Colombia, con il problema della redistribuzione delle terre si rischia una nuova stazione di violenza

FARC Colombia
Combattenti delle FARC alla chiusura dell'ultimo congresso dei ribelli colombiani a El Diamante. Colombia, 23 settembre 2016. REUTERS/John Vizcaino

Mentre la Colombia cerca faticosamente, e meritoriamente, di uscire dalla sanguinosa guerra civile che i cartelli della droga e la guerriglia portano avanti da decenni, in uno dei conflitti più longevi della storia dell'America Latina e che ha mietuto solo sul fronte delle FARC 200.000 morti, altri fronti caldi si aprono nelle sterminate aree rurali del paese latinoamericano.

Oggi, lunedì 26 settembre 2016, è una giornata storica per la Colombia e l'America Latina: nella città di Cartagena il presidente Juan Manuel Santos e Rodrigo “Timochenko” Londoño, comandante delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), firmeranno lo storico accordo di pace tra il governo e i guerriglieri comunisti alla presenza dei capi di Stato di 15 Paesi. Dallo scorso 28 agosto in Colombia è attivo, e rispettato, un cessate il fuoco storico dopo l'intesa di tre giorni prima, che ha chiuso un cinquantennio di guerra civile e quattro anni di negoziati difficili.

La prova è che il mondo, e l'America Latina, è oggi un posto migliore in cui vivere, sotto ogni punto di vista: secondo quanto deciso nei diversi capitoli che compongono l'accordo le FARC cominceranno a trasferire 7.000 combattenti dalla giungla colombiana ai campi di disarmo creati dalle Nazioni Unite e progressivamente le Forze Armate Rivoluzionarie si trasformeranno in un partito politico regolare. E poi sarà il tempo dei processi: un tribunale speciale sarà istituito per giudicare i crimini commessi durante il conflitto, sia da una parte che dall'altra, ed è già stato previsto che per quelli meno gravi l'amnistia sarà l'atto finale, che non riguarderà massacri, stupri e torture.

Uno dei capitoli più importanti dell'accordo riguarda la riconsegna delle terre ai contadini: terre di sangue e guerriglia ma anche di coltivazioni e narcotraffico, che per anni ha rappresentato il mezzo di autofinanziamento principale delle FARC. Le aree rurali colpite dalla violenza della guerra civile sono di fatto al centro del processo di riconciliazione, che coinvolge tutto il Paese e che il Presidente Santos ha deciso di sottoporre a referendum. 7 milioni di ettari di terre saranno redistribuite nel prossimo decennio dallo Stato colombiano e la preoccupazione di molti è che questo possa alimentare nuovi conflitti per accaparrarsi quelle terre.

“Ci siamo uccisi a vicenda per circa 50 anni o anche più. La parola riconciliazione non fa parte del vocabolario colombiano, non fa parte della nostra cultura. Ci saranno migliaia di argomenti contrari a questo processo, ma fare la pace non è facile. La guerra è per i vigliacchi, la pace per i coraggiosi” ha dichiarato in una recente intervista all'HuffPost spagnolo Sebastian Marroquin, al secolo Juan Pablo Escobar, figlio di Pablo Escobar, commentando laconicamente l'accordo governo-FARC. Una posizione certamente interessante e che fa il paio con quella di Luis Fernando Arias, a capo dell'Organizzazione Nazionale Indigena della Colombia, il quale ha dichiarato che i gruppi indigeni voteranno favorevolmente all'accordo in una consultazione che si terrà il 2 ottobre ma che teme anche che con lo smantellamento delle FARC possano arrivare nuovi problemi per la sicurezza.

“In Colombia c'è un sacco di terra che le multinazionali non hanno mai sfruttato proprio per via della presenza delle FARC” ha dichiarato Arias al telefono con la Reuters: “Affronteremo una pressione maggiore da parte proprio delle multinazionali e per le grandi opere che il governo vuole realizzare per sfruttare le nostre terre. Ci sono enormi interessi economici in gioco e sappiamo che la lotta, adesso, si declinerà in termini di conflitto sociale e ambientale”.

La reale preoccupazione è che tolte le FARC qualcuno prenderà il loro posto: se non saranno Monsanto o Nestlè allora saranno i guerriglieri dell'Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) o nuovi, ricchissimi, narcotrafficanti dei cartelli: l'accordo di pace tra le FARC e il governo di Bogotà, e questo è il vero punto debole, non comprende infatti una moltitudine di altre sigle di gruppi guerriglieri (sia di destra nazionalista che di sinistra internazionalista, tutti rigorosamente finanziati grazie al narcotraffico, la vera bandiera comune). Questa preoccupazione è condivisa anche da diversi gruppi umanitari indipendenti come We Are Defenders, che ha sede nella capitale colombiana e si occupa di protezione dei diritti umani: “È certo che i conflitti per le terre continueranno, in Colombia” afferma alla Reuters Carlos Guevara, coordinatore del gruppo umanitario.

Non si tratta di una preoccupazione aprioristica: nel 2016 sono ben 51 gli attivisti uccisi in Colombia da “uomini armati non identificati” e se il governo afferma che farà il possibile per arginare le bande criminali espandendo le proprie operazioni allora c'è da pensare che, in Colombia, il conflitto non è esattamente concluso ma semplicemente ridotto.

Il che è già un risultato storico, dopo mezzo secolo di ammazzamenti e paura. Tuttavia, l'assenza di un catasto facilmente consultabile, anche alle autorità pubbliche, è la madre di tutti i problemi legati alle terre, in Colombia: il governo non è in grado di creare una banca dati territoriale effettiva non conoscendo chi possiede le terre e chi ci lavora o ci vive e questa è un'urgenza che Bogotà dovrà affrontare subito se vorrà evitare di disperdere un patrimonio immenso, in termini di diritto e di sicurezza per i cittadini. La vera prova del nove, che mostrerà quanto i colombiani credono nell'accordo con le FARC e, di conseguenza, quanto i colombiani sostengono il lavoro del Presidente Santos in questo senso, sarà il referendum che il governo organizzerà proprio sull'accordo di pace. Una consultazione non obbligatoria ma che Santos ha fortemente caldeggiato, precisando sin da subito che dovranno essere i colombiani ad avere l'ultima parola.