Cina tra le economie di mercato: primo no dell’UE, ma deciderà la commissione. Quali rischi per l’industria europea

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Il primo ministro della Cina Li Keqiang REUTERS/Yves Herman

L’Unione Europea sta valutando se ammettere la Cina tra le economia di mercato, abbassando così le protezioni europee per il mercato interno. Ieri è arrivato il primo stop da parte del parlamento europeo che ha approvato a larga maggioranza (con 546 sì, 28 no e 77 astenuti) una risoluzione sostenuta dai Popolari, dai Socialisti, dai Liberali, dai Conservatori e dai Verdi per dire no alla Cina come economia di mercato. L’ultima parola spetterà, però, alla commissione europea che, in teoria, può prendere una decisione diversa dall’orientamento del parlamento.

A contrastare il riconoscimento della Cina tra le economie di mercato è sopratutto il settore industriale europeo e i sindacati che temono l’invasione di prodotti cinesi a basso costo che potrebbero mettere in difficoltà il lavoro in Europa. Stessa posizione per gli Stati Uniti che da mesi mettono in guardia l’Europa sulla possibilità che la concessione possa “disarmare unilateralmente” le difese commerciali europee contro la Cina.

Secondo uno studio realizzato dall’istituto di ricerca americano non profit EPI (Economic Policy Institute) il rischio è più che reale. Secondo l’analisi, la decisione di concedere lo status di economia di mercato alla Cina potrebbe ridurre la produzione industriale europea tra i 114 e 228 miliardi di euro l’anno, pari ad una riduzione del PIL europeo dell’1-2% che si tradurrebbe in una perdita di posti di lavoro stimata tra l’1,7 e i 3,5 milioni.

Cina, economia di mercato sì o no?

L’unione europea sta valutando il riconoscimento della Cina come economia di mercato, ovvero come Paese che si basa su determinati principi come la proprietà privata, la libertà di impresa, lo scambio di beni e servizi in un mercato libero. Ma perché questa discussione?

Tutto risale al 2001 quando la Cina ha firmato il protocollo per l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del Commercio. L’intesa prevede che dopo un periodo di “transizione” di 15 anni l’Unione europea deve decidere se concedere alla Cina lo status di economia di mercato. Questo riconoscimento, in prima battuta, comporterebbe una riduzione degli strumenti di difesa commerciale in mano alle autorità comunitarie che attualmente prevedono meccanismi antidumping, cioè contro la vendita di un prodotto ad un prezzo inferiore al prezzo praticato nel mercato di destinazione.

Per garantire la concorrenza leale per lo stesso prodotto sul mercato europeo, infatti, attualmente l’Unione può imporre misure antidumping come dei dazi sulla merce che proviene dalla Cina. E questo accade da quando la Cina è entrata nell’Organizzazione mondiale del Commercio ed ha avuto accesso al mercato europeo. Nel 2006, per esempio, la Commissione UE ha approvato l’imposizione di dazi antidumping sul prezzo di importazione delle scarpe provenienti da Cina e Vietnam. Dopo un’inchiesta che aveva evidenziato delle irregolarità nell’importazione delle scarpe dai Paesi orientali, dovute ai sussidi di Stato, il commissario per il commercio UE aveva chiesto l’introduzione di dazi, al 19,4% per le scarpe provenienti dalla Cina e al 16,8% per quelle dal Vietnam.

Entro il 2016, passati 15 anni dal protocollo, la commissione europea deve decidere se considerare la Cina economia di mercato, abbassando di fatto le “difese” del mercato europeo nei confronti dei suoi prodotti. Secondo la normativa sono cinque i criteri che un Paese deve avere per essere riconosciuto economia di mercato:

  • Grado stabilito di influenza governativa sull’allocazione delle risorse e le decisioni delle imprese;
  • Assenza di interventi dello Stato nelle operazioni di privatizzazione delle imprese e nell’impiego di meccanismi di compensazione e di scambio che non rispettino le regole del libero mercato;
  • Esistenza di un diritto societario trasparente e non discriminatorio in grado di garantire un’adeguata governance societaria;
  • Trasparenza dello Stato di diritto volta a garantire il diritto di proprietà e il funzionamento di un regime fallimentare;
  • Esistenza di un settore finanziario che operi indipendentemente dallo Stato.

Con la risoluzione approvata ieri, il parlamento europeo sostiene che la Cina non ha i requisiti necessari per essere considerata economia di mercato e chiede alla commissione europea di rigettare la sua richiesta e di “opporsi a qualsiasi concessione unilaterale dello status di economia di mercato”.

I rischi per l’industria europea

Da una parte il parlamento europeo riconosce “l’importanza del partenariato tra la UE e la Cina”, e osserva che “per la prima volta nel 2015 gli investimenti della Cina nella UE hanno superato gli investimenti dalla UE in Cina”, d’altra parte sottolinea che “dato l’attuale livello di influenza dello Stato nell’economia cinese”, le decisioni delle imprese su “prezzi, costi, produzione e fattori di produzione non rispondono a segnali di mercato che rispecchiano l’offerta e la domanda”.

Il parlamento europeo, in particolare, chiede alla commissione, quando prenderà la decisione definitiva sulla Cina, di “tenere in conto delle preoccupazioni dell’industria europea e dei sindacati” soprattutto in relazione all’obiettivo, fissato nel 2012 dalla Commissione, di “portare al 20%, entro il 2020, la quota dell’industria nel PIL della UE”.

Le principali preoccupazioni, infatti, arrivano dal mondo dell’industria e del manifatturiero che si sentono in pericolo a causa dell’eventuale del via libera ai prodotti cinesi a basso costo. In effetti secondo il rapporto dell’EPI, l’invasione del mercato europeo da parte di prodotti cinesi creerebbe pesanti danni per l’industria europea e il mercato del lavoro. Solo tra il 2000 e il 2015, la quota di importazioni UE dalla Cina è cresciuta da 74,6 miliardi di euro a 359 miliardi, con un aumento del 11,1% l'anno. L’apertura del mercato europeo, senza meccanismi antidumping, ai prodotti cinesi rischia di erodere una quota di PIL dell’UE tra l’1 e il 2% l’anno, con un impatto sul lavoro devastante. Secondo l’analisi dell’EPI sarebbero a rischio fino a 3,5 milioni di posti di lavoro diretti a cui andrebbero aggiunti altri milioni di posti di lavoro indiretti che rischiano di andare persi. Ma l’impatto dei prodotti cinesi a basso costo, ovviamente, non sarebbe uguale per tutti i Paesi dell’UE: ad essere colpiti sarebbero soprattutto i Paesi che puntano in modo particolare sull’industria e sul manifatturiero, come l'Italia.