Chi sono i White Helmets siriani: eroi volontari nella mattanza della Siria o islamisti pagati dall'occidente?

White Helmet Aleppo
Un volontario delle Syrian Civil Forces - White Helmets tiene tra le braccia il corpo di un bambino dopo un bombardamento russo sulla città di Maaret al-Numan, nella provincia di Idlib. Siria, 9 gennaio 2016. REUTERS/Khalil Ashawi

Mentre ad Aleppo imperversano le bombe e il metallo rovente piove dal cielo incessante come neve d'inverno, un gruppo di civili volontari mossi da una comune incoscienza eroica si muove da una parte all'altra della città assediata rincorrendo le bombe che cadono. Sono i Syrian Civil Defence, noti anche come White Helmets, un gruppo di 2900 persone che si occupa di agire come pronto intervento umanitario nella guerra civile siriana: i White Helmets sono sempre i primi ad arrivare dopo i bombardamenti, si arrampicano sulle macerie, chiamano e coordinano i soccorsi, estraggono i vivi e i morti dai palazzi crollati e dalla polvere con un unico obiettivo, salvare il massimo numero di vite possibili.

Spesso i White Helmets da soccorritori diventano vittime: gli attacchi “double-tap” degli aerei russi, un primo missile ed un secondo in sequenza lasciando nel mezzo il tempo necessario all'arrivo dei soccorsi, e la violenza della battaglia sono il rischio quotidiano del loro mestiere. Solo ad Aleppo, nella settimana successiva alla rottura dell'ultimo cessate il fuoco, sono 141 i White Helmets uccisi durante le missioni di soccorso. Creato nel 2013, in tre anni di guerra civile il gruppo dei White Helmets ha salvato la vita a oltre 60.000 persone ed oggi vanta 120 centri operativi diversi in zone non controllate dal governo siriano ed è in lizza per il Nobel per la Pace dopo aver già vinto il Livelihood Award, meglio conosciuto come “Nobel alternativo”. Fino all'ottobre 2014 il gruppo era formato unicamente da uomini mentre oggi sono un centinaio le donne “arruolate” tra i caschi bianchi, spesso fondamentali nelle operazioni di soccorso perché rappresentano l'unica speranza per le donne delle comunità più conservatrici, che impediscono agli uomini di soccorrerle. O di seppellirle.

Il lavoro dei White Helmets è assurto agli onori delle cronache grazie a un film-documentario prodotto da Netflix e distribuito in diverse lingue sulla sua piattaforma. Ma già due anni fa l'attività del gruppo era diventata nota a tutti coloro i quali si occupano, per diversi motivi, di Siria: è stato un video, girato nel 2014 con un telefonino e che ritrae il salvataggio di un bambino di appena 10 giorni rimasto per 22 ore ore sotto un palazzo di Aleppo, a mostrare a tutti che in Siria c'era ancora speranza. Il “bambino del miracolo”, così venne ribattezzato il piccolo, fu estratto da Khaled Omar Harrah, un ex-decoratore e imbianchino morto l'11 agosto 2016 dopo tre anni di vita da volontario nei White Helmets.

Dalla pubblicazione del documentario di Netflix i giornali di tutto il mondo si sono scatenati nel raccontare le storie degli uomini e delle donne che hanno scelto di vivere sotto i bombardamenti per salvare i propri concittadini e anche in Italia si sente sempre più spesso parlare di questo gruppo di eroici volontari: da un paio d'anni il gruppo è sostenuto dall'organizzazione The Syria Campaign, che ha istituito un fondo internazionale per ricevere donazioni e sponsorizzare le attività del gruppo. Ambulanze, medicinali, materiale per il primo soccorso, tutti beni che in Siria oggi è quasi impossibile acquistare. Tuttavia, come lamentato mercoledì 28 settembre presso le Nazioni Unite a New York da Raed al-Saleh, a capo dell'organizzazione, “siamo stati abbandonati” dalle grandi potenze. Parole dette da al-Saleh pochi giorni prima in un'intervista a Radio Radicale.

I White Helmets sono perlopiù uomini siriani di circa 30 anni. Tra le loro fila si contano anche professionisti più anziani, studenti più giovani, ex-miliziani ribelli e anche ragazzi stranieri, ma non ci si improvvisa casco bianco: i volontari ricevono una formazione di due mesi in Turchia da un'altra organizzazione, denominata Akut – esiste dal 1996 – e specializzata nei soccorsi post-terremoti. In un articolo pubblicato il 1 ottobre 2016 il Guardian raccoglie la testimonianza di Ismail al-Abdullah, membro dei caschi bianchi, una storia di speranza che ispira eroismo e coraggio, ma anche rassegnazione e nichilismo: “Facciamo turni di 24 ore e torniamo a casa a riposare ma io non ho più una famiglia, ad Aleppo, e così resto sempre in sede, mangio e dormo lì” racconta al quotidiano inglese. “Queste bunker buster [un tipo di bomba progettato per penetrare gli obiettivi più resistenti, come i bunker militari, nda] sono incredibili. Sono destinate ad essere usate contro le basi militari, perché le sganciano qui? Forse non sono soddisfatti del numero di morti provocati con le altre bombe. Quando sento un aereo sopra la testa mi si gela il sangue. […] Siamo stufi di tutto, bombardamenti, uccisioni e ti tirare fuori persone da sotto le macerie”.

In un'intervista pubblicata dall'Associated Press il 22 settembre scorso il Presidente siriano Bashar al-Assad ha risposto con una domanda alla domanda su cosa ne pensasse della possibilità che i White Helmets vincessero il Premio Nobel: “Cosa hanno realizzato in Siria?”.

C'era una petizione su Change.org, poi rimossa, per raccogliere firme per protestare contro la candidatura al Nobel dei White Helmets: il gruppo umanitario è accusato di avere tra i propri volontari combattenti di al-Qaeda e nell'occhio del ciclone ci sarebbero, come sempre, i finanziamenti stranieri alle organizzazioni che sostengono il gruppo in Siria. Una buona occasione, l'ennesima, per accusare Stati Uniti, Gran Bretagna e i membri della coalizione internazionale di finanziare al-Qaeda e gli islamisti per rovesciare il regime di Assad.

Globalresearch, sito di analisi geopolitica e militare dichiaratamente anti-occidentale e che spesso in passato ha fatto fatica a distinguere le informazioni dalla spazzatura, è tra i principali critici del gruppo dei White Helmets: il sito è gestito dal Centre for Research on Globalisation, organizzazione no-profit con sede a Montreal e fondata da Michel Chossudovsky, professore emerito di economia all'Università di Ottawa noto per le sue posizioni critiche verso la politica estera USA e favorevoli alle teorie del complotto, ad esempio sull'11 settembre.

Detto questo, le accuse che organizzazioni come Globalresearch – altri siti e blog russi di informazioni sono pieni di informazioni simili – muovono ai White Helmets sono gravissime: avere tra le proprie fila combattenti islamisti e ricevere finanziamenti (23 milioni di dollari dagli USA, 29 milioni dal Regno Unito, 4,5 milioni dal governo olandese, etc) stornati poi a gruppi classificati come estremisti. Accuse che trovano ben pochi riscontri nei dati e nelle prove fornite da Globalresearch e da tutti i critici, che in buona sostanza riciclano il materiale probatorio l'uno con l'altro, e che partono da un fatto di cronaca, questo vero, ben preciso: il 18 aprile 2016 a Raed al-Saleh, fondatore e capo delle Syrian Civil Forces - White Helmets, è stato negato l'ingresso negli Stati Uniti, dove si stava recando con un volo da Istanbul per ricevere un premio internazionale ad un gala organizzato a Washington da InterAction. Il Dipartimento di Stato americano non ha mai voluto chiarire la natura del problema sul visto di al-Saleh, ma il portavoce del dipartimento John Kirby disse che, fondamentalmente, il nome di Raed al-Saleh era in una lista di viaggiatori indesiderati. Precedentemente e anche successivamente a al-Saleh è stato permesso di entrare negli Stati Uniti senza problemi e almeno fino al 29 settembre scorso si trovava a New York per i lavori dell'Assemblea Generale dell'ONU e del Consiglio di Sicurezza a Palazzo di Vetro: al-Saleh è considerato un testimone molto importante e il suo nome sarà certamente più noto a tutti quando la guerra sarà finita, se e quando cominceranno i processi per crimini di guerra e contro l'umanità.

Il blocco cui fu sottoposto al-Saleh, rispedito a Istanbul, fece discutere non poco gli esperti di Siria negli Stati Uniti e gli analisti, che parlarono di “fatto grave” e persino “uno scandalo”. Di recente la giornalista siriana, che vive in Turchia, Zaina Erhaim è stata fermata all'aeroporto di Heatrow a Londra e rimandata indietro perché accusata di viaggiare con un passaporto rubato (il suo): si trovava nella capitale britannica per ricevere un premio e parlare del suo lavoro di giornalista in Siria e la segnalazione sul passaporto proveniva alle autorità inglesi direttamente dal governo di Damasco. Due casi sovrapponibili e molto simili tra loro, dove entrambi i protagonisti sono considerati dal regime di Assad dei “nemici della Siria” e “sostenitori dei terroristi”.

Un'altra accusa mossa ai White Helmets è di ricevere soldi da Open Society Foundation, organizzazione non governativa molto influente fondata e finanziata da George Soros, non esattamente un amico per Bashar al-Assad e Vladimir Putin, i quali non si fanno scrupoli a scatenare una propaganda fortissima contro ogni attività del miliardario ungherese naturalizzato statunitense, sopratutto quelle che complicano i loro piani di morte e distruzione in Siria. Anche fosse vero, e probabilmente lo è, non è certo un reato ricevere aiuto da Open Society.