Cari Salvini e Le Pen, davvero volete prendere la Russia come esempio da seguire?

Proteste Mosca
Un manifestante anti-establishment russo arrestato dalla Polizia a Mosca. Russia, 26 marzo 2017. REUTERS/Maxim Shemetov

Le manifestazioni di protesta in Russia di domenica 26 marzo hanno avuto un insperato e sorprendente eco in Italia: migliaia di persone in piazza, polizia in antisommossa che si è scambiata cortesie con chi c'era, fermi e arresti eccellenti, come quello di Alexej Navalny.

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A Mosca i manifestanti erano qualche migliaia ma altre proteste si sono tenute in altre città della Russia, da Volgograd (la vecchia Stalingrado) a Vladivostok, da una parte all'altra della Federazione. La prima considerazione, seppur banale è necessaria, è che c'è una - larga - fetta di cittadinanza che non solo non si rispecchia (o non si rispecchia più) nell'eroe della patria Vladimir Putin ma che contesta vibratamente l'intero sistema di potere russo, quella cupola oligarchica instaurata da Eltsin e perfezionata da Putin, il quale ne ha fatto una macchina da guerra e secondo molti suoi detrattori è oggi potenzialmente l'uomo più ricco e potente del pianeta.

Il primo mito da sfatare, che sembra quasi un totem per i sostenitori di Putin all'estero, riguarda la situazione economica della Federazione: la Russia non sta messa per niente bene e la situazione, va detto, è ulteriormente aggravata dalle enormi spese militari e sopratutto dalle sanzioni economiche imposte su Mosca dall'Unione Europea. Ed anche dagli Stati Uniti, il 27 marzo, hanno aggravato il peso delle proprie sanzioni con un nuovo embargo. Perché ce la si può raccontare come meglio si crede ma poi, oltre le parole, sono i fatti e le azioni a creare il mondo: l'America di Donald Trump, e questa è una notizia passata molto sotto traccia sui media, ha applicato nuove sanzioni nei confronti della Russia di Vladimir Putin. Punto e a capo.

Oltre alle sempre più difficili condizioni economiche della Russia sono almeno altri due gli elementi di rottura degli equilibri sociali e politici nella Federazione Russa, rottura che ha ridimensionato non poco il consenso attorno a Vladimir Putin: lo stato dell'arte in materia di libertà personali e diritti civili e l'esistenza di un'opposizione politica allo Zar forte e strutturata, fondata su un consenso piuttosto ampio. Navalny, che durante il fermo di polizia ha continuato a usare Twitter lanciando accuse su accuse alle autorità russe e al capo del Cremlino, ha detto che al netto di “migliaia di persone” in piazza ce ne sono “milioni” che sono contro Putin e l'oligarchia ma che restano a casa, vuoi per pavidità o perché semplicemente hanno altro da fare, tipo sopravvivere. Un'analisi affrettata ma che nasconde importanti sacche di verità, impossibili da sondare per via della ristretta capacità d'azione di attivisti e giornalisti.

Le dimensioni, in Russia come altrove, contano: domenica 26 marzo la polizia ha fermato - e non arrestato - 1030 persone solo a Mosca (sono i dati forniti da Novaja Gazeta, il periodico su cui scriveva Anna Politkovskaja) e di queste circa un centinaio sono state successivamente processate. I dati comunicati dagli organi di stampa ufficiali, e ripresi dai media di mezzo mondo, sono di 500 fermi e nessun arresto: la manifestazione, hanno spiegato le autorità russe, non era stata autorizzata e questa è la ragione principale per cui la polizia è stata fatta intervenire. Nelle ore successive, durante il fermo, tra i vari tweet di Navalny sono comparse accuse alla polizia, che avrebbe falsificato alcuni verbali dei fermati, mentre al processo per direttissima che lo ha visto coinvolto con qualche altra decina di persone al Tribunale di Tverskoj ha chiesto provocatoriamente la convocazione del primo ministro Dimitri Medvedev come testimone: difatti è proprio la presunta corruzione di Medvedev ad avere scatenato la protesta di domenica 26 marzo.

Il 27 marzo Alexej Navalny, che le prigioni russe le conosce bene perché in passato è stato processato e condannato lui stesso per corruzione in un procedimento molto criticato in patria e all'estero e che ha fatto diventare il blogger russo un faro dei diritti civili, è stato condannato a pagare una multa di 20.000 rubli (circa 300 euro) e a 15 giorni di carcere perché riconosciuto principale organizzatore e fomentatore della manifestazione anti-establishment di Mosca. Con lui altri 13 attivisti sono stati tutti arrestati (nel senso che il fermo di domenica si è trasformato in arresto) e secondo una dichiarazione del Cremlino, citata dall'AFP, gli organizzatori avrebbero promesso “ricompense” di ogni tipo (dolci, giocattoli, denaro) ai bambini che erano presenti al corteo.

Questo è il vero stato delle cose in Russia: la crisi economica morde sempre di più e la narrazione eroica, a tratti epica e forse persino religiosa, di Vladimir Putin fa sempre meno breccia nei cuori dei russi. In più il tema della corruzione comincia a emergere, perché il malcontento c'è sempre stato, dal substrato più in difficoltà della popolazione: Giancarlo Castelli, giornalista e russofilo molto esperto di Russia e in generale delle ex-repubbliche sovietiche, ha ricordato pochi giorni fa come il Comitato Centrale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS) ha denunciato di recente la legge Timchenko approvata dalla Duma la scorsa settimana: questa legge “permetterà alle personalità russe colpite dalle sanzioni americane di ottenere la residenza in un paradiso fiscale” al fine di continuare le proprie attività indisturbati e senza dover per forza pagare le tasse all'erario russo. In questo modo si annullerebbero gli effetti delle nuove sanzioni americane, oltre a quelle europee, ma le conseguenze interne saranno ancor più importanti: Putin continuerà ad avere il sostegno degli oligarchi, che così “saranno pieni di gratitudine per lui” sottolinea Castelli, e la parte più bassa della popolazione soffrirà ancora di più la crisi economica. Nel medio termine questa mossa potrebbe rivelarsi un errore politico importante per Putin e la manifestazione di domenica è solo il primo dei segnali di rottura del incantesimo popolare per lo Zar.

Le manifestazioni in Russia sono in realtà quotidiane: proteste per l'aumento delle spese (bollette, rate condominiali, riscaldamento, cibo al supermercato, etc), proteste degli insegnanti per un adeguamento degli stipendi, proteste delle Femen per la libertà sessuale e di espressione, proteste dei blogger per gli stessi motivi. E poi c'è l'incredibile effetto domino sulle morti recenti di ambasciatori e membri del corpo diplomatico, l'impegno militare senza fine in Siria, le sanzioni internazionali, tutti elementi che alimentano il dissenso e, nelle intenzioni delle cancellerie occidentali, dovrebbero fare terra bruciata attorno al capo del Cremlino: così non è ma un certo odore di carbone comincia a sentirsi.