre ogni immaginazione: in prigioni come quella di al-Qayrawan - la provincia nella quale vive la famiglia di Anis Amri, l'attentatore di Berlino ucciso a Milano - il sovraffollamento supera del 217 per cento la capacità della struttura, a Houareb siamo al 216 per cento e a Monastir al 192 per cento.

Secondo il Ministero della Giustizia dei circa 20.000 residenti nelle galere della Tunisia quelli detenuti con l'accusa di estremismo sono 1.647 e di questi appena 183 sono stati giudicati da un tribunale. Inoltre, attualmente la promiscuità tra i detenuti sospettati di essere appartenenti a cellule islamiste, o più in generale reclusi per ragioni di radicalismo islamico, rischia di rappresentare una criticità enorme nelle conseguenze che questa promiscuità, unita alle condizioni di vita quasi impossibili, può avere sulla popolazione carceraria. Il ministro Jeribi ha annunciato in questo senso “nuovi standard” per la detenzione di questi soggetti, che saranno mescolati con i criminali comuni in una misura massima del 10 per cento.

La definizione “criminale comune” in Tunisia è molto ampia: comprende, ad esempio, gli omosessuali, come anche i consumatori di cannabis e gli eroinomani. Soggetti, questi ultimi, fortemente inclini alla radicalizzazione perché viene promessa loro redenzione, o droga in quantità, qualora abbraccino la causa islamista. Secondo la narrazione fatta dal Ministero della Giustizia il problema del sovraffollamento carcerario nasce nel 2011, durante la primavera araba, quando diverse strutture detentive furono danneggiate durante le rivolte dei detenuti: il governo tunisino le sta restaurando, vuole aumentare la capacità delle strutture già esistenti ed entro il 2020 prevede di aumentare i letti di 7.265 unità, un terzo del totale dei carcerati detenuti oggi.

Questo sovraffollamento è anche la ragione principale per la quale il Presidente della Repubblica di Tunisia Beji Caid Essebsi, il 2 dicembre scorso, ha detto che il suo paese non è disposto a riprendere indietro i detenuti tunisini arrestati in Europa e, tantomeno, ad arrestare i foreign fighters di ritorno: “Non li metteremo in prigione perché non abbiamo abbastanza spazio ma prenderemo le misure necessarie per neutralizzarli”. Il 9 dicembre il Muftì della Repubblica di Tunisia spiegò che “i nostri giovani costretti ad arruolarsi tra le fila di Daesh dalla povertà e dalla disoccupazione vanno accettati quando tornano indietro, sopratutto se non hanno ucciso persone innocenti”, il 13 il principale sindacato tunisino, l'UGTT, ha proposto una “legge sul pentimento” per aiutare il reintegro nella società dei foreign fighters rientrati in patria.

Dopo l'attacco a Berlino Angela Merkel ha telefonato al presidente tunisino, chiedendogli di accelerare il processo per il rimpatrio dei richiedenti asilo respinti e dei detenuti tunisini in Europa ma ricevendo un “no” di fatto da Essebsi. Pochi giorni prima di Natale Olfa Ayari, Presidente dell'Unione delle carceri, ha denunciato le “infiltrazioni terroristiche nelle carceri tunisine” e Russia Today ha descritto la Tunisia post-rivoluzionaria come “un incubatore di jihadisti”. Il dibattito in Tunisia è accesissimo: fermare i foreign fighters di ritorno anche se non hanno commesso alcun reato in Tunisia? Identificarli e monitorarli? Molti sostengono che chi è tornato a casa è oggi una “bomba ad orologeria”, editorialisti e commentatori chiedono che il governo impedisca ai foreign fighters di rinnovare il passaporto (e quindi di tornare a casa legalmente), il Fronte Popolare - partito politico della sinistra baathista - sostiene che i foreign fighters “dopo aver sfruttato la guerra civile in Siria vogliono fare contrabbando in Tunisia”.

Insomma, il dibattito pubblico sul tema è acceso tanto quanto lo è in Europa, con la differenza che la Tunisia vive sulla propria pelle e come un problema sociale quello della radicalizzazione. A gennaio dello scorso anno la Tunisia, in collaborazione con l'UE, ha lanciato un progetto di riforma carceraria per rafforzare la capacità operativa ed istituzionale delle autorità carcerarie locali e per migliorare la riabilitazione dei detenuti. Al contrario però diversi paesi europei, come l'Italia o la Francia, al proprio interno faticano se non addirittura osteggiano una riforma del sistema penitenziario: gli attentati in Francia, da Cherlie Hebdo in poi, sono stati portati a termine sempre da persone radicalizzatesi in carcere e oggi in Italia sembra che la pena detentiva sia svincolata da ogni ipotesi rieducativa e anzi la vox populi tende a invocarla sempre più simbolicamente, per “dare l'esempio”. La politica ha grandi responsabilità: in questo senso le istituzioni declinano la questione “sicurezza” come l'interpretazione di un diffuso sentimento di non-identificazione del cittadino nel detenuto, nel “pericolo”, senza tuttavia accorgersi che il detenuto è un cittadino.

Le soluzioni, insomma, non sono mai facili. Sono conseguenze delle analisi, che non sono mai semplici ma spesso troppo semplicistiche.