Cinque Stelle, Di Maio cambia idea sull'euro: "Non credo che arriveremo all'uscita"

di 23.07.2015 14:30 CEST
Beppe Grillo Di Maio
Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, dietro a Beppe Grillo, leader e co-fondatore del MoVimento 5 stelle Reuters

Uscire dalla moneta unica "significa più energia nostra, più investimenti per le imprese, e significa meno Troika, e quindi meno tasse e meno stritolamento dei nostri connazionali". Così parlò il 13 dicembre del 2014 Luigi Di Maio, esponente di punta del MoVimento 5 stelle e vicepresidente della Camera.

Sette mesi più tardi la musica ha decisamente cambiato melodia. Abbandonare l'euro "sarebbe l'estrema ratio", spiega Di Maio in una recente intervista a Parallelo Italia. "Ma non credo che ci arriveremo", conclude. Dopo Matteo Salvini, ecco quindi unirsi al girone infernale degli ondivaghi anche Luigi Di Maio, entrambi lanciati sul tema in una nuova fase di "moderazione" a fini puramente elettorali. Come il leader del Carroccio, anche il vicepresidente della Camera ed esponente di punta del MoVimento 5 stelle tradisce infatti una certa ambiguità sul tema dell'uscita, o meno, dell'Italia dall'euro.  

Qual è quindi l'ultima versione in merito? "Noi del M5s vogliamo chiedere ai cittadini italiani se questo euro va bene: se ci diranno di no attraverso un referendum andremo ai tavoli europei con un potere contrattuale in più, quello di dire veniamo nel nome del popolo italiano e vogliamo che cambiate i trattati". Tutto un altro registro, quindi, rispetto alla narrazione di una moneta unica-mostro da sconfiggere con la spada dell'indipendenza monetaria. Un bel salto di qualità, insomma, dagli annunci di Grillo rispetto ad un euro "cappio al collo".

Ma a colpire delle parole di Di Maio non è solamente il cambio di passo sulla moneta unica. Quando parla di "potere contrattuale", ipotizzando con questo di arrivare sull'inflazionato tavolo di Bruxelles e battere i famosi pugni, il vicepresidente della Camera cammina nel solco di una strada già tracciata da altri, anche piuttosto recentemente. Il soggetto, ovviamente, è Alexis Tsipras. Anche il primo ministro greco, su cui il MoVimento e non solo ha più volte dato prova di una certa abilità nel cambiare verso, puntava sul referendum per ottenere, in tutto un altro scenario, una sorta di "potere contrattuale" con i creditori. E abbiamo visto com'è finita.

Alla luce di questa situazione, sorge spontanea una domanda: qualora in seguito ad un ipotetico referendum sull'euro i cittadini italiani votassero per l'uscita, conferendo così quell'altrettanto ipotetico "potere contrattuale" in sede europea, cosa succederebbe se a Bruxelles si rifiutassero di accogliere la richiesta di una modifica dei trattati? Vi sarebbe seduta stante un'uscita dalla moneta unica? Oppure, come nel caso greco, si risolverebbe in tanto rumore per nulla?

Rispondere, attualmente, è impossibile. Solo una cosa è tuttavia certa: sull'addio all'euro, tra i Salvini e i Di Maio, le strade degli ondivaghi sono infinite.