Che cos'è l'Europa a due velocità (o a cerchi concentrici) e quali rischi comporta per l'Italia?

Scritta contro l'ingresso nell'Unione europea, Spalato, 12 agosto 2013
Scritta contro l'ingresso nell'Unione europea, Spalato, 12 agosto 2013 Flickr

Il 25 marzo 1957 è stato firmato a Roma il trattato che ha istituito la Comunità economica europea (CEE) pietra fondante dalla Comunità europea. A fine mese quindi sarà festeggiato nella capitale italiana l’anniversario dei 60 dall’intesa che ha portato alla nascita dell’Unione europea. In quell’occasione i leader dei Paesi membri firmeranno un documento per la nascita dell’Europa a due velocità o a cerchi concentrici.

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Un concetto che secondo alcuni conferma il tramonto dell’Unione europea e per altri è invece, il punto di partenza per una nuova, più solida, integrazione. L’unica certezza è che l’UE stretta tra la Brexit, la politica isolazionista di Trump e il crescente populismo interno dei membri, non sa più che pesci prendere per ritrovare lo spirito del 1957. Il sogno europeo si è trasformato, in molte circostanze in un incubo: gestione dei migranti fuori controllo, euro capro espiatorio della crisi economica, rinvi e lentezze anche sui temi più urgenti. Non è facile mettere seduti alla stesso tavolo 27 (con il Regno Unito 28) leader con esigenze e interessi diversi, a volte contrastanti, e trovare soluzioni a problemi quali la sicurezza, i migranti, la crisi economica.

E così l’UE è sempre più in balìa delle decisioni prese da altri, dai fattori esogeni, dai venti euroscettici e populisti che soffiano in Europa. Per contrastare questa deriva torna così in auge il tema delle due velocità (o centri concentrici che dir si voglia) un modo per “approfondire” l’integrazione tra membri. Ma il rischio è sia un’altra complicazione che va ad aggiungersi al mucchio, qualcosa in più da negoziare, spiegare, firmare, altro tempo da perdere. Il rischio è che qualcuno resti indietro, che dietro la scusa della maggior integrazione si nasconda invece il tentativo di accelerare il passo in pochi lasciando indietro quelli che non tengono il ritmo.

Cos’è l’Europa a due velocità

Sul tema delle diverse “velocità” dell’UE, intanto, si può notare che non si tratta di una novità assoluta. L’Unione si basa già, in un certo senso, su diverse velocità o diversi cerchi concentrici.

La moneta unica per esempio non è stata adottata da tutti i Paesi membri, ma soltanto da 19 stati su 28. Quindi esiste già una distinzione tra chi fa parte dell’eurozona e chi invece ne sta fuori. Secondo i trattati la moneta unica è obbligatoria per tutti i Paesi che hanno determinati requisiti economici (quelli per i quali l’Italia ha fatto le corse negli anni 2000). Restano esclusi dall’eurozona il Regno Unito e la Danimarca che, nonostante rispettassero i parametri economici richiesti, in base a specifi opt-out (opzioni di rinuncia) hanno scelto di non adottare la moneta unica.

Stesso discorso vale per spazio Schengen l’area europea nella quale le persone possono circolare liberamente: hanno aderito 22 stati su 28. Rientrano nello spazio Schengen Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein, ma ne restano esclusi Regno Unito, Irlanda, Romania, Bulgaria, Cipro e Croazia.

In un certo senso quindi l’UE ha già, al suo interno, diverse velocità di movimento. Ma quello di cui hanno iniziato a parlare i leader europei è qualcosa di più. Nei giorni scorsi il presidente francese uscente Francois Hollande ha spiegato che “per molto tempo l’idea di un’Europa diversificata, con velocità differenti, ha suscitato resistenza: oggi è l’idea che si impone, sennò sarà l’Europa a esplodere”.

Il presidente francese ipotizza la possibilità per un numero ristretto di Paesi di firmare accordi su temi specifici quali la sicurezza, la giustizia, la politica estera, la difesa, le politiche sociali, il welfare... Come accennato prima infatti, uno dei principali problemi dell’UE è mettere tutti d’accordo e prendere decisioni urgenti sulle quali ogni singoli Paese ha il diritto di veto. Così accade che per il “no” di un membro l’intera Unione resti paralizzata.

L’idea è quindi quella di permettere a pochi Paesi, concordi su un tema, di stringere accordi specifici o firmare trattati ai quali in un secondo momento potranno aderire anche gli altri Paesi. Qualcosa di simile è già previsto nel Trattato di Lisbona: ci sono le cooperazioni rafforzate (valide per un numero minimo di 9 stati) e la cooperazione strutturata permanente nell’ambito della Politica estera di sicurezza e difesa (per la quale sono richiesti requisiti militari ben precisi).

Le cooperazioni rafforzate, riducendo il numero degli stati partecipanti, dovrebbe ottenere il risultato di velocizzare le decisioni ed evitare compromessi al ribasso. L’ipotesi ha trovato il favore della cancelliera Angela Merkel che ha chiesto di inserire la proposta nel documento che dovrebbe uscire dai festeggiamenti per i 60 anno del trattato di Roma.

UE verso l’unità o la disgregazione?

La rivoluzione trumpiana e l’avvio della Brexit stanno scuotendo il 2017 dei vertici europei. A questo si aggiungono i problemi politici interni e il tentativo di frenare l’avanzata dei partiti euroscettici e populisti che si apprestano a partecipare alle prossime elezioni politiche in Germania, Olanda e Francia.

L’idea di prevede cooperazioni rafforzate e la creazione quindi di “cerchi concentrici” in Europa va in questa direzione. Accettare l’esistenza di vari gradi di integrazione dovrebbe convincere anche i Paesi più euroscettici a rimanere all’interno dell’UE garantendo loro alcune prerogative nazionali.

Il rischio però è che l’UE si trasformi in una costellazione di accordi e trattati tra gruppi ristretti di Paesi che di fatto lascino fuori gli altri. E in questo scenario l’Italia rischia di rimanere nel limbo. Protagonista nella gestione dei migranti per ragioni geopolitiche, l’Italia sarebbe però esclusa dai “club economici”. Ultima in Europa per crescita, il Belpaese non rispetta i parametri economici, rischia un giorno sì e l’altro pure procedure di infrazione per debito eccessivo, arranca nel tentativo di salvare il sistema bancario senza inciampare nelle regole europee sugli aiuti di Stato.

Insomma l’UE è in crisi esistenziale e cerca nuovi meccanismi per rafforzare l’unione e l’integrazione tra gli Stati, ma in questa prospettiva qualcuno rischia di rimanere nel limbo, escluso dal club dei numeri uno.